La ferocità del vespro, togliendo ai mezzani partiti ogni via, fu pur salute a Sicilia. Quella insanguinata notte medesima del trentuno marzo, tra la superbia della vendetta, e lo spavento del proprio audacissimo fatto, il popolo di Palermo adunato a parlamento si slancia di lunga più innanti: disdice il nome regio per sempre: statuisce di reggersi a comune, sotto la protezion della romana Chiesa. Alla quale deliberazione il mosse quel mortalissim'odio {121} contro re Carlo e suoi governi; e la rimembranza del duro fren degli Svevi; e per lo contrario quella sì gradita della libertà del cinquantaquattro; e l'esempio delle toscane e lombarde repubbliche; e il rigoglio di possente cittade, che infranto da sè stessa il giogo, nella propria virtù s'affida. Il nome della Chiesa s'aggiunse a disarmar l'ira papale, o piuttosto a tentar l'ambizione, o ad onestar la ribellione sotto specie che scacciando il pessimo signore immediato, non si violasse lealtà al sovrano onde quegli teneva il regno. Ruggier Mastrangelo, Arrigo Barresi, Niccoloso d'Ortoleva cavalieri, e Niccolò di Ebdemonia, furono gridati capitani del popolo, con cinque consiglieri[17]. Al {122} baglior delle faci, sul terreno insanguinato, tra una romoreggiante calca d'armati, con la sublime pompa del tumulto s'inaugurò il repubblican magistrato; e i suonatori dìer nelle trombe e nei moreschi taballi; e migliaia di voci gioiosamente gridarono «Buono stato e libertà!» L'antico vessillo della città, l'aquila d'oro in campo rosso, a nuova gloria fu spiegato; e ad ossequio della Chiesa v'inquartaron le chiavi[18].

A mezza notte Giovanni di San Remigio si restò dalla rapida fuga a Vicari[19], castello a trenta miglia dalla capitale; dove a fretta e furia picchiando, la gente del presidio avvinazzata nelle medesime feste che avean partorito tanta strage in Palermo, a stento riconobbelo; e ammettendolo, stralunava a veder il giustiziere fuor di lena, insanguinato, senza stuolo, a tal'ora venirne. Tacque allor Giovanni: la mattina a dì appellava alle armi i Francesi tutti de' contorni, agguerrita gente, e vera milizia feudale; e, rotto il silenzio, confortavali a scansare e vendicar forse il fato dei lor compagni. Ed ecco l'oste di Palermo, che a cercar del fuggente s'era mossa co' primi albori, entrata sulla traccia, a gran passo a Vicari giugne. Accerchiò confusamente la terra: bruciava di slanciarsi, e non sapea veder modo all'assalto: perciò diessi a minacciare, e intimar la resa; profferendo salve le persone, e che Giovanni e sua gente, poste giù le armi potessero imbarcasi per Acquamorta di Provenza. Essi sdegnando tai patti, e spregiando l'assaltante bordaglia, fanno impeto in una sortita. E al primo {123} l'arte soldatesca vincea; e sparpagliavansi i nostri: se non che entrò nella battaglia una potenza maggiore dell'arte, il furor del vespro, rinfiammatosi a un tratto nelle sparse turbe, che arrestansi, guardansi in viso: «Morte ai Francesi, morte ai Francesi!» e affrontatili con urto irresistibile, rincacciano nella rocca laceri e sgarati i vecchi guerrieri. Vana prova indi fu de' Francesi a riparlar d'accordo. Sconoscendo tutta ragion di guerra, i giovani arcadori di Caccamo saettarono il giustiziere affacciatosi dalle mura; e lui caduto, avventossi la gente tutta all'assalto; occuparon la fortezza; trucidarono tutti i soldati; i cadaveri gittarono in pezzi ai cani e agli avvoltoi. Tornossi l'oste in Palermo[20].

Intanto volando strepitosa la fama di terra in terra, fu prima in que' contorni Corleone a levarsi, come principale di popolazione e importanza, e anco per cagion de' molti lombardi nimici al nome angioino e guelfo[21], e degli insoffribili aggravî che le avea portato la vicinanza de' poderi del re. Questa città, soprannominata poi l'animosa, gittandosi certo con grande animo appresso alla capitale, mandavale oratori Guglielmo Basso, Guglielmo Corto, e Guigliono de Miraldo, ad offrir patti di unione, fedeltà e fratellanza tra le due cittadi; scambievole aiuto con arme, persone, e danaro; reciprocità de' privilegi di cittadinanza, e della franchigia di tutte gravezze poste su i non cittadini. Ignoriamo or noi se venne da' reggitori repubblicani di Palermo o dai patriotti di Corleone il pensiero della lega, ma a chiunque si debba, esso per certo dà a veder preponderante in que' primi principî l'elemento municipale, e sostituito alla connessione feudale il legame federale {124} de' comuni, che fu il vessillo sotto il quale la rivoluzione del vespro occupò tutta l'isola. Convocato il popol di Palermo, assente a una voce que' patti; e per suo comando, i capitani e 'l consiglio della città giuranti sul vangelo co' legati di Corleone a dì tre aprile, e stendonsi in forma d'atto pubblico[22]; promettendo anco Palermo aiutar l'amica città alla distruzione del fortissimo castel di Calatamauro[23]. Intanto un Bonifazio eletto capitan del popolo di Corleone, con tremila uomini uscì a battere il paese d'intorno: dove fur messi a ruba e a distruzione i poderi del re; domati all'uopo della siciliana rivoluzione gli armenti che si nudriano con tanta cura per l'esercito d'Oriente; espugnate le castella dei Francesi; saccheggiate le case; e tanto spietata corse la strage, che al dir di Saba Malaspina, parea ch'ogni uomo avesse a vendicar la morte d'un padre, d'un fratello o d'un figlio; o fermamente credesse far cosa grata a Dio a scannare un Francese[24]. Così {125} propagavasi in pochissimi dì il movimento per molte miglia all'intorno, da medesimità di umori, prepotenza d'esempio, e vigor de' sollevati. Ebbe pure in parecchi luoghi una sembianza, che inesplicabile sarebbe a chi volesse non ostante il detto di sopra trovar ordimento e cospirazione in codesti tumulti. Perchè le popolazioni di gran volontà mettevano al taglio della spada gli stranieri, ma dubbiavan poi a disdire il nome di re Carlo[25]. Per altro pochi giorni tentennarono, che le rapì quell'una comun passione, e la forza dei ribelli: onde a mano a mano chiarironsi anch'esse, scelsero i condottieri di loro forze a combattere i Francesi, scelsero lor capitani di popolo; e questi alla capitale inviarono, la cui riputazione le avea fatto sì audaci, e tutte in essa or affidavansi e speravano[26].

Raccolto in Palermo questo nocciol primo dei rappresentanti della nazione, ispirolli quel valor medesimo onde in una breve notte erasi innalzato a grandezza di rivoluzione il tumulto palermitano. Rincoravanli col brio dei maschi petti la plebe, mescolata de' sollevati di tutte le altre terre, che discorrea la città raccontando impetuosamente d'uno in uno i durati oltraggi e la vendetta, e alto gridando: «Morte pria che servire a' Francesi.» Onde appena congregato il parlamento de' sindichi della più parte di val di Mazzara, assentiva il reggimento a repubblica sotto il nome della Chiesa, «Evviva, romoreggiava il popolo interno, evviva! libertà e buono stato;» e tutti ad osar tutto accendeansi, quando Ruggier Mastrangelo, a rapirseli sì innanzi che potesser dominare gli eventi, risoluto sorgeva ad orare in questa sentenza:

«Forti parole, terribili sagramenti ascolto, o cittadini, ma all'operare niun pensa, come se questo sangue che si versò, compimento fosse di vittoria, non provocazione a {126} lotta lunga, mortale! E Carlo, il conoscete voi, e i manigoldi suoi mille, e vi trastullate a dipingere insegne! Lì in terraferma le genti, le navi pronte alla guerra di Grecia; lì brucian di vendetta i Francesi; entro pochi dì su noi piomberanno. Trovin porti schiusi allo sbarco; trovin l'aiuto de' nostri vizi; ed ecco che si spargono per la Sicilia; gl'incerti popoli sforzano con l'arme; ingannanli co' nostri odî malnati; seduconli a promesse; li strascinano a tutt'obbrobrio di servitù, e a impugnar contro noi l'armi parricide. Libertà o morte or giuraste; e schiavitù avrete, e non tutti avrete la morte: chè stanchi alfine i carnefici, serbano a lor voglie il gregge de' vivi. Siciliani! ai tempi di Corradino pensate. Sterminio ne sarà lo starci; l'oprare, gloria e salvezza. Col nerbo di nostre forze, bastiamo a levar tutto infino a Messina il paese; e Messina or no, non sarà dello straniero: comuni abbiano legnaggio, e favella, e glorie passate, e ignominia presente, e coscienza che la tirannide e la miseria delle divisioni son frutto. Insanguinata la Sicilia tutta nelle vene degli stranieri; forte nel cuor dei suoi figli, nell'asprezza de' monti, nella difesa de' mari, chi fia che vi ponga pie' e non trovi aperta la fossa? Il Cristo che bandìa libertà agli umani, ei che ispirovvi questo santo riscatto, ei vi stende il braccio onnipossente se da uomini or voi vi aiutate. Cittadini, capitani dei popoli, io penso che per messaggi si richieggan tutte le altre terre di collegarsi con esso noi nel buono stato comune: che con le armi, con la celerità, con l'ardire s'aiutino i deboli, si rapiscano i dubbiosi, combattansi i protervi. A ciò spartiti in tre schiere corriam l'isola tutta a una volta. Un parlamento generale maturi i consigli poi, unisca le volontà, e decreti gli ordini pubblici; chè Palermo, ne attesto Iddio, Palermo non sogna dominio; ma la comun libertà cerca, e per sè l'onor solo de' primi perigli.»

«E il popolo di Corleone, ripigliò Bonifazio, seguirà {127} le sorti di questa generosa città, della Sicilia ornamento e presidio. Tremila suoi prodi Corleone qui manda, a vincere o morir con voi. Sì, ma se morir dovremo, cada insieme chiunque patteggi per lo straniero nell'ora del sicilian riscatto. Ruggiero, animoso tu nella pugna, savio tu nel consiglio, la parola di salvezza parlavi. Orsù tradisce la patria chi tarda; prendiamo l'armi, ed andiamo.[27]»

«Andiamo andiamo!» risposegli tonante la voce del popolo[28]: e con meravigliosa prestezza cavalcarono i corrieri, s'adunarono gli armati, e in tre schiere spediti mossero. L'una a manca ver Cefalù, l'altra a dritta su Calatafimi prese la via, la terza s'addentrò nel cuor dell'isola per Castrogiovanni[29]: e le insegne spiegavano del comune, con le chiavi della Chiesa dipinte intorno intorno; e la fama precorreale, e il desio degli animi. Indi senza contrasto ogni terra disdisse il nome di re Carlo; con una concordia bella, se non era anco nello spargimento del sangue francese. A' Francesi dieron la caccia per monti e selve; li oppugnarono ne' castelli; perseguitaronli in cento guise, con tal rabbia che ai campati dalle mani dei nostri venne in odio la vita, e dalle più munite rocche, dagli asili più riposti si dier nelle mani del popolo che chiamavali a morte; taluno dall'alto di una torre si lanciò. In qualche luogo per vero furono, per virtù loro o fortuna, {128} scacciati soltanto, spogli sì d'ogni cosa; e rifuggiansi questi a Messina[30]. Ma avrà eterna fama il caso di Guglielmo Porcelet, feudatario o governatore di Calatafimi, stato giusto ed umano tra lo iniquo sfrenamento de' suoi. Nell'ora della vendetta e nei primi impeti, giunta a Calatafimi l'oste di Palermo, non che perdonar la vita a Guglielmo e ai suoi, lo confortò e onorò molto, e rimandollo in Provenza: il che mostri come il popolo degli eccessi suoi n'ha ben d'onde[31].

A guadagnar Messina in questo mezzo ogni sforzo fu posto[32], non essendo chi non vedesse l'importanza del sito, del porto, della grossa e opulenta città; nella quale stava il nodo della guerra; e necessità stringea di trarsela amica, o piombar tutti disperatamente su lei. Di Messina temeasi per le ruggini antiche; ma se ne sperava per essersi aperti gli animi nelle afflizioni recenti, ed anco per aver molti Messinesi in Palermo soggiorno, e cittadinanza, e appicco di commerci e parentele. Si die' opera alle pratiche dunque; che delle private e più efficaci non è passata infino a noi la memoria; delle pubbliche ne resta una lettera data di Palermo il tredici aprile, che fu spacciata per messaggi, e incomincia: «Ai nobili cittadini dell'egregia Messina, sotto re Faraone schiavi nella polve e nel fango, i Palermitani salute, e riscossa dal servil giogo col braccio di libertà. E sorgi, dice l'epistola, sorgi o figliuola di Sionne, ripiglia l'antica fortezza…. abbian fine i lamenti che partoriscon dispregio; dà di piglio alle armi tue, l'arco e la faretra; sciogli i vincoli dal tuo collo;» e Carlo or va chiamando Nerone, lupo, lione, immane drago; e or volta {129} alla città di Messina sclama: «Già Iddio ti dice: togli in collo il tuo giaciglio e va, che sei sana,» or i cittadini esorta «a pugnare con l'antico serpente, e rigenerati nella purezza de' bambini, succhiare il latte di libertà, cercar giustizia, fuggire calamità e vergogna[33].» Mentre i Palermitani con tai faville bibliche tentavano que' cittadini, Erberto d'Orléans s'afforzava nelle armi straniere, e nei nobili Messinesi di parte angioina, che s'eran prevalsi in cento soprusi contro i lor concittadini, ond'ora strettamente per lo vicario teneano. E dapprima inviò ad osteggiar Palermo sette galee messinesi, sotto il comando di Riccardo Riso, colui che nel sessantotto con poche navi aveva osato affrontar tutta l'armata pisana, e or correa nella guerra civile a perder l'onore di cittadino e il nome di prode. Perchè congiuntosi con quattro galee d'Amalfi, che ubbidiano a Matteo del Giudice e Ruggier da Salerno, a bloccare il porto di Palermo si pose: e com'altro non potea, approcciato {130} alle mura facea gridare il nome di Carlo, e a' nostri minacce e villanie. Ma rispondean essi nella mansuetudine dei forti: «Nè le ingiurie renderebbero, nè i colpi: fratelli i Messinesi e i Palermitani; sol nemici i tiranni: quelle armi contro i tiranni volgessero.» E inalberavan su i muri a canto all'aquila palermitana, lo stendal della croce di Messina[34].

E la città di Messina, o que' ne teneano il municipal governo, a dimostrazione di lealtà, il dì quindici aprile mandavano cinquecento lor balestrieri capitanati da un cavalier Chiriolo messinese, a munir Taormina, che non l'occupassero i sollevati[35]. Il popolo al contrario, sentendosi bollire il sicilian sangue nelle vene, com'incalzavan gli avvisi del tumulto di Palermo, e degli altri, e dello eromper de' sollevati per l'isola, delle stragi, delle fughe, de' mille casi accresciuti o composti dalla fama; e come i Francesi vedea pavidi e ignudi riparar anelando in Messina, cominciò a digrignar contro i soldati d'Erberto[36], ch'erano un grosso di secento cavalli tra francesi e calabresi, condotti da Pier di Catanzaro; e pareano al vicario sì duro freno che il popolo non sel trarrebbe giammai[37]. Onde il popolo che ciò sapea, una volta proruppe in ferocissime parole, che per poco si rimase da' fatti: e quei vedendosi mal sicuri in città, parte si ritraeano nel castel di Matagrifone, parte nel real palagio presso Erberto, il quale in mal punto volle far mostra di gagliardo; con che {131} il popol dubbio si doma, il risoluto s'affretta. Perchè mandati novanta cavalli con Micheletto Gatta ad occupare le fortezze di Taormina, quasi non fidandosi de' Messinesi del presidio, costoro che li vedean salire sì alteramente in ostile sembianza, stimolati da un cittadino per nome Bartolomeo, li salutarono con un grido di ingiuria e una grandine di saette; e appiccarono la zuffa. Caddervi quaranta Francesi: gli altri a briglia sciolta si rifuggiro nel castello di Scaletta: e i nostri, abbattute le insegne di Carlo, su Messina marciarono a sforzarnela a ribellione.

Dove tra' mille che voleano e non osavano, Bartolomeo Maniscalco popolano, con altri molti congiurò a dar principio ai fatti. Intanto preparandosi le armi a respingere i sollevati di Taormina, deploravano i cittadini più posati la imminente effusione del civil sangue; il popolo stava a guinzaglio[38]; nè erano neghittosi i cospiratori. Forse allor fu, ch'entrata in porto una galea palermitana, dandosi a trucidar alcuni Francesi, affrettava l'evento[39]: ma raro avviene in così fatti incendi scerner netto qual fosse la prima scintilla. Era il ventotto aprile. Scoppian tra la commossa plebe le grida «Morte ai Francesi, morte a chi li vuole!» e incominciano gli ammazzamenti: pochi allora, perchè il minacciar sì lungo avea sgombrato dalla città la più parte de' Francesi. Maniscalco in questo coi suoi fidati, innalza in luogo dell'abborrita insegna d'Angiò la croce messinese: per poco ei capo del popolo; ma fosse modestia sua, o forza de' cittadini maggiori che prevalson sempre nell'industre Messina, per loro consiglio la notte stessa risegna il reggimento al nobil uomo Baldovin Mussone, poche ore innanzi tornato con Matteo e Baldovin de Riso dalla {132} corte di Carlo. La dimane poi ragunato in buona forma il consiglio della città, Mussone fa salutato a pien popolo capitano: e invocando il nome santo di Cristo, si bandì la repubblica sotto la protezion della Chiesa: con grandissima pompa fu spiegato il gonfalone della città. Eletti insieme a consiglieri del nuovo reggimento, i giudici Rinaldo de' Limogi, Niccoloso Saporito, l'istorico Bartolomeo de Neocastro, e Pietro Ansalone; e gli officiali tutti, financo i carnefici, quasi a mostrare che la spada della giustizia sottentrasse a disordinata violenza; ma troppo presto era ciò per tanto rivolgimento. Richiamaronsi il dì trenta aprile le galee da Palermo; inviaronsi in vece messaggi di amistà e federazione[40].