Non sapevo mai dove cacciarmi, nè come figurare; avevo una terribile facilità d'entusiasmi che finivano sempre con qualche catastrofe e un'immaginazione inquieta che macinava nuvole da mattina a sera. Avrei avuto per lo studio un vero trasporto, e papà, che mi voleva un grandissimo bene, m'insegnava nei ritagli di tempo un po' di latino; ma Camilla non approvava questo mio bizzarro divertimento. Anzichè il Lexicon, preferiva vedermi fra le mani il cucito o il piumino da spolverare. Papà stava molto all'Università, dava lezioni private, e io stavo tutto il santo giorno in casa, dove Camilla pensava ad occuparmi secondo i dettami della sua portentosa saviezza. Perciò i miei diciotto anni, non avendo gran cosa a fare, dormivano.
Non sempre, però. Ogni tanto alzavano il capo dicendo: eccoci. Erano insistenti a volte, mi andavan suscitando in capo delle idee fantastiche, una prepotenza d'impressioni vaghe, sconnesse fra di loro, eppure misteriosamente collegate allo stato generale d'incertezza che teneva inquieto l'esser mio. Soffrivo e godevo acutamente, a proposito di tutto, a proposito di nulla. Provavo delle scosse violenti, senza causa o per cause di lievissima importanza; delle grandi emozioni indefinite traversavano, come lampi, la gaiezza e la serenità caratteristiche dell'indole mia. Non avevo il tempo di studiarmi, nè di cercare altrove la soluzione dei bizzarri problemi che inquietano il mio spirito. La nostra posizione, la mancanza della madre di famiglia, i severi principî di papà, ci costringevano ad una vita ritiratissima e quasi claustrale. Il nostro ambiente, così isolato, si manteneva pratico ed austero, serbava purissime le nostre menti. Qualche volta pensavo all'amore, chiedendomi cosa fosse. Non lo sapevo affatto. Avevo bensì un vago e misterioso desiderio di saperne qualcosa.
***
Folco Roccalba venne, e pranzò con noi.
Al primo momento, vedendolo entrare, fu quasi una disillusione. Per una di quelle assurdità fantastiche cui soggiace a volte il pensiero, noi tutte avevamo scordato ch'egli aveva ormai trent'anni, ci aspettavamo quasi di dover accogliere l'adolescente dei nostri pensieri. E quando Folco si presentò, uomo fatto, grande, forte, bellissimo, ma d'una bellezza che aveva già attraversato tutto ciò che la sorte e la natura anticipano ad un giovane quale egli era, la impressione fu urtata, quasi spiacevole!
Per me fu un rimescolío strano, una sorpresa violenta, pressochè un terrore. Ebbi un confuso impulso che mi suggeriva di fuggire, di rinserrarmi in camera mia e di non scendere più. Ma invece rimasi al mio posto, immobile, compresa da una soggezione inesprimibile, col cervello vuoto d'ogni pensiero che non fosse: i Roccalba.
Man mano, egli si fece riconoscere, divenne qualcosa che somigliava al Folco dei nostri pensieri. La sua bellezza era gaia, la sua giovialità sapeva sciogliere ogni gelo di timidità rispettosa. Veramente gran signore, era d'una affabilità piana e calma, di quelle che sembrano avocar le anime a sè, chiamarle come a raccolta. La sua intelligenza e il cuor suo gli dicevano senza dubbio ciò che la sua visita era per noi, quale sincerità ed ardore di gratitudine animassero la nostra accoglienza. Egli doveva sentirsi sovrano in quel salotto, in mezzo a tutte noi. Papà non celava la sua gioia, era raggiante e quando Folco si rivolgeva alle mie sorelle od a me, il tremore della voce che gli rispondeva doveva pur rivelargli qualcosa del soave orgoglio onde eravamo comprese! — Naturalmente; Folco si occupò in modo speciale delle sorelle maggiori e Tina, colle sue grazie languidette di bimba malata, seppe accaparrare la sua attenzione. Ma egli ebbe anche per me delle premure cortesi, mi trattò proprio da signorina e per la prima volta in vita mia, sentii di esser qualchecosa più di nulla. Egli pareva prendere un certo interessamento alle pochissime frasi che mi riescì di emettere; rammentai poscia d'aver veduto il suo sguardo interrogare più volte il mio aspetto come alla sfuggita, e con una curiosità umoristica. Egli ci parlava con una bizzarra dolcezza di modi cavallereschi; per papà aveva una deferenza affettuosa, che si riferiva perennemente, con una specie di cordialità seria, poetizzata, ai loro antichi rapporti di maestro e d'allievo. Il passato risuscitava gradatamente nella conversazione generale; Folco pareva rifarsi fanciullo in questa evocazione continua, fatta dal nostro culto per tutto ciò ch'era stato lui. Ritrovava incolume, nella pia riverenza della nostra memoria, anche ciò ch'era sfuggito alla sua, le impressioni, fugaci per lui, durature per noi, nella tenacità religiosa del nostro culto. Lidia non ebbe forse il coraggio di chiedergli che fosse avvenuto di Svir? Egli stette un momento sopra pensiero... chi era Svir? Allora Albertina gli disse trionfalmente essere Svir quel tal cavallino sardo, che gli era stato regalato in premio d'un bellissimo esame, ma che un giorno l'aveva balzato di sella e gettato nel bel mezzo della macchia di gerani, al centro del parterre. E Folco rise a lungo, memore allora di Svir e della sua avventura, incoraggiandoci a narrargliene altre, narrandone alla sua volta, e narrandoci pure del padre nostro, delle sue lezioni, delle cure prodigate a lui, fanciullo indocile bene spesso e sventato. Folco non aveva pretese di sorta, la sua gaia famigliarità aveva subito trovate le vie dei nostri cuori. Egli ci soggiogava ora per conto suo, senza bisogno del passato: questo rimaneva solo lo sfondo luminoso sul quale campeggiava più famigliare quella figura attraente, che non somigliava a nulla di ciò ch'io avessi mai veduto, e che pure aveva un'arcana affinità con tutto quello ch'io avevo provato... no... neppur provato... confusamente sognato, d'emozioni incerte e soavi, misteriosamente pungenti nel segreto dell'animo mio!
Il pranzo riuscì benissimo; senza nessuno di quegli inconvenienti che danno delle sì terribili distrazioni alle povere padrone di casa. Una grande gioia serena era nei nostri cuori; son certa che nessuna di noi fece il più lieve confronto mentale, pensando al nostro solito ordinario. Non parlo di me. Credo che l'animo sedesse quel giorno, per la prima volta, al grande banchetto della vita.
Verso la fine, ci fu una gaia serie di brindisi. Folco ne fece uno brillantissimo, dedicato alle leggiadre figlie del suo amato maestro. Ed io alzai bravamente il mio bicchiere, ove danzava l'ondicciuola color d'ambra d'un dito di vecchio Marsala, quel vino generoso che mette nei pensieri una giocondità festosa e che l'accende negli sguardi.
Il caffè fu servito nell'orticello, all'aria aperta; poi si tornò nel salottino a terreno, e fu allora ch'io vidi il marchese Folco fermarsi dinanzi alla finestra, presso il tavolino sul quale era stato deposto il vaso contenente i miei lillà.