Museo Britannico. Di Roma, (dell'ottobre 1542).
CDXXXIV.
A messer Luigi del Riccio.
Messer Luigi, amico caro. — Io son molto sollecitato da messer Pier Giovanni[398] al cominciare a dipigniere: come si può vedere, ancora per quattro o sei dì non credo potere, perchè l'aricciato non è secco in modo che si possa cominciare. Ma c'è un'altra cosa che mi dà più noia che l'aricciato, e che non che dipigniere, non mi lascia vivere; e questa è la retificagione che non viene, e conosco come m'è date parole, in modo che io sono in gran disperazione. Io mi son cavato del cuore mille quattro cento scudi, che m'àrebbon servito sette anni a lavorare, che avrei fatto dua sepulture non che una: e questo ò fatto per potere stare in pace, e servire il Papa con tutto il cuore. Ora mi truovo manco i danari e con più guerra e afanni che mai. Quello che ò fatto circa i detti danari, l'ò fatto col consenso del Duca, e col contratto della liberazione; e ora che io gli ò sborsati, non vien la retificagione: in modo che si può molto ben vedere che significa questa cosa, senza scriverlo. Basta, che per la fede di trentasei anni, e per essersi donato volontariamente a altri, io non merito altro: la pittura e la scultura, la fatica e la fede m'àn rovinato, e va tuttavia di male in peggio. Meglio m'era ne' primi anni che io mi fussi messo a fare zolfanelli, ch'i' non sarei in tanta passione! Io scrivo questo a vostra Signoria, perchè come uno che mi vuol bene e che à maneggiata la cosa e sanne il vero, la farà intendere al Papa, acciò che e' sappi che io non posso vivere non che dipigniere: e se ò dato speranza di cominciare, l'ò data con la speranza della detta retificagione; che è già un mese che ci aveva a essere. Non voglio più stare sotto questo peso, nè essere ogni dì vituperato per giuntatore da chi m'à tolto la vita e l'onore. La morte o 'l Papa solo me ne posson cavare.
Vostro Michelagniolo Buonarroti.
Biblioteca Nazionale di Firenze. Di Roma, ( d'ottobre 1542).
CDXXXV.[399]
A Monsignore....................
Monsignore. — La vostra Signoria mi manda a dire che io dipinga, et non dubiti di niente. Io rispondo, che si dipinge col ciervello et non con le mani; et chi non può avere il ciervello seco, si vitupera: però fin che la cosa mia non si acconcia, non fo cosa buona. La retificagione dell'utimo contratto non viene; e per vigore dell'altro, fatto presente Clemente,[400] sono ogni dì lapidato come se havessi crocifixo Cristo. Io dico che detto contratto non intesi che fussi recitato presente papa Clemente, come ne ebbi poi la copia: et questo fu, che mandandomi il dì medesimo Clemente a Firenze, Gianmaria da Modena[401] imbasciadore fu col notaio, et fecielo distendere a suo modo; in modo che quand'io tornai, e che io lo riscossi, vi trovai su più mille ducati che non si era rimasto; trova'vi su la casa dov'io sto, et cierti altri uncini da rovinarmi; che Clemente non gli àre' sopportati: et frate Sebastiano ne può essere testimonio, che volse che io lo faciessi intendere al Papa, e fare appiccare il notaio: io non volsi, perchè non restavo obrigato a cosa ch'io non l'avessi potuta fare, se fussi stato lasciato. Io giuro che non so d'avere avuti i danari che detto contratto dicie, et che disse Gianmaria che trovava che io havevo havuti. Ma pogniamo che io li abbia havuti, poi che io gli ò confessati, et che io non mi posso partire dal contratto, e altri danari, se altri se ne trova, e faccisi una massa d'ogni cosa, e vegasi quello ch'ò fatto per papa Iulio a Bologna, a Firenze e a Roma, di bronzo, di marmo e di pittura, et tutto il tempo ch'io stetti seco, che fu quanto fu Papa; et vegasi quello che io merito. Io dico che con buona coscienza, secondo la provisione che mi dà papa Pagolo, che dalle rede di papa Iulio io resto avere cinquemilia scudi. Io dico ancora questo: che (se) io ò avuto tal premio delle mie fatiche da papa Iulio, mie colpa, per non mi essere saputo governare; che se non fussi quello che m'à dato papa Pagolo, io morrei oggi di fame. E secondo questi imbasciadori, e' pare che e' mi abbi aricchito, et che io abbi rubato l'altare: e fanno un gran romore: et io saprei trovar la via da fargli star cheti, ma non ci sono buono. Gianmaria imbasciadore a tempo del Duca vechio,[402] poi che fu fatto il contratto sopradetto, presente Clemente, tornando io da Firenze, e cominciando a lavorare per la sepultura di Iulio, mi disse se io volevo fare un gran piacere al Duca, che io m'andassi con Dio, che non si curava di sepultura, ma che avea ben per male che io servissi papa Pagolo. Allora conobbi per quel che gli avea messa la casa in sul contratto: per farmi andare via et saltarvi dentro con quel vigore: sì che si vede a quel che ucciellano, e fanno vergogna a' nimici, a' loro padroni. Questo che è venuto adesso,[403] ciercò prima quello ch'io avevo a Firenze, che e' volessi vedere a che porto era la sepultura. Io mi truovo aver perduta tutta la mia giovineza, legato a questa sepultura, con la difesa quant'ò potuto con papa Leone e Clemente; et la troppa fede non voluta conosciere m'à rovinato. Così vuole la mia fortuna! Io veggo molti con dumila e tremila scudi d'entrata starsi nel letto, et io con grandissima fatica m'ingiegno d'impoverire.
Ma per tornare alla pittura, io non posso negare niente a papa Pagolo: io dipignerò malcontento e farò cose malcontente. Ò scritto questo a vostra Signoria, perchè quando accaggia, possa meglio dire il vero al Papa; et anche àrei caro che il Papa l'intendessi, per sapere di che materia tiene questa guerra che m'è fatta. Chi à intendere, intenda.