CLXVIII.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Io ò fatto copiare la minuta della procura senza senza[178] vederla altrimenti, e fo procuratore te e màndotela. Fàtela veder voi e se la sta a vostro modo, mi basta: che io ò il capo a altro che a procure: e non mi scriver più; chè ogni volta che io ò una tua lettera mi vien la febbre, tanta fatica duro a leggierla! Io non so dove tu t'abbi imparato a scrivere. Credo che se avessi a scrivere al maggiore asino del mondo, scriveresti con più diligenzia. Però e' non m'agugniete noie a quelle che io ò, che n'ò tante che mi bastano. La procura voi l'avete a far vedere e studiare; e se nol farete, vostro danno.
Michelagniolo in Roma.
(Di mano di Lionardo.)
1546, di Roma, addì 9 di gugnio: de' dì 5 detto.
Archivio Buonarroti. Di Roma, (4 di settembre 1546).
CLXIX.
A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.
Lionardo. — Tu m'ài scritto una gran bibbia per picola cosa: che non è altro che darmi noia. De' danari, de' danari[179] che mi scrivi quello che n'avete a fare, consigliatevene tra voi e spendetegli in quello che v'è più bisognio. Altro non m'acade, nè ò anche tempo da scrivere.