A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Súbito che io ebbi la tua del parentado fatto, ti mandai la procura che tu potessi sodare sopra le cose mia la dota;[225] cioè mille cinquecento ducati di sette lire l'uno. Credo l'abbi avuta e ch'ella stia bene; el notaio che l'à fatta è d'alturità, perchè è notaio del Consolato de' Fiorentini e di Camera.

Per l'ultima tua intendo come l'una parte e l'altra resta sodisfatta di tal parentado; di che ne ringrazio Dio: e come Urbino torna da Urbino, che sarà infra quindici dì, farò il debito mio.

A l'ultimo d'aprile 1553.

Michelagniolo in Roma.

Museo Britannico. Di Roma, 20 di maggio 1553.

CCLXIII.

A Lionardo di Buonarroto Simoni in Firenze.

Lionardo. — Io ò per l'ultima tua, come tu ài la donna in casa e come tu ne resti molto sodisfatto, e come mi saluti da sua parte e come non ài ancora sodato la dota. Della sodisfazione che n'ài, n'ò grandissimo piacere e parmi sia da ringraziarne Idio continuamente quante l'uomo sa e può. Del sodar la dota, se tu non l'ài, non la sodare e tien gli ochi aperti, perchè in questi casi de' danari sempre nasce qualche discordia. Io non m'intendo di queste cose, ma a me pare che avessi voluto aconciare ogni cosa inanzi che la donna avessi in casa. Circa il salutarmi da sua parte, ringràziala e fagli quelle oferte da mia parte che meglio saperrai fare a boca, che io non saperrei scrivere. Io voglio pur che paia che la sia moglie d'un mio nipote, ma non ò potuto farne ancora segnio, perchè non c'è stato Urbino. Ora è tornato due dì fa: però io penso di farne qualche dimostrazione. Èmmi detto che un bel vezzo di perle di valuta starebbe bene. Ò messo a cercarne uno orefice amico d'Urbino, e spero trovarle, ma none dire ancor nulla a lei: e se altro ti par ch'i' facci, avisàmene. Altro non mi acade. Fa' di vivere e pon mente e considera, perchè molto è sempre maggiore il numero delle vedove che de' vedovi.

A dì venti di maggio 1553.