Non erano dunque al tutto divisi. Leone, il marito, non desiderava affatto una divisione. Vivevano assieme, scontenti, nel malessere di quei mutati rapporti, nelle perenni difficoltà delle loro conseguenze.
Egli si dedicava molto alla caccia, faceva lunghe e frequenti assenze. Si scrivevano solo quando occorreva, per affari, lettere cordiali, freddine che cominciavano: Carissimo amico... ovvero: Mia buona Diana, e non si aggiravano che su cose indifferenti. La buona Diana si era isolata nel suo cantuccio della tenda comune e aveva iniziato un modus vivendi abbastanza frigido, che il marito aveva tacitamente accettato, distratto in quel tempo da altre preoccupazioni e da quelli che a lui parevano sufficenti compensi.
Ella aveva intensamente gioito, della riacquistata libertà e aveva fatta una scoperta famosa... quella di poter viver così, a quel modo, per sempre. Non temeva nè di sè, nè dell'avvenire. Si ubbriacava d'acqua fresca e faceva delle orgie d'aria pura. Aveva degli alti ideali, una grande fiducia nella fermezza dei suoi principi. Conduceva a Rezzano una vita solitaria ed austera, occupandosi di libri, di poveri, di fiori, credendo sinceramente di poterla durare all'infinito... non felice no... ma tranquilla.
Ma così non la pensava nè poteva pensarla il destino che aveva dato a quella donna un benedetto cuore, uno di quelli che sono per l'amore ciò che l'elitropio è pel sole. Il cuore di Diana, ozioso, non tacitato, illanguidiva come una persona che campa di troppo scarso alimento. Ella non lo sapeva forse, ma soffriva intensamente.
E allora; al momento dato, era venuto Alberto e aveva posto piede a poco, senza ch'ella dapprima lo avvertisse, nel vano di quella vita.
Era un antico conoscente di casa, compagno di liceo e di università, a Leone Rezzano. Dimorava in una città poco lontana e avendo certi beni nel vicinato, capitava di frequente da quelle parti. Nessuno ci trovava a ridere e Leone non era affatto geloso.
Nella sua fiducia entravano parecchi elementi; quali buoni e quali no. Aveva molta stima di sua moglie, sapeva ch'essa aveva passati, incolumi, i primi anni del loro matrimonio, nutriva il convincimento ch'ella fosse troppo bene educata, non solo, ma anche troppo freddina per fare: uno sproposito — Poi... quella tal dose sopranumeraria di cecità che hanno quasi tutti i mariti!... A dir vero; la sua fiducia era abbastanza logica, ma la spensieratezza del suo carattere ne esagerava alquanto le conseguenze.
L'amore s'era dunque presentato a Diana colla veste gentile ed il sicuro aspetto dell'amicizia.
Passato un certo tempo, la cordialità, si accentuò fra Alberto e Diana, divenne un intesa delicata e costante. Si meravigliavano, ingenuamente, di scoprire ogni giorno, nuove comunanze di gusti, di simpatie, una tenerezza latente metteva nei loro semplici, contegnosi colloqui delle finezze squisite di segrete emozioni, assaporate con un acuità di confuso desiderio, nelle assenze; sempre più rade, sempre più brevi. Egli vide, ben prima di Diana ciò che avveniva nell'indole di quella cara amicizia ma, accorto, benchè affascinato anch'egli lasciò che in lei, male accorta, continuasse sinchè poteva, il dolcissimo inganno.
E veramente questo continuò a lungo. Ella ignorava ancora di amarlo e già, da tempo, lo amava.