CDIII.

(A messer Giovan Francesco Fattucci in Roma).

Messere Giovan Francesco. — Io so che lo Spina à scritto costà a questi dì molto caldamente sopra e' casi mia della cosa di Iulio. Se à fatto errore rispetto ai tempi in che noi siàno, l'ò fatto io che l'ò pregato importunamente che scriva. Forse che la passione m'à fatto metter troppa mazza. Io ò avuto uno raguaglio a questi dì della cosa mia detta di costà, che m'à messo gran paura: e questa è la mala disposizione che ànno e' parenti di Iulio verso di me: e non senza ragione: e come el piato séguita, e domandonmi danni e interessi, in modo che e' non basterebbon cento mia pari a sodisfare. Questo m'à messo in gran travaglio e fammi pensare dov'io mi troverrei, se 'l Papa mi mancassi, che non potrei stare in questo mondo. E questo è stato cagione che ò fatto scrivere, com'è detto. Ora io non voglio se non quello che piace al Papa: so che non vuole la mia rovina e 'l mio vituperio. Io ò visto qua l'allentare della muraglia, e veggo che le spese si vanno limitando publicamente, e veggo che per me si tiene una casa a San Lorenzo a pigione e la provigione mia ancora: che non sono piccole spese. Quando tornassi bene limitare anche queste e darmi licenzia che io potessi cominciare o qua o costà qualche cosa per la detta opera di Iulio, l'àrei molto caro; perchè io desidero uscire di quest'obrigo più che di vivere. Nondimeno non sono per partirmi mai dalla volontà del Papa, pure che io la intenda. Però io vi prego, inteso l'animo mio, che voi mi scriviate la volontà del Papa, e io non uscirò di quella: e pregovi l'abbiate da lui e da sua parte me la scriviate, per poter meglio e con più amore ubidire, e anche per potermi un dì, quando acadessi, con le vostre lettere giustificare.

Altro non m'acade. Se non so scrivere quello che voi saprete intendere, non vi maravigliate, che ò perduto el cervello intieramente. Voi sapete l'animo mio: saprete quello di chi s'à a ubidire. Rispondete, ve ne priego. A dì primo di novembre 1526.

Vostro Michelagniolo scultore a San Lorenzo in Firenze.

Archivio Buonarroti. Di Firenze, 10 di novembre 1526.

CDIV.

(A Giovanni Spina in Firenze).

Giovanni. — A me pare che si dia licenzia a Piero Buonacorsi, perchè qui non è più di bisognio. Se voi lo volete tenere per fargli questo bene, tenetelo quanto a voi pare. Io ve lo scrivo, perchè io non voglio essere quello che lo tenga, nè quello che gitti via e' danari del Papa, come è stato detto. Però vi prego l'avisiate, quant'è più presto, meglio, acciò che e' pensi a' casi sua: che e' non s'abbi poi da dolere, non gniene avendo fatto intendere.[361]

Vostro Michelagniolo a voi si racomanda.