Ninì si alzò tosto.
Non soleva farsi pregare, e non accampava mai le solite scuse delle altre dilettanti di musica. Andò diritto al piano.
Prese a cantare. Il suo maestro, Barbirolli, l'accompagnava.
Scelse la romanza di Melilotti: «Ad una stella.» Dopo tutti i clamorosi pezzi testè eseguiti, dopo quella musica straniera, sapiente e tormentata, quella delicata composizione, sì prettamente italiana e melodica, giunse a tutti inattesa e gratissima. Si sparse per la sala come uno squisito olezzo musicale, parve all'orecchio del pubblico una carezza blanda, una di quelle cose che parlano non a tutti, ma ad ognuno, intimamente.
Ninì non aveva molta voce, ma il suo mezzo soprano era d'una purezza e d'una freschezza grandi. Aveva avuta un'eccellente educazione musicale e il suo squisito sentimento artistico le tornava di grande aiuto. Il timbro della sua voce possedeva una specie di sentimento proprio, genuino, un non so che di appassionato e di commosso ch'ella frenava, velandolo, ma che pur si tradiva. Vocalizzava mirabilmente e le parole sì caste e pur sì innamorate della romanza stavano tanto bene in bocca sua:
La stella è in cielo e non si può toccare!
E mentre così cantava, ella stessa pareva poggiare su una serena altura siderea; era, luminosa e pura come una stella fissa, ma col palpito scintillante d'un pianeta. E dalla terra, la voce dell'intensa brama saliva umile, piena di preghiera, affidando alle nubi il messaggio amoroso:
«Ditele in cortesia gli affetti miei.
Chiedendo che la stella» fatta mortale «scendesse sino a lei; ma subito, quasi correggendosi» implorando l'ali «per salire così, se non altrimenti, a raggiungere l'astro!»
Ninì disse tutto ciò con grande semplicità e con profondo sentimento, modulò colla sua tenera voce, tutte le tenerezze desiose della musica, pareva che la sua voce e la sua anima fossero una cosa sola. Tacevano tutti, sotto l'impero e il fascino di quelle semplici note.