[1] Manfredi nacque di Federigo, e di una nobile donna della famiglia de' Lancia, che poi vicina al morire fu sposata dall'imperatore, divenuto già vedovo. Con questo alcuni pretendeano legittimare Manfredi.
[2] Scorrendo rapidamente i preliminari, e toccando punti istorici notissimi, io lascerò indietro le citazioni infino al cominciamento della dominazione angioina. Le noterò solo in alcun luogo più importante. Così è questo delle pratiche di papa Innocenzo a fomentare gli umori repubblicani in Puglia e in Sicilia. Esse ritraggonsi non solo dagli storici contemporanei, ma sì da' brevi del papa, dati a 24 aprile 1246—23 gennaio e 13 dicembre 1251—18 ottobre e 2 novembre 1254, recati da Raynald, Ann. eccl., negli anni rispettivi, §§. 11—2, 3, 4—63, 64. Quod vobis sicut gentibus coeteris aliqua provenirent solatia libertatis:—universitas vestra in libertatis et quietis gaudio reflorescat:—habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac illam iustissimam et delectabilem libertatem qua coeteri speciales Ecclesiæ filii feliciter et firmiter sunt muniti—queste e somiglianti son le frasi del papa.
[3] Il numero delle città grosse era considerevole in Sicilia, molto più che nel regno di Napoli, come io farò osservare in piè del Docum. II.
È da avvertire che il di Gregorio (Considerazioni su la storia di Sicilia, lib.2, cap. 7; lib. 3, cap. 5, e lib. 4, cap. 3) non sembra molto esatto nelle sue idee su l'importanza de' comuni siciliani, nei secoli duodecimo e decimoterzo. Forse i tempi sospettosi in cui scrisse questo valente uomo, l'indole morbida, i timori, le speranze, i riguardi di lui, ch'era istoriografo regio e prelato, lo portarono a presentare in tal guisa l'elemento democratico, se così può chiamarsi, dell'antica nostra costituzione. Sforzato dai molti documenti, egli accetta che alcune città avessero proprietà comunali, che le adunanze popolari deliberassero sopra alcuni negozi municipali, ed eleggessero alcuni officiali pubblici; accetta la tendenza, com'ei dice, pericolosissima delle nostre città alle forme repubblicane, e il sospetto che n'avea preso l'imperator Federigo, e le caute concessioni alle quali si mosse; e con tutto ciò, credendo commesso ad officiali regî il maneggio di faccende che piuttosto poteano appartenere a' magistrati municipali, conchiude assai frettolosamente, che infino a' tempi di Federigo imperatore non v'ebbero in Sicilia forme municipali propriamente dette; che quegli ne creò un'ombra; e che i comuni non presero stabilità e forza che ai tempi aragonesi. Io credo che ben altro risulterebbe da una ricerca de' documenti, da una investigazione delle tradizioni storiche, da una istoria infine delle municipalità siciliane, che con tempo, spesa, fatica, si potrebbe compilare. E pur mancando questo lavoro, parmi poter giudicare l'importanza di quelle municipalità nel secolo decimoterzo: in primo luogo dalla loro tendenza repubblicana, evidente ancorchè immatura; e in secondo dall'esistenza delle adunanze popolari, le quali son certamente l'elemento più forte di governo municipale, e poco importano del resto i nomi e gli ufici dei sindichi, giurati, borgomastri o somiglianti magistrati esecutivi. S'aggiunga a questo, che il di Gregorio cita i maestri de' borghesi ne' tempi normanni, e poi non ne fa più caso; e che il suo argomento, fondato su poche carte, potrebbe valere forse pei tempi nostri in cui la legge municipale è uniforme e universale, ma non per que' secoli in cui non v'erano che privilegi speciali, difformi l'un dall'altro, dati in tempi e in circostanze diverse. E ricordinsi infine le parole di Ugone Falcando egregio istorico del secol XII, che narrando la ripugnanza de' borghesi siciliani a soffrire i dritti pretesi da qualche novello barone francese, li chiama cives oppidanos, cives liberos; e nota espressamente ch'essi godeano libertà e franchige, non juxta Galliæ consuetudinem. Il vocabolo cives liberos, usato con tal significazione, ci rende certi della esistenza delle corporazioni municipali.
Perciò io tengo per fermo, che le nostre municipalità, avanzo de' tempi greci, romani, bizantini, e forse non distrutte da' Saraceni, i quali non aveano la smania di vestir tutto il mondo alla lor foggia, furono parte dell'ordine dello stato nei tempi normanni: che anzi, crescendo gli umori municipali in Sicilia sì come nella terraferma italiana l'imperator Federigo pensò ripararvi dall'una parte con le minacce, dall'altra con le concessioni: che, falliti i disegni repubblicani del 1254, le municipalità sotto Manfredi e Carlo d'Angiò continuarono ad essere un utile strumento di governo, massime nella riscossione delle entrate pubbliche, nell'armamento delle navi, de' fanti, e simili bisogni pubblici: che nella rivoluzione del vespro senza dubbio si levarono a maggior potenza, senza mutare perciò i loro ordini semplici e gagliardi: e che sotto gli Aragonesi la esclusione de' nobili dagli ordini municipali, e la istituzione dei giurati, furono senza dubbio grandi passi, ma non costituirono l'importanza del governo comunale, che stava nelle adunanze popolari. I giurati furono dapprima un tribunato, o un pubblico ministero, che vegliava alla retta amministrazione della giustizia nel proprio comune, e alla condotta degli uficiali regi; nè amministravano in quella prima istituzione le cose del municipio, ch'è stato per lo più un uficio insignificante, e, come dicono gl'Inglesi, «servente il tempo,» e stromento docilissimo del potere assoluto.
Oltre a ciò è noto, che nelle monarchie feudali le nazioni furon piuttosto aggregati di vari piccioli corpi politici, che comunanza di uomini regolata dall'azione diretta del governo. Il poter sovrano in molte parti dell'ordinamento civile non operava su gl'individui, ma su i loro rappresentanti: volgeasi a ciascun corpo di vassalli feudali per mezzo del barone, a ciascun corpo di borghesi per mezzo della municipalità. Ondechè, se in tutt'altra monarchia feudale de' secoli XII e XIII era ormai necessaria la esistenza delle municipalità, sembrerà impossibile che mancassero in Sicilia, ove la feudalità nacque sì moderata; ov'erano molte proprietà allodiali, grosse e superbe città, e perciò una vasta massa di popolazione su la quale il governo non avrebbe saputo agire senza il mezzo de' corpi municipali, massime in ciò che risguardasse la contribuzione ai bisogni, pubblici, sia con servigio personale, sia con moneta.
[4] Chron. Mon. S. Bertini, presso Martene e Durand, Thes. nov. Anec. tom. III, pag. 732.
[5] Questo è il medesimo cognome di Dante, che si scrivea Aldigherius nel secolo XIV, come veggiamo nel comento di Benvenuto da Imola. Ma non v'ha alcuna memoria del comun lignaggio tra Leonardo Aldighieri e 'l poeta fiorentino.
[6] La narrazione di questa repubblica in Sicilia è cavata da:
Bart. de Neocastro, Hist. sic., cap. 2, 4, 5, 47, 87.