La Sicilia intanto senz'altri ostacoli alla bramata condizione si condusse. Messina affratellata nel comun brio, diessi tutta, come città rigogliosa, alle virtù e ai vizi delle italiane repubbliche. Volle un podestà straniero; al quale uficio primo chiamò Iacopo de Ponte, romano. Presa poi dalla sete delle conquiste, assalse e spianò Taormina, ricusante d'ubbidirle; in Calabria occupò molti luoghi, e tenne vivo il suo nome. E Palermo sospinta dagli stessi umori, occupava il castel di Cefalù, e certo anco alcun'altra terra di mezzo. Ma, quel che più rileva, intesa all'universale ordinamento, avea già mandato oratore al papa a Napoli un Iacopo Salla, ad annunziare il reggimento a comune sotto la protezion della Chiesa, assentito dall'isola {18} tutta. Incontanente il papa spacciò vicario Ruffin da Piacenza, de' frati minori: il quale era a grandissimo onore raccolto in Palermo, in Messina, e per ogni luogo, e onorato con feste popolaresche; al venir suo tripudianti gli si feano incontro cittadini, e sacerdoti, e vecchi, e fanciulli; di palme e di rami d'ulivo spargeangli il sentiero, come a liberator del paese; tutti si inebriavan di gioia e di speranza nel nuovo stato. Richiamaronsi allora un conte Guglielmo d'Amico, un Ruggiero Fimetta, ed altri Siciliani usciti fin da' tempi dell'imperator Federigo, per umori guelfi, o di libertà. Libertà gridavan tutti: le città, terre, e castella si strinsero con patti reciproci: e su questa confederazione il vicario pontificio comandava nel nome della Chiesa. Così intorno a due anni si visse in Sicilia, dal cinquantaquattro al cinquantasei. In Puglia e in Calabria, nel medesimo tempo, fu più contrastata la dominazione tra i principi, che bramata dai popoli la libertà; perchè men disposti v'erano che que' di Sicilia, e il papa, e Manfredi, ambo vicini, a vicenda sforzavanli a ubbidire.
E ciò sol si ritrae dagli storici de' tempi. Quali fossero gli ordini delle novelle repubbliche di Sicilia, se popolani, se misti d'oligarchia, ne è ignoto. Forse nessuno ben saldo se ne statuì; forse come i cittadini adunati a consiglio, deliberavano per l'addietro su i negozi municipali, come i maestrali per l'addietro li amministravano, fecesi allora in tutte le altre parti del governo. I vincoli scambievoli delle città, i limiti dell'autorità del papa e del legato, i consigli pubblici che a questo fosser compagni, non ricorda la istoria; se non che abbiam documenti di concessioni feudali in Sicilia, fatte dal papa a baroni parteggianti per esso; la qual cosa dimostrerebbe piuttosto la confusione o l'usurpazione dei poteri pubblici, che l'esercizio di quelli a buon dritto stabiliti. Nè alcuno scrittore ci ha tramandato {19} in che stato rimanessero i feudatari; ma li veggiamo quale appigliarsi di gran volontà a questa novazione, e quale ubbidirla tacito e torvo, aspettando tempo; talchè è manifesto, che gli umori guelfi e ghibellini divideano già il sicilian baronaggio. Mezz'anarchia fu quella, e imperfetta lega di feudatari forti e parteggianti, di città aduggiate dalle radici dell'aristocrazia e del principato; e debolmente il nome della Chiesa li rannodava. Potea il tempo consolidar quello stato, al par delle italiane repubbliche; ma il principato repente risorto lo spense. E dalle novazioni i popoli voglion frutto più prestamente che la natura non porta; e delusi gittansi allo estremo opposto; l'invidia morde i privati; la parte che ama gli ordini vecchi rimbaldanzisce. Questo in Sicilia seguì. Risorgea Manfredi in terraferma; la parte pontificia mancava; trionfava in fine la sveva. A ciò levaronsi i feudatari, che per costume, interesse e orgoglio teneano, la più parte, pel re; i repubblicani si sgomenarono; e sì rapido fu il precipizio, che pochi anni appresso, repubblica di vanità l'appellava Bartolomeo di Neocastro.
Ondechè mentre Federigo Lancia riducea le Calabrie con un esercito per parte sveva, un altro se n'accozzò di feudatari in Sicilia. Arrigo Abate con esso entrò in Palermo; e imprigionò il legato del papa, e quanti parteggiavano per lo stato libero. Corse per l'isola poi vittorioso; ruppe a Lentini Ruggiero Fimetta, principal sostenitore della repubblica, o de' feudi che per tal riputazione gli avea largamente dato papa Alessandro: ma a Taormina trovò Arrigo assai duro il riscontro; e si bilanciavan le sorti, se non era per la rotta che toccarono i Messinesi in Calabria. Perocchè l'esercito loro, grosso di cavalli e di fanti, osteggiando in quelle province i manfrediani, fu colto con improvvisa fazione da Lancia, quando saccheggiata Seminara sbadatamente movea per lo pian di Corona; e attenagliato {20} tra due schiere, e con grande uccisione fu sbaragliato. Federigo Lancia a questa vittoria insignoritosi al tutto della Calabria, minacciava Messina, e con sue pratiche fomentava per Sicilia tutta la parte regia. Prevalendo questa dunque in Messina, nè restando armi alla difesa, il podestà, per dappocaggine o necessità, si fuggia; rinnalzavasi il vessillo svevo; arrendeasi a Lancia la città. Pugnaron ultime per la libertà Piazza, Aidone, e Castrogiovanni, e furono soggiogate[6]. Così Manfredi tutti ridusse i popoli e di {21} terraferma, e dell'isola; e breve tratto per Corradino regnò. Poi lo scettro ripigliato col valor suo, render nol seppe a un fanciullo; diè voce che questi fosse morto in Lamagna; e creduto o non creduto, com'erede solo di Federigo, incoronossi in Palermo a dì undici agosto milledugentocinquantotto.
E fortemente regnò Manfredi; e placar non potendo a niun patto la corte di Roma, disperatamente la combattea. Si fe' capo dei Ghibellini: rinnalzolli in Lombardia; fomentolli in Toscana; in Roma stessa ebbe seguito, la quale non sottomessa per anco ai pontefici, e reggendosi per un senatore, avea chiamato nuovamente a questo uficio Brancaleone, uomo di alto animo, che si era, per comunanza di nimistà, col ghibellino re collegato. Per le quali cose, non bastando ormai la romana corte alla tenzone, affrettossi a compiere un antico disegno. Già fin dalla morte del secondo Federigo, papa Innocenzo, perchè non sentia nel sacerdotale braccio tanto vigore da regger Sicilia e Puglia, nè troppo affidavasi in su quegli umori repubblicani, avea cercato in ponente chi conquistasse con armi proprie lo stato, e con nome di re dalla Chiesa tenesselo in feudo, e pagassele censo, e servigio militare le prestasse. Così innalzato avrebbe in Italia un possente capo di parte guelfa, {22} e campion della Chiesa. Donde, mentr'ei qui chiamava i popoli a libertà, mercatavali come gregge, prima con Riccardo conte di Cornovaglia, fratel del terzo Arrigo d'Inghilterra; poi con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratel di Lodovico IX di Francia; e in fine col fanciullo Edmondo, figliuolo del medesimo Arrigo. Autentiche ne restano le bolle d'Innocenzo e dei successori suoi, le epistole dei re, che queste pratiche rivelan tutte, dalla romana corte per sedici anni condotte a cauto passo, quand'ira o terrore non la stimolavano. E indefessa con brevi o legati a sollecitare i principi, tirare a sè i cortigiani, promettere di ogni maniera indulgenze, sparnazzare le decime ecclesiastiche di cristianità tutta alla occupazione di Sicilia e Puglia, a questo bandir la croce, a questo commutare i voti presi da re e da popoli per la sacra guerra di Palestina. Spesso tra coteste pratiche, la corte di Roma per bisogno di moneta, e necessità di difendersi o voglia d'occupare alcuna provincia di Puglia, accattava danari con sicurtà su i beni delle chiese d'oltremonti; e que' prelati sforzava a soddisfarli; ai riluttanti mostrava la folgore delle censure. Alcuna volta prendeva a permutar la bolla d'investitura con somme assai grosse di danaro: poi la brama più forte di abbatter Manfredi, rimaner la facea da cotesti guadagni. A lungo tuttavia si differì l'impresa, come superiore alle forze di cui la trattava, e disperata quasi per la potenza e virtù di Manfredi.
Di gran volontà s'era accinto a questa guerra di ventura Arrigo, cupido dell'altrui, ma dappoco, e alla Gran Carta spergiuro, perciò contrariato e travagliato da quegli indomiti propugnatori delle libertà inglesi. Arrigo fermò i patti col papa, e la investitura s'ebbe per Edmondo suo, e le armi faceasi a preparare; ma a tanti atti ne venne arbitrari e stolti, e tanto increbbero in Inghilterra le esazioni di Roma, che il parlamento pria trattenne il re dall'impresa; {23} poi richiamandosi di questi e di mille altri torti, lo spogliò del governo, lo calpestò: e in aspre guerre civili s'avvolse il reame. Spezzavasi la pratica con Francia per niente simil cagione: chè quivi obbedienti i popoli, mite e non debole il re, d'alto animo, ristorator delle leggi, savio moderator del governo, e di pietà sì rara, che alla morte sua fu canonizzato tra' santi. L'occupazione straniera menomava la Francia in ponente; la usurpazione de' grandi feudatari dagli altri lati; insanguinata riposava appena da una crociata infelicissima; pur quello che più forte la distolse dalla siciliana impresa, fu l'animo del re, abborrente dal guerreggiar con cristiani, e dar di piglio nell'altrui. Però pertinacemente ricusava quel giusto: a lungo la romana corte si dondolava tra lui e l'Inglese, da forza rattenuto, non da coscienza. Ma quando vide costui prostrato, e sè stessa condotta agli estremi dai Ghibellini e da Manfredi, la romana corte, come disperata, adoprò tutt'arti a sforzar Lodovico. Drizzavasi a Carlo d'Angiò, e alla donna sua, che, sorella a tre regine, avrebbe dato la vita per cingersi un istante a fianco ad esse il diadema dei re[7]: e mostrava a quegli ambiziosi animi spianato ogni ostacolo, fuorchè l'ostinazione di Lodovico. Il papa indettò con vari accorgimenti tutt'uomo che più valesse a corte di Francia. Strinse il re dal lato più fiacco. Ammonivalo con lettere sopra lettere: non indurasse il suo cuore; esser ormai irriverente e {24} presuntuosa la ripulsa, e ch'ei laico dubbiasse a entrare in un'impresa chiarita onesta e giusta dal successore degli apostoli, e da' cardinali suoi. Pennelleggiava la Chiesa schiantata d'Italia per Manfredi, mezzo saracino, dissoluto tiranno; l'eresia pullulante; profanati i sacri tempî; manomessi vescovi e sacerdoti; spregiati gli anatemi; chiusa la via di Terrasanta finchè la Sicilia stesse ribelle al pontefice[8]. Così svolsero {25} all'impresa il re di Francia. Si trattavano insieme i patti della concessione, tra i quali il papa pretendeva il dominio non solo di Benevento e Pontecorvo co' loro contadi, ma quasi di tutta la regione ch'oggi comprendesi ne' distretti di Napoli, Pozzuoli, Caserta, Nola, Sora, Gaeta, e inoltre qua {26} e là per lo reame altre città e terre[9]: ma infine moderandosi da Roma il prezzo, Carlo comprò; e fu fermato il negozio con lo stesso Urbano IV; e per la sua morte, decretato solennemente da Clemente IV, francese, appena ei salì al pontificato. Urbano e Clemente seguivano entrambi l'antico studio della romana corte a mutare per lo meno in signoria feudale quell'uso di consiglio e di protezione negli affari temporali, ch'era divenuto quasi comando in vari reami cristiani; la qual signoria tentò prima in Inghilterra, poscia in Aragona, e più assiduamente su le italiane province a mezzogiorno del Garigliano. Clemente promulgò a venticinque febbraio milledugentosessantacinque la bolla, per la quale «il reame di Sicilia, e la terra che si stende tra lo stretto di Messina e i confini degli stati della Chiesa, eccetto Benevento,» furono conceduti a Carlo, in feudo dalla Chiesa, per censo di ottomila once di oro all'anno, e servigio militare al bisogno. Cento patti sottilissimi dettò il papa a vietare l'ingrandimento del re: che nè allo impero aspirasse, nè ad altra signoria in Italia, a sicurtà della {27} romana corte, la quale il volea possente sì, ma non da soverchiare lei stessa. Con ciò mutilati i dritti del principe nelle elezioni ai vescovadi e agli altri beneficî ecclesiastici; toltigli i frutti delle sedi vacanti; tolta ogni partecipazione nelle cause ecclesiastiche, e riserbatene le appellazioni a Roma; fermata la franchigia de' chierici dalle ordinarie giurisdizioni e dai tributi; e altre condizioni men rilevanti. Tra quegli squisiti accorgimenti di regno, si risovenne pur Clemente degli uomini del paese non suo che vendea: stipulò per loro i privilegi goduti già sotto Guglielmo II, il re più mite e giusto, e temperante dallo aver dei sudditi, che nelle siciliane istorie si registrasse[10].
A furia allor si misero in punto le armi, e gli armati per la guerra a Manfredi. Corsi erano ormai diciassette anni dalla sconfitta dell'esercito crociato: ridondava la Francia {28} di baroni, e cavalieri, e uomini d'arme, fastiditi del viver civile sotto le leggi, bramosi di operare, e di acquistar gloria e sustanze. Veniano di Fiandra per la cagione stessa altri guerrieri di ventura. Venian di Provenza, la quale appartenne negli antichi tempi al reame di Francia; spiccossene dietro la morte di Carlo Magno nel secol nono; fu feudo dello impero; poi, rompendo il debil freno, si resse {29} per suoi conti sovrani; ed or da Beatrice, ultima di quel sangue, era stata recata in dote a Carlo d'Angiò. Quell'acerba signoria, onde la Puglia poi pianse e la Sicilia insanguinossi, spaziavasi già in Provenza: fraude e forza aveano spogliato di lor franchige repubblicane Marsiglia, Arles, Avignone: tra cupida dell'altrui avere, e tremante del suo tiranno, correa Provenza alle armi per aggrandirlo. Smugneanla di danari Carlo e Beatrice; costei fino i suoi gioielli impegnò; altra moneta fornì re Lodovico; altra ne tolse in presto il conte d'Angiò da Arrigo di Castiglia, e da mercatanti e baroni. Così raggranellando di che provvedere ai preparamenti, si raccolsono i guerrieri, ai quali il bando della croce era pretesto, scopo l'acquisto: e venivano sotto la insegna di ventura dell'Angioino, chi condotto per soldo, chi conducendo del suo un picciol drappello, quasi messa di gioco o di commercio, per guadagnar poderi nell'assaltato reame. Sommavano a trentamila, tra cavalli e fanti: e però esercito lo appellano le istorie, non masnada di ladroni, congregati di là dei monti a riversarsi in Italia, a scannar per rubare, e comandar poi, e ribellione chiamar la difesa.
Per arrisicato viaggio di mare, schivando l'armata fortissima di Manfredi, Carlo con un pugno d'uomini venne in Italia: di giugno milledugentosessantacinque prese l'uficio di senator di Roma, assentitogli temporaneamente dal papa: d'autunno le sue genti, valicate le Alpi, non trovarono {30} riscontro nei Ghibellini d'Italia; dei quali chi fu compro, e chi tremò. E così la fortuna, che annulla d'un soffio gli umani consigli, volgea le spalle a Manfredi. Le divisioni d'Italia a lui nocquero fieramente, risorgendo i Guelfi a quelle novità; nocquegli la possanza della Chiesa; ma il voltabile animo de' suoi baroni fu che disertollo; e la mala contentezza dei popoli, causata dalle spesse e gravi collette, dal piover degli anatemi, dai mali tanti che la lotta con Roma avea partorito. Sdegno e necessità di assicurarsi, aveano cacciato innanzi Manfredi in tutto il tempo del suo regno; nè avea ascoltato i richiami de' popoli, che lunghi anni si sprezzano, ma suona un'ora alfine che morte ne scoppia e sterminio.
Quest'ora già rapiva Manfredi: e sentiala il grande, ma volle mostrare il volto alla fortuna. Tedeschi e Italiani accozzava, e quanti Pugliesi credea fedeli, e i Saraceni siciliani trapiantati in terraferma, che odiosi a tutti teneano a lui solo: e attendeva a ingrossare l'esercito, e temporeggiarsi col nemico, cui l'indugio era ruina. Correa rigidissimo il verno. Carlo d'Angiò con la regina, s'era incoronato già in Vaticano a dì sei gennaio del sessantasei: stringealo la diffalta di danari a vincer tosto, o sciogliere l'esercito. Ondechè difilato e precipitoso veniane, con un legato del papa, con aiuti de' Guelfi: e a Ceperano pria si mostrò; dove tradimento o codardia sgombravagli il passo del Garigliano[11], e per lieve avvisaglia schiudeagli {31} San Germano et Rocc'Arce; e valicar gli facea senza trar colpo il Volturno. Solo a Benevento si pugnò, a dì ventisei di febbraio, perchè v'era Manfredi, nè Carlo udir volle di pace. Pugnaron, dico, i Tedeschi, e i Saraceni di Sicilia; fuggiron gli altri; vinse con grande strage l'impeto francese. Allor Manfredi avventossi tra' nemici a cercar morte; e se l'ebbe. Tra mille cadaveri trovato il suo, gli alzarono i soldati nemici una mora di sassi; e poi pur quell'umile sepoltura gli negò l'odio del legato pontificio: e le ultime esequie dello eroe svevo, fur di gettarlo a' cani sulle sponde del Verde.
E Napoli fe' plauso al conquistatore: la ribellione, la rotta dello esercito, il fato del re, fecer piegare il resto di Puglia e di Calabria, e la Sicilia arrendersi; sol tenendo fermo que' Saraceni fortissimi in Lucera. Alla grossa partironsi i tesori del vinto, tra Carlo, Beatrice, e lor cavalieri: s'ebbono quei soldati di ventura, dignità e terre. E i popoli, che per mutar di signori rado mutano al meglio lor sorti, ne avean pure l'usata speranza; parendo che nella pace s'allevierebbero i tributi, ordinati a sostenere quella pertinacissima guerra contro la corte di Roma.