— Come sono belli! — disse con ammirazione. Poi tuffò anch'egli il bellissimo volto nelle grosse ciocche bianche, come avevo fatto io più volte durante il giorno, e sempre con un folle trasporto di delizia. Aspirò anch'egli, con visibile delizia il profumo.
— Sono del giardino? — chiese poscia a Camilla.
— No, — rispose papà ridendo, ed accennandomi. — Sono un colpo di testa della mia Giulietta. Una testina romantica se mai ve ne furono, ma che morde al latino, meglio assai di quanto ci mordesse lei, Folco, ai nostri tempi.
— Oh papà... papà traditore!... Avrei voluto nascondermi sotto terra... ero diventata di bragia.
— Davvero? — disse il nostro ospite, ridendo alla sua volta e rivolgendosi a me col suo sguardo azzurro, scintillante, con una espressione divertita ed ironica ad un tempo. — Le faccio i miei complimenti, signorina. Ma permetta che glieli faccia anche per questi fiori. Mi rammentano la nostra villa di Serate. Si ricorda, professore? Erano la passione di mia madre, ed io l'ho ereditata da lei. Non posso vedere dei lillà bianchi senza..
La sua voce ebbe un lieve tremito, il suo sguardo un lampo di malinconia. Poi egli mi disse dolcemente... oh quanto dolcemente: — È permesso rubare, signorina? Vorrei uno di questi fiori, per ricordo di questa bella serata.
Una follìa di soave orgoglio mi fece battere disordinatamente il cuore. Presi tremando l'intiero mazzo e lo offersi a Folco.
— Sono troppi davvero, — diss'egli ridendo, colla sua grazia affascinante. — Guardi... basta così. — Schiantò un piccolo ramoscello fiorito, lo mondò delle foglie e lo passò alla bottoniera dell'abito.
Poi, prendendo dalle mie mani malferme il grosso mazzo di lillà, lo rimise nel vaso.
Mi sorrise ancora, colla carezza enigmatica e turbatrice del suo sguardo, e disse soltanto: — Grazie.