[19.] Pubblicata in parte dal Grimm, Op. cit., pag. 702.
[20.] Intendi la pittura della vôlta della Cappella Sistina.
[21.] Jacopo detto l'Indaco fu uno de' pittori chiamati da Michelangelo a Roma, perchè gli mostrassero il modo del lavorare in fresco. Questo Jacopo, di cui scrive il Vasari, fu figliuolo di Domenico di Stefano Rossegli: nacque nel 1466, e morì l'8 di maggio del 1530. Fra i Ricordi di Michelangelo nell'Archivio Buonarroti è la bozza de' patti a' pittori che sarebbero andati a Roma per detto effetto; essa dice così: Pe' garzoni della pittura che s'ànno a far venire da Fiorenza, che saranno garzoni cinque, ducati venti d'oro di Camera per uno: con questa condizione, cioè, che quando e' saranno qua, e che saranno d'accordo con esso noi, che i detti ducati venti per uno che gli àranno ricevuti, vadino a conto del loro salario; incominciando detto salario il dì che e' si partono da Fiorenza per venire qua. E quando non sieno d'accordo con esso noi, s'abbi a esser loro la metà di detti danari per le spese che àranno fatto a venire qua e per il tempo.
[22.] Con contratto del 5 giugno 1501, Michelangelo s'era obbligato col cardinale Francesco Piccolomini di Siena, che fu poi papa Pio III, di scolpire quindici statue di marmo per la sua cappella nel Duomo senese. Tra le condizioni del contratto l'una era, che il Cardinale prestava a Michelangelo cento ducati d'oro in oro larghi, i quali egli avrebbe scontati nelle tre ultime figure. Ma non avendo finito il lavoro, Michelangelo restava tuttavia debitore cogli eredi del Cardinale di que' cento ducati, nè gli pagò se non negli ultimi anni della sua vita. Il contratto di questa allogazione è pubblicato a pagina 19 del tomo III de' Documenti per la Storia dell'Arte Senese, raccolti ed illustrati dal dottor Gaetano Milanesi. Siena, per Onorato Porri, 1856, in-8º.
[23.] Pubblicata dal Grimm, Op. cit., pag. 705.
[24.] La vôlta della Cappella Sistina cominciata a dipingere il 10 di maggio 1508, come si ha da un Ricordo di Michelangelo, fu scoperta dopo diciassette mesi e venti giorni di lavoro, la mattina d'Ognissanti del 1509.
[25.] Fino dal tempo che Michelangelo cominciò in Roma la sepoltura di papa Giulio, egli era tornato in una casa avuta dal Papa, della quale pagava la pigione e dove lavorava i marmi fatti condurre per quell'opera da Carrara. Ma per la nuova convenzione stipulata agli 8 di luglio del 1516, tra il Buonarroti e gli esecutori testamentari di papa Giulio, fu concesso a Michelangelo di abitare quella casa gratuitamente, per nove anni (che tanti doveva durare quel lavoro fino all'ultima sua perfezione), cominciando dal 1513, ossia dal tempo che per conto della detta sepoltura fu stipulata la seconda convenzione, la quale restò annullata colla nuova. Nel cui transunto scritto in volgare dalla mano stessa di Michelangelo, la casa è così descritta: Una chasa con palchi, sale, chamere, terreni, orto, pozzi, e sui altri habituri, posta in Roma in nella regione di Treio (Trevi) apresso alle cose di Ieronimo Petrucci da Velletri, apresso alle cose di Pietro de' Rossi, dinanzi la via pubblica, adpresso a Santa Maria del Loreto: confini dirieto, apresso le cose delli figlioli di messer Carlo Crispo, apresso le cose di messer Pietro Paluzzi, e la via pubblica dirieto risponde la piaza di San Marco. Il suo possesso fu poi contrastato a Michelangelo, quando nel 1525 e nel 1542 furono stipulati nuovi contratti con Francesco Maria e Guidobaldo duchi di Urbino.
[26.] Buonarroto indugiò più che non desiderava Michelangelo a pigliar moglie, perchè solamente nel 1516 sposò la Bartolomea di Ghezzo della Casa con dote di 500 fiorini di suggello, da lui confessata a' 19 di maggio del detto anno per strumento rogato da Ser Andrea Caiani.
[27.] Scultore da Settignano, che poi lavorò nella Sagrestia nuova di San Lorenzo. Morì nel 1551.
[28.] Parla della sepoltura di papa Giulio.