Dovevamo tutto ai Roccalba.

In un certo senso, noialtri giovani dovevamo loro persino il privilegio di esistere, poichè è indubitato che, senza l'impiego da essi ottenuto a mio padre e la dote da essi fatta a mia madre, papà, allora precettore in casa Roccalba, non avrebbe mai potuto permettersi il lusso di un matrimonio colla giovane maestrina di musica, ch'egli amava in silenzio da cinque anni. E chi aveva fatto il corredo alla mamma? Chi le aveva regalato quel famoso pianoforte di Tomascheck che noi tenevamo in sala, colla coperta di flanella verde? La marchesa Camilla di Roccalba, se vi piace. Chi pagava la retta al collegio di Milano, ove erano educati i nostri due fratellini? Casa Roccalba, per disposizione testamentaria della marchesa Camilla. Perchè la Saviezza si chiamava Camilla? Perchè la marchesa Camilla, non altri, l'aveva tenuta a battesimo. Figurarsi, dunque!

Noi non avevamo mai veduto Folco, l'allievo di papà. Dopo il matrimonio di questo, il giovane s'era recato a Bologna per compiere i suoi studî; poi era andato in diplomazia, aveva preso a viaggiare. Ma la nostra casa era piena delle memorie di Folco: la fiamma del focolare, scoppiettando, ci diceva, da mattina a sera, il nome dei nostri benefattori. La religione della nostra gratitudine per quella famiglia si era concentrata su Folco, dopo l'immatura morte dei suoi genitori. Era tutto un santuario di ricordi. Nostra madre, i Roccalba, la cattedra di professore ch'essi avevano ottenuta per mio padre, formavano una trinità indissolubile di glorie. Quell'intrinsichezza d'affetti, quella continuità di relazioni con una delle più grandi e nobili famiglie lombarde metteva una nota grandiosa nel nostro orgoglio borghese, nella segreta alterigia del nostro stato, povero, ma dignitoso, di gente che insegna. Noi eravamo troppo numerosi in famiglia, eravamo nati troppo addosso l'uno all'altro, nostra madre era morta troppo presto, perchè ci potesse venir risparmiata a lungo la conoscenza dei crudi doveri della vita; ma tutta la poesia, il lusso dei più splendidi ricordi infantili avevano solleticate le nostre piccole immaginazioni, colla storia, continuamente narrataci, dell'infanzia di Folco. La nostra nidiata era cresciuta un po' alla spartana, come comportavano gli scarsi mezzi di famiglia; ma nulla ci era ignoto di quanto vien prodigato ad un figlio unico da genitori tenerissimi e straricchi. Sapevamo tutto di Folco: gli studî nei quali riesciva e quelli in cui durava fatica, le stravaganze di lusso che lo avevano sempre attorniato, gli splendidi premi, i tenui castighi. Conoscevamo tutti gli splendori di rappresentanza che la casa dedicava all'erede, il fasto de' suoi divertimenti, la ricchezza e la varietà de' suoi giocattoli, de' suoi libri, degli accessorî della sua educazione. Tutto ciò metteva come una vaporosa poesia di grandezze nella nostra ristretta esistenza. Avevamo tutti per quell'incognito, tanto noto alle nostre immaginazioni una specie di adorazione fantastica, riflesso ad un tempo di quella che i suoi avevano sempre avuta per lui e della nostra perenne gratitudine verso casa Roccalba. E ora, lui stesso, quel semidio delle nostre menti, quell'idolo delle nostre ardenti gratitudini, scendeva bruscamente dall'Olimpo, si rivelava agli occhi nostri, veniva a pranzo da noi!

A noi pareva un sogno, una di quelle combinazioni che si danno esclusivamente nei romanzi. Pure era la cosa più semplice di questo mondo. Egli era giunto nella nostra piccola città, la mattina stessa, per un affare da sbrigarsi in poche ore e contava ripartire alla sera, con uno degli ultimi treni. Nostro padre, nell'uscire dall'Università, s'era imbattuto con lui e non l'aveva riconosciuto. Ma l'altro gli aveva messo le braccia al collo, dicendogli: «Sono Folco, il suo antico allievo.» S'eran trattenuti un pezzo per via, commossi, poi s'eran lasciati; ma Folco aveva accettato l'invito di mio padre, aveva promesso di venire a pranzo da noi!... con noi.

***

Come passarono quelle cinque o sei ore, prima ch'egli venisse?..,. Non saprei dirlo: eravamo in uno stato di grande eccitamento, esaltate dalla gioia e dall'agitazione dell'attesa. Camilla sola serbava un po' di sangue freddo: non so cos'avremmo concluso noialtre, senza la sua imperiosa impassibilità. Il tempo stringeva, bisognava darsi d'attorno. La Saviezza emanava gli ordini, e noi tutte li eseguivamo, a suon di battiti di cuore. Albertina aiutava davvero. Lidia stessa, la nostra bella indolente, lavorava di lena.

La tavola fu preparata con estrema cura; fu buttato all'aria l'armadio della biancheria, per trovare la tovaglia di Fiandra, quella dove non c'era neppure un rammendo. Io aveva un grande orgoglio, un gran vanto.... la folle spesa dei lillà era diventata per tutti un'ispirazione, quella stravaganza imperdonabile si mutava, di fronte alla visita di Folco, in un lusso ragionevole. Lidia però non mancò di osservare che avrei potuto pagarli meno. Ma che importava ora... Che importava!.... Era come una vertigine di grandezze e di prodigalità. A me fu devoluta la cura di spolverare i ritratti del Marchese e della Marchesa, appesi alla parete, sopra il sofà. Non eran che due vecchi dagherreotipi. Situati in luce non favorevole, impalliditi dal tempo, presentavano allo sguardo una confusione abbagliante di lucentezze grigiastre, dalle quali emergeva poco più della bonaria faccia del Marchese, mentre della Marchesa erano solo visibili i volants a scacchi bianchi e neri d'un vestito teso, come il taffetà d'un pallone areostatico, sulla mostruosa circonferenza del crinolino. Ma questo che importava? Non erano forse i loro ritratti, fatti all'epoca del loro matrimonio? Li avevan dati loro stessi a mia madre, e poche cose al mondo erano a noi più sacre e più care. Ed io, spolverando in quel giorno quelle due povere larve di ritratti, le baciai furtivamente, dicendo loro, con una specie di rapita scempiaggine, che si rallegrassero, che tra poco avrebbero veduto lì, con noi, il loro Folco.

Quando ci penso!... Eppure avevo già diciotto anni!

***

Li avevo certamente, ma chi ci pensava, chi se ne accorgeva? Nessuno; non me ne accorgevo neppure io. Non avevo, in famiglia, importanza di sorta. Non ero nè bella come Lidia, nè saggia come Camilla, nè malata come la povera Tina. Dovevo ubbidire sempre alle sorelle maggiori e farmi ubbidire dalla piccina, ed era così difficile a volte il conciliare quelle due opposte mansioni! Dovevo portare gli abiti smessi da Lidia, ma portarli con gran cura, perchè potessero esser trasmissibili ad Albertina. La mia esistenza era un continuo stato di transazione senza colore.