Io e Ninì avevamo stretta una vera amicizia, benchè le singole nostre occupazioni e il diverso ambiente non ci consentissero un'assoluta e continua intimità. Ma un'intesa esisteva fra noi e quando ci vedevamo, scaturiva subito dai nostri cuori. Stavamo assieme in società e talvolta, la mattina per tempo, la sorprendevo mentre era immersa nei suoi studi e la conducevo meco a passeggio ai Colli, o alle Cascine, ovvero fuori di qualche porta. E allora che gaiezza di passi e di parole, quanti soggetti ora sfiorati, ora approfonditi! E come eravamo bimbe talvolta!...

Me lo disse per l'appunto alle Cascine, in uno di quei grandi boschi remoti che l'umidità vicina dell'Arno serba sì freschi e sì belli. Era proprio una giornata di tempo fiorentino, vario cioè e bizzarro, col sole caldo e l'aria fresca. Gli alti cipressi, le quercie denudate spesseggiavano attorno a noi, rivestite dei loro tenui paludamenti d'edere, salite ad altezze incredibili. Il fiume, non visto, si tradiva, coi suoi odori umidi e coi suoi susurri. Nelle alte siepi ancor rivestite qua e là del velame delle antiche foglie, il vento metteva un piccolo stormire metallico. Laggiù; verso il tempietto dell'Indiano, una coppia d'innamorati s'internava a casaccio nello sfondo del viale, delle bimbe tedesche, bianchissime, ruzzavano poco lungi. Un vecchio leggeva, seduto su un panchetto. Lontano lontano, una fioca eco di scampanìo festoso, una voce di chiesa di villa, giungeva, non so d'onde, sino a noi.

A un tratto, in un viale laterale, riserbato ai cavalieri e serrato fra due alte siepi, s'udì il passo mirabilmente ritmico d'un cavallo fino.

Ninì alzò bruscamente il capo, ma non guardò oltre la siepe. Stette soltanto, con visibile tensione di nervi.

Io guardai, riconobbi sir Alano Spear. Il suo torso potente, la forte testa di re nordico erano soli visibili oltre la siepe. Passò, lentamente, tenendo la mano sull'anca, guardando diritto avanti a sè: Non ci vide. Poco dopo, s'udì il trotto regolare ch'egli aveva fatto assumere al suo cavallo.

— Sir Alano, — dissi alla mia compagna.

Ella chinò il capo. — Lo sapeva. Un lievissimo tremito passò sulle sue labbra, il suo sguardo ebbe un'espressione indefinibile, una specie di vaga estasi... Poi mi sorrise, rossa come una fragola ed era sì bella, sì cara, sì donna in quell'istante, ch'io me le feci accanto, le presi la mano e gliela strinsi forte, così forte da farle male. Ella mi diè un rapido sguardo di gratitudine, poi la sua testina si protese verso il viale ove veniva meno, allontanandosi, lo strepito di quel trotto.

Allora; essa mi disse che lo amava... L'aveva subito amato, appena conosciuto!

Subiva completamente il suo fascino. Tutto le piaceva in lui, la persona, il volto, i modi, quella stessa sua rigidità britannica un po' accentuata, quella sua calma perfetta, non immune di una leggera sfumatura di malinconia. Non sapeva come nè perchè... ma lo amava!... ecco... lo amava!

Oh! com'era dolce ed umile Ninì Montelmo mentre parlava del suo amore, mentre, più ancora a sè stessa che a me, ella veniva narrando ciò ch'era finalmente accaduto nell'altero suo cuore, il turbamento primo, le evoluzioni del dio ignoto, il tremore sì dolce della passione! Ella poteva esser gloriosa di quel sentimento, tutto si conteneva in esso, stima, simpatia, ammirazione! Le pareva così giusto, così semplice di amare quell'uomo! Era come una suprema giustizia, un compenso della Provvidenza. Poichè ella aveva sofferto tanto... sempre... di tutto! Aveva tanto sofferto della mancanza dei genitori, delle circostanze, della censura dei maligni.