A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — I' ò avuto il trebbiano, cioè quaranta quattro fiaschi; di che ti ringrazio. Parmi molto buono, ma poco lo posso godere, perchè dato ch'i' n'ò agli amici qualche fiasco, quel che mi resta, in pochi dì s'inforza. Però un'altr'anno s'io ci sarò, basterà mandarne dieci fiasci, se ci fie modo, per la soma d'un altro.

A questi dì fu qui il vescovo de' Minerbetti,[222] e riscontrandolo con messer Giorgio pittore,[223] mi domandò di te e circa al darti donna: di che ragionamo: mi disse che avea una cosa buona da darti, e che anche non s'avea a tôrla per l'amor di Dio. Non ricercai altro, perchè mi parve che andassi in fretta. Ora tu mi scrivi che non so chi de' sua t'ànno parlato costà e confortàtoti a tôr donna, e dittoti che io n'ò gran desiderio. Questo tu te lo puo' sapere per le lettere ch'io t'ò più volte scritte, e così ti raffermo, acciò che l'esser nostro non finisca qui; benchè non sare' però disfatto il mondo: pure ogni animale s'ingegnia conservare la suo' spezie. Però io desidero che tu tolga donna, trovando cosa al proposito, cioè sana e bene allevata, d'uomini di buona fama, e quando vi sia le parte buone che si ricercano in simil caso non aver rispetto a la dota: e quand'e' pure tu non ti sentissi della sanità della persona da tôr donna, meglio è ingegniarsi di vivere che amazzarsi per fare altri. Questo ti dico io ultimamente, perchè io veggo andar la cosa a lunga, e non vorrei che tu facessi a mie' stanza cosa che fussi contra te medesimo, perchè non àresti mai bene e io non sarei mai contento.

Del trovarti io qua cosa che sia al proposito, tu puoi pensar ch'io non sia al mondo in simil caso, perchè non ò pratica nessuna, e massimo de' Fiorentini; ma àrò ben caro che quando tu abbi qualche cosa alle mani, m'avisi prima che stringa la cosa. Altro non ò da dirti. Prega Dio che ce la die buona. A dì 24 di gugnio 1552.

Michelagniolo Buonarroti in Roma.

(Di mano di Lionardo.)

1552, di Roma, adì 30 di giugno: de' dì 24 deto.

Museo Britannico. Di Roma, (d'ottobre 1552).

CCLIV.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.