Una permissione del ministero degli affari interni mi die' adito al regio archivio di Napoli: ove trovai molta cortesia in quanti reggono questo prezioso stabilimento, e in particolare nell'erudito professore signor Michele Baffi, capo dell'uficio al quale appartengono i diplomi svevi e angioini.
[2] Così scrivo non ignorando pure che alcuno abbia voluto veder concessioni feudali in tempi più rimoti; fantasie, come giudica il di Gregorio, non solidi ragionamenti. D'altronde è da distinguere feudalità da aristocrazia. Questa, dove più, dove meno, fu a un di presso in tutti gli stati. La feudalità nacque, come sa ognuno, dallo stabilimento de' barbari settentrionali, e fu un particolare modo di governo di ottimati misto di monarchia.
[3] Chiamerò così, secondo l'uso comune, la dinastia degli Hohenstauffen, duchi di Svevia.
CAPITOLO II.
Papa Innocenzo perseguita Corrado; e alla morte di lui occupa le province di terraferma, e turba la Sicilia. Repubblica in Sicilia. Manfredi ristora l'autorità regia; e l'usurpa. A spegner lui, la corte di Roma pratica con Inghilterra e con Francia. In fine concede i reami a Carlo conte di Angiò. Passata di Carlo in Italia. Manfredi è rotto, e morto a Benevento. Carlo prende il regno—Dall'anno 1251 al 1266.
Alla morte di Federigo, pronto il pontefice assurse a schiantar d'Italia l'emula casa sveva. E l'invidia dell'impero tenuto lungamente da quella; e 'l sospetto della possanza che traea di Sicilia e Puglia, valser tanto in Lamagna, rincalzati delle romane arti, che Corrado figliuol di Federigo, ancorchè eletto re de' Romani, fu escluso dall'imperial seggio. A torgli i domini meridionali, papa Innocenzo rifaceasi a gridare ai popoli libertà; suscitava i baroni; esortava i vescovi e 'l clero, bandiva la remissione delle peccata a chi si levasse in arme per la corte di Roma; per brevi, per legati, ad ogni ordine d'uomini promettea pace, e godimento di tutte lor franchige sotto la protezion della Chiesa: istigazioni tentate indarno sul fin del regno di Federigo. Pur lo zelo de' Ghibellini d'Italia, e la virtù di Manfredi, bastardo dell'imperatore[1] e non tralignante dal paterno animo, fecero che Corrado, spenti i nemici del suo nome, regnasse alfine dal Garigliano al Lilibeo. Poc'oltre due anni regnò, che da morte fu colto: lasciando di sè un sol bambino per nome Corrado, cui disser poscia Corradino, perchè uscito appena di fanciullo, brillò e fu morto. Raccomandavalo il padre, com'orfanello {12} e innocente, alla paternale carità del pontefice; e questi più furiosamente che prima riassaltava i reami suoi con seduzioni ed armi[2].
Prontissima tal foco trovò l'esca, per l'odio partorito agli Svevi, e al principato con essi, da quella lor dominazione avara e rigida, spesso anco crudele, e testè esacerbata nei contrasti all'avvenimento di Corrado. I baroni tendeano a scatenarsi, pe' vizi radicali della feudalità e i mali esempi di fuori. Increscea il freno alle maggiori città, aspiranti alle franchige di Toscana e di Lombardia, delle quali avean preso vaghezza per gli spessi commerci con l'Italia di sopra, e per sentirsi forti anch'esse di sostanze e di popolo, e ravvivate della virtù delle lettere e de' leggiadri esercizi, che fioriron sotto Federigo. Inoltre eran use al municipal reggimento, avanzo di più felici tempi, non dileguato dalla romana conquista, nè sotto l'impero, nè forse anco per la saracena dominazione; il qual reggimento provvedendo alla più parte de' bisogni pubblici, alla libertà politica non restava che un passo. E suol sempre all'autorità dello stato incerta o vacillante sottentrar la municipale, che più si avvicina alla semplicità de' naturali ordini del vivere in comunanza, e i popoli, come cosa {13} propria, l'odian manco. Però in tanto scompiglio ne crebbe la riputazione delle municipalità, e con essa la brama dello stato libero. La quale fors'era più viva in Sicilia che in terraferma, per lo numero delle città grosse, e i meglio raffrenati baroni[3]. {14}
Spiegò Innocenzo in tal punto il vessillo della Chiesa, correndo l'anno milledugentocinquantaquattro; occupò Napoli con l'esercito; mandò oratori e frati a sollevare i {15} popoli per ogni luogo: ed era il re in fasce in Lamagna; il reggente straniero e dappoco; Manfredi senza forze, nè dritto alla corona. Andaron sossopra dunque i reami: chi si trovò presso al potere li die' di piglio, dove a nome del re, del papa, del comune, e dove di niuno. Quindi a poco a poco surse Manfredi, praticò col papa, e pugnò; e morto a Napoli Innocenzo, e rifatto pontefice Alessandro IV, gioviale, dice una cronaca[4], rubicondo, corpulento, non uomo da sostenere i disegni del fiero antecessore, lo Svevo, savio e animoso, a ripigliar lo stato si condusse. Ma perchè l'anarchia avea preso in Sicilia le sembianze di repubblica, e fu questo lo esempio agli ordini che gridavansi poi nel riscatto del vespro, io narrerò questo avvenimento il più largamente che si possa su le scarse memorie de' tempi.
Sedea vicerè in Sicilia da molti anni, e governava sì le Calabrie, Pietro Rosso o Ruffo. L'imperator Federigo da vil famigliare l'avea levato a' sommi gradi, com'avviene in corte a' più temerari e procaccianti. Pensò Corrado che per opera di costui gli fosse rimasa in fede la Sicilia nei turbamenti desti alla morte di Federigo; onde il fe' conte di Catanzaro, gli prolungò il governo, e crebbegli la baldanza: chè superbamente ei reggeva, a nome del re, a comodo proprio; fattosi trapotente per dovizie e clientela, da osar disubbidire a faccia scoperta lo stesso monarca. Pertanto alla morte di Corrado, a' rivolgimenti che seguitarono, duravane i primi impeti il conte di Catanzaro, e una certa autorità mantenea, non ostante quell'universale pendio alla repubblica; non contrastandolo, ma temporeggiandosi, e procacciando in vista gl'interessi de' popoli. Anzi con la solita audacia, nel torbido aspirò a cose maggiori. Come papa Innocenzo caldamente i Siciliani istigava {16} a gridare il nome della Chiesa, e allettava Messina con le vecchie lusinghe di privilegi, il vicerè intrigossi con gl'inviati delle città di Sicilia a trattare col papa; proponea, rifiutava patti; e mandò al papa con gli ambasciadori di Messina, e col vescovo di Siracusa, un suo nipote; tramando sottomano farlo re di Sicilia, che dal pontefice la tenesse, e pagassegli il censo. Gonfio di questi pensieri, quando Manfredi risurto a Lucera chiamavalo all'antica obbedienza, non assentì il conte che ad una confederazione con reciproci patti. E fidavasi tra 'l principato, il pontefice, e 'l popolo traccheggiar sì maestro, che dell'un contro l'altro s'aiutasse a' propri disegni.
Ma perchè non è felice poi sempre l'inganno, costui non valse a raggirare a lungo le siciliane città: e porse egli stesso l'occasione a prorompere; perchè volendo coprirsi con le sembianze della legittimità, finchè non fosse matura l'usurpazione, battè moneta a nome di Corrado secondo; ch'era un disdir netto la repubblica. Spezzata allora con esso ogni pratica, le città gridaron repubblica sotto la protezion della Chiesa: prima a ciò Palermo; seconda Patti, mossa dal vescovo; ed altre terre seguitaronle. Il vicerè spacciava ambasciatori a Palermo, ed eran respinti; vedea le città dell'Etna levarsi tutte, e con esse Caltagirone, che pose a guasto e a sacco i vicini poderi della corona; non restava che a tentare la forza. Raccolto dunque di Messinesi, e di quanti rimaneangli in fede un grosso di genti, il vicerè assalisce Castrogiovanni, che tentennava; e, dubbiamente difesa, la espugna. Ma quel dì medesimo Nicosia sollevasi, e poco stante molte altre terre; fino i Messinesi dell'esercito levavano in capo: una stessa brama avea preso i Siciliani tutti, nè bastava a trattenerli il veleno delle divisioni municipali. In tal disposizione d'animi, un picciolo intoppo die' il tracollo al conte di Catanzaro. Appena ributtato da uno assalto ad Aidone, {17} le genti sue stesse il costrinsero a tornarsi a Messina; e trovò a Messina una congiura, per disperder la quale invano affrettossi a entrare in città, invano fe' sostenere in palagio Leonardo Aldighieri[5] e parecchi altri cittadini de' quali più temea. Infellonisce il popolo; ridomanda gl'imprigionati; e ottenutili non s'acqueta, ma reca Leonardo in trionfo; capitan del popolo il grida; «Viva il comune, fuori il vicerè!» con lui fermansi i patti, che dia alcune castella in sicurtà, e libero sen vada con l'avere e la famiglia. Così fu scacciata l'ultim'ombra della regia autorità. Partitosi il conte, il popolo saccheggiò le sue case; ed ei, non osservati gli accordi, attese in Calabria ad affortificarsi. Ma quivi lo inseguiano le armi di Messina; imbatteasi ancora in quelle di Manfredi: e, com'e' meritava, cacciato dalle une e dalle altre, vagando senza aiuto nè consiglio, rifuggiasi in fine vergognosamente alla corte del papa.