CDXCII.
(A Pier Filippo Vandini a Casteldurante).
Magnifico messer Pier Filippo.[504] — Per risposta della vostra lettera delli X del presente, vi dico che ancora io ò parere da' dottori, che essendo vero che la casa non per fondo dotale, ma per estimo di 500 fiorini sia stata consegnata alla Cornelia,[505] ella non è obligata a repigliarse la casa; ma può avere li danari s'ella vuole. Ma perchè mi pare di conoscere, che la Cornelia vorrebbe stare in casa et avere li 500 fiorini et pigliarsi forse le migliore terre che possedono costì cotesti poveri pupilli; essendo in questo, al parere mio, poco amorevole madre; mi pare che doviamo per debito nostro operare di modo, che le robbe delli pupilli non siano delapidate: et però forse sarebbe bene di vedere se la casa si potesse vendere 500 fiorini, et se fosse possibile 800, come intendo che vale, et in effetto quel maggior prezzo che si possesse; considerando che, avendosi alienare beni stabili, sia molto meglio per li pupilli alienare la casa che li campi, che pigliare li denari del Monte, che tuttavia guadagnano et aumentano, atteso massime che li pupilli per tre o quattro scudi l'anno averanno a pigione una buona casa, et non verranno alienare le cose più fruttifere: et forse la Cornelia, come intenderà che volete vendere la casa, muterà fantasia et si risolverà a pigliare la casa, non le riuscendo quei disegni et pensieri che ella à fatto. Et questo è il mio parere, rimettendomi sempre alla prudenza et amorevolezza vostra, che siete in fatto, possete molto meglio giudicare et consigliarvi che io non posso fare io: e mi sarìa anco caro se vi paresse che avanti si inovasse altro, voi, come cortesemente mi offerite, veniste a Roma, et ci abbocassimo insieme, perchè meglio ci intenderemo, meglio ci risolveremo, et meglio darimo forma alle cose di cotesti poveri orfanelli. Vi prego dunque con tutto il cuore, che quanto prima vi tornerà bene, noi facciamo questo abbocamento. Et con tutto il cuore mi racomando a voi et alli pupilli. Di Roma il dì....[506]
Archivio Buonarroti. Di Roma, 13 di settembre 1560.
CDXCIII.[507]
All'Illustrissimo e Reverendissimo Signore et Padrone Colendissimo il signor Cardinale di Carpi.
Illustrissimo et Reverendissimo Signore et Padrone mio colendissimo. — Messer Francesco Bandini[508] mi à detto ieri che vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima gli disse che la fabbrica di San Pietro non poteva andar peggio di quello che andava: cosa che mi è molto veramente doluta, sì perchè ella non è stata informata del vero, come ancora che io, come io debbo, desidero più di tutti gli altri uomini che la vadi bene. Et credo, s'io non mi gabbo, poterla con verità assicurare, che, per quanto in essa ora si lavora, la non potrebbe meglio passare. Ma perciochè forse il proprio interesse et la vechieza mi possono facilmente ingannare, et così contra l'intenzione mia far danno o pregiudizio alla prefata fabbrica; io intendo, come prima potrò, domandare licenza alla Santità di nostro Signore: anzi, per avanzar tempo, voglio supricare, come fo, vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima, che sia contenta liberarmi da questa molestia, nella quale per li comandamenti de' Papi, come ella sa, volentieri so' stato gratis già 17 anni. Nel qual tempo si può manifestamente veder quanto per opra mia sia stato fatto nella suddetta fabbrica. Tornandola efficacemente a pregare di darmi licenza, che per una volta non mi potrebbe far la più singulare grazia. Et con ogni reverenza, umilmente bascio la mano a vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima.
Di Casa, in Roma il dì 13 di settembre nel LX.
Di vostra Signoria Illustrissima et Reverendissima.
Umile servo
Archivio Buonarroti. Di Roma, (del novembre 1561).