Si parlò subito di lei, naturalmente, ma poco, con cautela. Ognuno pensava al probabile domani di Ninì, a quel glorioso avvenimento che avrebbe in sì acerba guisa castigata ogni malevolenza dell'oggi.
L'attenzione fu poscia distratta dall'entrata di una coppia giovanissima, che tutti accolsero con un coro di acclamazioni festose. Dino degli Ardinelli e la sua piccola moglie. Il romanzo dell'anno scorso che tornava dal viaggio di nozze, in Inghilterra. Quanto avevano fatto parlar di loro, quei due monelli, otto mesi prima! Essa era inglese, sedici anni, minutissima, un niente di personcina e di dote. Lui; vent'anni, un nome da trovare ad ogni pagina del Berni o del Boccaccio, ma undecimo figlio nella arcinobilissima casata. Poi; l'età... figurarsi! I rispettivi genitori avevano fatto l'impossibile per impedire il matrimonio, ma sì! avevano fatto tanto chiasso, quei due, lei s'era messa a intisichire con tanta grazia, lui a informarsi sì risolutamente delle navi in partenza per l'America, che s'era dovuto venire a patti e dir di sì... Il bello è ch'erano innamorati davvero, coll'impeto e la crisi d'un'acuta malattia d'amore: qualcosa di assurdo e di reale, sul gusto di Giulietta e Romeo. Appena sposati e per farsi perdonare s'erano andati a nascondere in Inghilterra da una ricca zia della sposa, parente anche degli Spear. Ora tornavano; più bimbi, più spensierati, più felici che mai, con delle visibili novità a palazzo e colla prospettiva di andar a tubare per dieci mesi dell'anno in una microscopica villetta del Casentino. Ma ciò non li sgomentava affatto.
I profeti piagnucolosi, la gente previdente e assennata, tutti coloro che avevano predetta l'imminenza del terribile risveglio, non erano punto soddisfatti. L'imprudenza del piccolo Dino e della piccola Alice non era peranco stata raggiunta dal castigo, zoppo forse od impietosito. Erano anzi tanto felici da riuscire ridicoli, e da disarmare gli avversari; la maternità, nella piccolissima personcina della sposa, contrastava in modo strano coll'inesprimibile gioventù di lei, col suo fare da bimba, coll'espressione fanciullesca del visetto. E lui... che futuro papà per ridere! Erano gloriosi e patetici nel loro trionfo di ragazzi sposati, nella loro enorme avventatezza di cuore, nella temerità della loro presa d'assalto della vita!... Ma come li festeggiavano, com'eran chiamati, canzonati, invidiati a dritta e a sinistra! Si rideva, teneramente, di loro.
Un crocchio di maestose matrone aveva accaparrata la sposa ed essa scompariva quasi, affondata in mezzo ai grevi broccati, ai velluti e alle trine di quelle grandi autorità benevole. Dino, per un subito ritorno alle antiche abitudini, era venuto nel crocchio nostro, tutto di ragazze e giovanotti scapoli. Ci narrava, saltando deliziosamente di palo in frasca, una vera miscela d'impressioni di cuore, di viaggi, di caccie, di concerti, di corse, di usi inglesi, di feste fatte a lui e a sua moglie.
Ah! quante volte tornava in campo il nome di lei, colla carezzevole intonazione toscana che lo faceva diventare: Alisce!
Quel caro Dino, faceva di tutto per esser saggio e prudente, per non parlar troppo a noi, povere ragazze, della sua felicità e di quella di Alisce; ma che!... ogni momento gli pigliava il morso ai denti, quella biricchina di felicità e via!...
Una delle padroncine di casa venne a pregarci di passare nel gran salone. Si faceva musica.
Obbedienti all'invito, ci recammo tutti di là, nella vastissima sala ove si riunivano tutti quanti gli invitati ed il nostro gruppo si scompose; sparpagliandosi qua e là. Accanto a me, non rimasero che due o tre ragazze e Dino, il quale aveva stabilito con Alisce una corrispondenza telegrafica di non dubbio significato. Infatti, tanto armeggiò quella cara Alisce che riescì a sbucar di mezzo alle matrone e procedendo con infinita cautela, evitando scogli ed intoppi, sbarazzandosi gentilmente degli importuni, finì col venir a raggiungere suo marito. Accaparrarono subito, lì accanto, una di quelle duplici e complici poltrone ad S e non giurerei, che pure accogliendo con grazia infinita i nostri affettuosi complimenti, quei due spensierati non si stringessero ogni tanto, celatamente, la mano. Io non vedevo nulla, s'intende. A dir vero, non mi occupavo troppo di loro. Quelle erano le pecorelle sul monte, a me premeva la mia pecorella; quella che si trovava, sola, sull'erto e spinoso sentiero. Parevo prestare la più religiosa attenzione alla bella suite di Moskoswski che la contessa Balzi e Poppino Denzato eseguivano con rara maestria, una sul piano, l'altro col violino, ma in realtà tenevo dietro, attenta e soddisfatta, ad un altro duetto: quello di Ninì e di Alano Spear.
Erano quasi dirimpetto a me e sedevan vicini. Attorno a loro, s'era formato un piccolo vuoto. Egli si chinava ogni tanto a parlarle sommessamente ed ella rispondeva volgendo il capo verso lui, con una mossa soave, quasi docile, con dei sorrisi sereni e paghi, lo sguardo sollevato, aveva una lenta e luminosa dolcezza!... Ah!... così la volevo; senza alterigia, senza sarcasmo, senza ironia, evidentemente soggiogata dal suo sentimento... così ella era degna del suo destino.
Finito Moskoswski; venne la seconda Rapsodia di Liszt, un po' tempestata, a dir vero, su quel povero Erard, da un dilettante semi-maestro, poi la Marcia del Tannhauser eseguita a otto mani, poi vidi una delle padrone di casa dirigersi verso Ninì e rivolgerle qualche frase. Evidentemente; le chiedeva di cantare.