Andrea mio caro. — Io vi scrissi circa un mese fa com'io avevo fatto vedere e stimare la casa, e per quanto la si poteva dare in questi tempi: e scrissivi ancora che io non credevo che voi la trovassi da vendere; perchè avend'io a pagare per la mia cosa di Roma[369] dumila ducati; che saranno tremila con certe altre cose; ò voluto, per non restare ignudo, vendere case e possessione, e dare la lira per dieci soldi: e non ò trovato e non truovo. Però credo sare' meglio indugiare, che gettare via.

Archivio Buonarroti. Di Firenze, (1 di gennaio 1533).

CDXI.

(A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma).

Inconsideratamente, messer Tomao signor mio carissimo, fui mosso a scrivere a vostra Signoria, non per risposta a alcuna vostra che ricievuta avessi, ma primo a muovere, come se creduto m'avesse passare con le piante asciutte un picciol fiume, overo per poca aqqua un manifesto guado. Ma poi che partito sono dalla spiaggia, non che picciol fiume abbi trovato, ma l'oceano con soprastante onde m'è apparito innanzi; tanto che se potessi, per non esser in tutto da quelle sommerso, alla spiaggia ond'io prima parti', volentieri mi ritornerei. Ma poi che son qui, faréno del cuor rocca e anderéno inanzi: e se io non àrò l'arte del navicare per l'onde del mare del vostro valoroso ingegno, quello mi scuserà, nè si sdegnierà del mio disaguagliarsigli, nè desiderrà da me quello che in me non è: perchè chi è solo in ogni cosa, in cosa alcuna non può aver compagni. Però la vostra Signoria, luce del secol nostro unica al mondo, non può sodisfarsi di opera d'alcuno altro, non avendo pari nè simile a sè. E se pure delle cose mia, che io spero e prometto di fare, alcuna ne piacerà, la chiamerò molto più avventurata che buona; e quand'io abbi mai a esser certo di piacere, come è detto, in alcuna cosa a vostra Signoria, il tempo presente, con tutto quello che per me à a venire, donerò a quella: e dorràmi molto forte non potere riavere il passato, per quella servire assai più lungamente, che solo con l'avenire, che sarà poco, perchè son troppo vechio. Non ò altro che dirmi. Leggiete il cuore, e non la lettera, perchè «la penna al buon voler non può gir presso.»

Ò da scusarmi che nella prima mia mostrai maravigliosamente stupir del vostro peregrino ingegnio, e così mi scuso, perchè ò conosciuto poi in quanto errore i' fui; perchè quanto è da maravigliarsi che Dio facci miracoli, tant'è che Roma produca uomini divini. E di questo l'universo ne può far fede.

Archivio Buonarroti. Di Firenze, 1 di gennaio (1533).

CDXII.

(A messer Tommaso de' Cavalieri in Roma).[370]

Molto inconsideratamente mi missi a scrivere a vostra Signoria e fui il primo prosuntuoso a muovere, come se per risposta d'alcuna di quella, per debito l'avessi a fare; e tanto più ò dipoi conosciuto l'error mio, quanto ò letta e gustata, vostra mercè, la vostra; e non che appena mi parete nato, come in essa di voi mi scrivete, ma stato mille altre volte al mondo: e io non nato, o vero nato morto mi reputerei, e direi in disgrazia del cielo e della terra, se per la vostra non avessi visto e creduto vostra Signoria accettare volentieri alcune delle opere mie: di che n'ò auto maraviglia grandissima e non manco piacere: e se è vero che quella così senta di dentro, come di fuora scrive, di stimare l'opere mie; se avviene che alcuna ne facci come desidero, che a lei piaccia, la chiamerò molto più avventurata che buona. Non dirò altro. Molte cose alla risposta conveniente restano, per non vi tediare, nella penna, è perchè so che Pierantonio apportatore di questa saprà e vorrà suprire a quello che io manco. A dì primo per me felice di gennaro.