Erberto, non più sicuro nella sua rocca, all'intendere que' casi ripigliò il vecchio ordegno delle divisioni, senza migliore fortuna. Della famiglia Riso[41], che s'era con lui {133} serrata per coscienza di colpe, spacciò Matteo a tentare il Mussone. Al quale venuto Matteo, dinanzi gli altri consiglieri {134} ammonivalo con le parole d'una torta politica: ripensasse alla smisurata possanza del re: questo pazzo tumulto rapire a Messina il premio che già se le apparecchiava per la ribellione palermitana: che gli erano i Palermitani ch'avesse a insanir con loro? in che re Carlo avea offeso lui o la città? «Tu, diceagli, poc'anzi leale al re, a noi amico, e nel viaggio compagno, tu quest'odio covavi nel cuore! E or, non che trattenere il popol da tanta ruina, furibondo lo sproni! Per te, per la patria ormai fa senno; tempo ancor n'è[42].» Ma sdegnoso gli die' in sulla voce Baldovino, meglio intendendo l'onore e gl'interessi della città, che quei medesimi della Sicilia erano; nè i consiglieri e' cittadini dubbiarono tra il far Messina meretrice dello straniero, o libera sorella delle altre siciliane città. Rigettati però que' volgari inganni, Baldovino solennemente innanzi al Riso rinnovava il giuramento di mantenere la siciliana libertà o morire; ed esortollo a seguir egli stesso la santa causa: conchiuse, tornasse ad Erberto a offrir salva la vita a lui e ai soldati, se lasciato armi e cavalli e tutt'arnese, dritto ad Acquamorta navigassero, promettendo non toccar terra di Sicilia, nè altra vicina. I quali patti assentì il vicario; e li infranse appena con due navi ebbe valicato mezzo lo stretto; che in Calabria tutto pien d'ostili disegni approdò, a congiungersi[43] con {135} Pier di Catanzaro; il quale avvisato di quanto s'ordiva, s'era già prima imbarcato co' suoi Calabresi, abbandonando sì cavalli e bagaglio all'ira del popolo[44].

Alle condizioni medesime del vicario s'arreser poi con tutte lor genti Teobaldo de Messi, castellan della rocca di Matagrifone, e Micheletto co' rifuggiti a Scaletta: de' quali il castellano, imbarcato sur una terida, più volte dal porto fe' vela, e i venti o il suo fato vel risospinsero; l'altro nel castello fu rinchiuso, e i soldati suoi nel palagio della città, a sottrarli al furor della moltitudine. Nè campavan essi perciò. Ritornavano il dì sette maggio le galee da Palermo, portando prigioni due di quelle d'Amalfi state lor compagne, e gli animi o dallo esempio accesi, o esacerbati dal dispetto della snaturata e inutil fazione contro Siciliani: onde a sfogarli chiedeano sangue francese. I cittadini rinnaspriva intanto la rotta fede d'Erberto. Perilchè, come la galea di Natale Pancia, entrando in porto, rasentò la terida del castellano, fattole cenno di terra, salta la ciurma su quella nave, afferra e lega i prigioni, e li scaglia a perir miseramente in mare. A tal esempio ridesto subitamente il furore in città, corresi al palagio; i soldati presi a Scaletta popolarmente son trucidati. A stormo suonavano le campane; i radi partigiani de' Francesi tremando rannicchiavansi; armato e insanguinato il popol calava a torrenti. Al suo furore non fecero argine i maggiori della città: chè anzi, scrive il Neocastro partecipe al certo de' consigli, presero a camminare più franchi nelle vie della rivoluzione, vedendovi sì intinta e ingaggiata la moltitudine[45]. {136}

Per tal modo entro il mese di aprile[46], cominciata in Palermo con disperato coraggio, comunicata a tutta l'isola con attività e consiglio, si fornì in Messina questa memoranda rivoluzione, che dall'ora del primo scoppio s'addimandò il vespro siciliano. Vi fur morti, dice il Villani[47], da quattro mila Francesi; e, qualunque sia stato il numero, che non abbiamo da più sicure fonti, certo vasta corse e miseranda la strage, ma necessaria in quel tempo; onde a ragione il popol nostro orgogliosamente serba infino ad oggi le memorie di quell'antica feroce virtù. E ben gli scrittori d'Italia contemporanei, disserla, chi maravigliosa e incredibile, chi opera diabolica ovvero divina; quando non solamente franse il potere di re Carlo, tenuto fino allora invincibile; ma nella stessa prima conflagrazione, invano tentarono i governanti di ridur Palermo con le undici galee, invano di fortificare o tener in fede {137} gli altri luoghi più vicini a Messina: e non vi fu inespugnabil fortezza che non cadesse sotto le mani de' liberatori, non città o terra che non li seguisse. Ricorda pur la tradizione, e d'oggi in poi il proverà anche un documento, come il castel di Sperlinga, capitanato da Pietro Lamanno, solo in tutta l'isola facesse lunga difesa, per virtù del presidio, e fede de' terrazzani; che passò poi in proverbio: «Ciò che ai Siciliani piacque, Sperlinga sola negò;» e il popolo tuttavia punge con tal motto chi discordi da un voler comune. Onde i soldati del presidio e i terrazzani n'ebbero sorte diversa; e ciascun secondo suo merto: i primi lodati e guiderdonati dal governo angioino[48]; i secondi passati appo la nazione con ingrata memoria, per tal pertinacia in un reo partito, che non merta dirsi costanza. Ma da queste poche centinaia in fuori, è maravigliosa la unanimità di quegli antichi nostri; tanto più, quanto eran prima, e furon appresso del ricordato periodo, straziati da divisioni municipali, e tutte nel vespro si tacquero; anzi Messina generosamente si die' al movimento comune, non ostante che allora il vicario di re Carlo sedesse in Messina, e che dopo il vespro Palermo ripigliasse l'influenza antica nel governo dell'isola. Ma la unanimità nelle grandi masse agevol è per uguaglianza di brame e forza di esempio. E per tal cagione i fatti di Palermo con le medesime sembianze nacquero successivamente in ogni luogo, e si ebbero i medesimi ordini, de' quali or faremo parola. {138}

Il reggimento a comune sotto il nome della romana Chiesa, prendean, come s'è narrato, tutte le città e terre[49], fors'anco le baronali, di cui molte avean cacciato i feudatari francesi, tutte godeano il privilegio di municipalità, secondo gli ordini pubblici de' tempi normanni e svevi. Fatte dunque repubbliche, il popolo elesse, dove uno, dove parecchi capitani, e vario numero di consiglieri; i quali dapprima furono popolani, o nobili senza grandi vassallaggi, militi, che è a dir cavalieri, scelti come ogni altro cittadino per propria riputazione; e se alcun d'essi nascea d'illustre sangue, il poco avere e l'ambizione il rendea popolano[50]. E ciò intervenne in un reame stato due secoli feudale, perchè i baroni stranieri e nuovi, abborriti per quegli aggravî ch'erano inusitati in Sicilia, caddero involti nella medesima ruina del governo regio; i baroni antichi, pochi di numero, battuti delle proscrizioni e dalla povertà, non eran forti abbastanza. Per tali cagioni, e per l'impeto del movimento che nacque dal popolo, par siano stati democratici al tutto quegli ordinamenti repubblicani d'aprile milledugentottantadue. E in vero le deliberazioni più importanti si presero dal popol convocato in piazza[51]. Come le città libere d'Italia, le nostre si tenner l'una dall'altra indipendenti; ma ammonite dal pericolo che ognun vedea sovrastare, si strinsero in lega a mutua difesa e guarentigia[52]; se per marche o province {139} o unitamente nell'isola tutta, non ben si ritrae da' pochi diplomi avanzati infino a' nostri tempi, nè da' cronisti, che dir delle leggi o non sapeano, o sdegnavano. Dubbio indi è se per deliberazione della lega venissero sostituiti agli antichi giustizieri, o se fossero stati eletti capitani di popolo da tutti i comuni d'una o più province, que' che Saba Malaspina registra: Alamanno[53], capitano in val di Noto e poi in tutta l'isola; Santoro da Lentini, in val Demone e nel pian di Milazzo; Giovanni Foresta, in quel di Lentini; Simone da Calafatimi nei monti {140} de' Lombardi; e altri in altre regioni e città[54]: uomini ed ordini oggi oscuri, perchè nulla operarono, o perchè poco durarono; sendo sopraggiunto a capo di cinque mesi re Pietro, e prima prevalsa la fazione che, messa giù la repubblica, chiamollo al trono. Nè sembra che questi, o altri siano stati rivestiti della potestà che or chiameremmo esecutiva; perchè niun vestigio di loro autorità abbiamo nelle carte pubbliche nostre[55], o nelle fiere invettive della corte di Roma; ma in tutti i ricordi del tempo si scorge che le città, soprattutto Palermo e Messina, che vantaggiavano ogni altra di riputazione e di forza, operassero come corpi politici, collegati con le altre e non contaminati da discordia, ma independenti. I Palermitani infatti mandavano oratori al papa a ragguagliarlo de' successi, e impetrare la protezione della Chiesa[56]. I Messinesi più gradito messaggio spacciarono all'imperador Paleologo, un Alafranco Cassano da Genova, che per amor del popolo di Messina navigò tra gravi pericoli infino a Costantinopoli[57]. Nelle altre parti del governo dello stato, da sovrani operarono i magistrati del comune. Molti accordaron franchige: e quel di Messina rendeva all'arcivescovo il castel di Calatabiano, e {141} altri beni tenacemente negati dal fisco sotto la signoria di re Carlo[58].

Del rimanente certissimo appare che gl'interessi comuni dell'isola si maneggiassero per un'adunanza federale; la quale per l'antico uso si chiamò parlamento, ma in altro modo che i soliti parlamenti si compose; mancandovi il principe, e fors'anco i baroni: poichè nel primo principio di questa repubblica, sol veggonsi legami tra municipio e municipio, sol dicono gli storici di congregati sindichi delle città, d'invito a tutte le terre ad entrare per sindichi nel buono stato comune, e simili parole che suonano rappresentanza cittadinesca e non baronale. E come i parlamenti regi, senza tempo nè luogo certo, in quella età a comodo del re si adunavano; così questi, secondo i bisogni della nazione, in Palermo o in Messina[59]. Sovrastando le armi di re Carlo, i parlamenti prendean opportune deliberazioni: si fornisse di vittuaglia per due anni Messina: i valenti arcieri e balestrieri de' monti rafforzasser quella città: con uomini e navi si custodissero Catania, Agosta, Siracusa, importanti città sulla costiera di levante; e su quella di settentrione, Milazzo, Patti, Cefalù. Nascean tali appresti dall'uno irremovibil proposito di non tollerar mai più il giogo francese, nel quale tutti accordavansi, ancorchè nei mezzi si dissentisse; {142} quando chi pensava accostarsi alla Chiesa più strettamente e ribadir gli ordini di repubblica, e chi chiamare alcun principe straniero con giusti patti[60]. Ma senza sangue, senza accanite fazioni ciò si trattava. Bello indi l'immaginare questa siciliana famiglia, rinata a vita novella, che senza gelosia, senza veleni d'interiore nimistà, fervea nell'opera della comune difesa, strigneasi ne' consigli, adunava le forze, e pacata deliberava ad ordinare più stabile reggimento. Sperandosi durevole il presente, si pensò contar nuov'era dal gran fatto della rivoluzione; talchè in parecchi diplomi leggiamo l'intitolazione: «Al tempo del dominio della sacrosanta romana Chiesa e della felice repubblica, l'anno primo[61].»

A Procida, alla congiura, come nel capitol dinanzi accennammo, davano alcune cronache l'onore di questa nobil riscossa; e l'han seguito i più, talchè istorie e tragedie e romanzi e ragionari d'altro non suonano ormai. Io sì il credea, finchè addentrandomi nelle ricerche di queste istorie, mi accorsi dell'errore. Degli autori primi d'esso, pochi sono contemporanei, gli altri qual più qual meno posteriori, tutti sospetti da studio di parte, e vizio manifesto in alcuni fatti. Ma i contemporanei di testimonianza più grave, e italiani e stranieri, alcuno de' quali candidissimo, segnalato tra tutti Saba Malaspina, che fu pur marcio guelfo, e segretario di papa Martino, e informato meglio che niun altro de' casi di Sicilia, dicono al più di vaghi {143} disegni di Pietro; della cospirazione con Siciliani non fan motto; molto manco de' congiurati raccolti in Palermo: e portan come gl'insulti de' Francesi in quel dì, e più la «mala signoria che sempre accora i popoli soggetti, mosser Palermo»; che è la sentenza del sovrumano intelletto d'Italia[62], contemporaneo, veggente più che altr'uomo, e rigorosamente verace. Nè le scomuniche e i processi dei papi, nè gli atti diplomatici susseguenti contengon l'accusa della congiura motrice immediata del vespro; ma biasman Pietro d'aver preso il regno dalle mani de' ribelli, e averli sollecitato per messaggi dopo la rivoluzione. Concorre con l'autorità istorica la evidenza delle cagioni necessarie d'altri fatti che son certi: Pietro non essere uscito di Spagna, nè pronto, allo scoppio della rivoluzione: in questa nessuno scrittore far menzione del Procida: niuno de' maggiori feudatari primeggiar ne' tumulti, o nei governi che ne nacquero: la repubblica, non il regno di Pietro, gridarsi, e per cinque mesi mantenersi: popolani tutti gli umori: Pietro passar dopo tre mesi, e non in Sicilia, ma in Affrica: allora, stringendo i perigli, i baroni impadronitisi dell'autorità chiamarlo alfine al regno. Da questi e da tutti gli altri particolari, si scorge essere stata la rivoluzione del vespro un movimento non preparato, e d'indole popolana, singolare nelle monarchie dei secoli di mezzo. Se no; baroni che congiurano con un re, e gridan repubblica; cospiratori che senza essere sforzati da pericolo, danno il segno quando non hanno in punto le forze; fazione che vince, e abbandona lo stato ad uomini d'un ordine inferiore, sarebbero anomalie inesplicabili, contrarie alla natura umana, non viste al mondo giammai. Le varie narrazioni degli istorici, e i ricordi diplomatici leggonsi nell'appendice. A me par se ne raccolga: che Pietro {144} macchinava: che i baroni indettati con esso aizzavano forse il popolo, ma non si sentivano per anco forti abbastanza, e bilanciando e maturando forse non avrian mai fatto ciò che la moltitudine compì senza rifletterci. Il popol era mosso senza saperlo dall'antagonismo nazionale; ma ben sapea i suoi mali, e che rimedio ce n'era un solo. Gli aggravî per l'impresa di Grecia, gli oltraggi della settimana innanzi pasqua in Palermo, l'intollerabile insulto di Droetto colmaron, colmaron la misura: si trovò tra le tante migliaia una mente o leggiera o profonda, con una mano risoluta, che cominciò. Prontissimo il popol di Palermo di mano e d'ingegno, si lanciò in un attimo a quell'esempio, perchè tutti voleano a un modo, da parer congiura a mediocre conoscitore, che non pensi come sendo disposti gli animi, ogni fortuito caso accende sì eguale, che trama od arte nol può. Que' che si fecer capi del popolo allora preser lo stato; ordinaronlo a comune, come portavano gli umor loro; per la riputazione del successo il tennero, finchè la influenza de' baroni lentamente spiegossi, e il pericolo si fe' maggiore. Allora la monarchia ristoravasi; allora esaltavan re Pietro; allora, io dico, operava la congiura, se v'ebbe congiura; nel vespro non mai. Al meraviglioso avvenimento poi tutto il mondo cercò una cagione meravigliosa del pari: dopo breve tempo, il fatto del vespro e quel della venuta di Pietro si ravvicinarono e si confusero: scorsi alquanti più anni, trapelava qualche pratica anteriore: alcuno forse l'accrebbe, vantandosi. E nel reame di Napoli, e nell'Italia guelfa, e in Francia con maggiore studio si propalò quella voce della congiura; parendo gittar biasimo su i Siciliani, e scemarne al reggimento angioino. Così via corrompendosi il fatto, si passò dalla congiura di Procida con tre potentati, a quelle strane favole della uccisione di tutti i Francesi in Sicilia in un dì, anzi in un'ora, della cospirazione di una intera nazione per {145} molti anni; non che non vere, impossibili cose. L'ignoranza, le difficili comunicazioni, la rarità delle cronache, gli animi inchinati sempre più al meraviglioso che al vero, diffusero anco l'errore; come nei tempi nostri, in condizioni materiali che son tutto il contrario, avviene ancora. Gl'istorici successivi copiaronsi l'un altro; molti riferirono, senza dar giudizio, le due opinioni della congiura, e della sommossa spontanea. Tacendo qui gli altri, noterò come Gibbon dubitò, e solo perchè fu ingannato da uno anacronismo; Voltaire della congiura si rise. Non è baldanza dunque se affidato in tutte queste ragioni e autorità, la espressata opinione io sostengo[63].

NOTE

[1] Veggansi le liste de' castelli regi a p. 99 e seg.

[2] Parlandosi di tempi feudali questo non ha bisogno di prova. Nondimeno ricorderò il castel di Calatamauro, alla cui distruzione collegaronsi i Corleonesi e i Palermitani; e quel di Sperlinga, ove i Francesi fecer testa: i quali erano fortissimi senza dubbio, e pur non leggonsi nella lista dei castelli del re.

[3] Bart. de Neocastro, cap. 14.