Reina del Faro, siede tra due mari in faccia ad oriente, maestosa e lieta Messina; che a manca, il Peloritan promontorio sta contro il Tirreno; a destra, il braccio di san Ranieri sì ardito mette nel mare Ionio, rientrando come punta in falce contro la curva del lido, che un vasto cinge, e profondo, e da tutti venti sicurissimo porto. In mar bagnansi le falde de' colli, talchè parte non poca della città {153} s'appoggia su la pendice; donde il seno, lo stretto, l'opposta Calabria magnifico teatro spiegano alla vista. Largheggia un po' di pianura a settentrione; e più vasta ad ostro, amena per vigneti e ville: boscosi i poggi, e più di que' tempi ch'ai nostri. Non è mutata del resto la sembianza del paese, nè il sito della città, quantunque più d'una catastrofe l'abbia percosso; e poco men che spiantata da' tremuoti del millesettecentottantatrè, si sia murata nuova dalle fondamenta.

Questa nobil città gli animi e le braccia apprestava a difesa; più intenta a munirsi nel porto che altrove, perchè non s'aspettava sì pronto un esercito ad assaltarla di terra. Rispianano a settentrione la campagna, svelte le viti, e abbattuti gli sparsi casolari; del legname di questi risarciscono le mura; fabbrican macchine ed armi: oper non sì compiute, da non dovercisi affaticare e sudar poi nel maggior uopo. Ma salde catene di ferro, legate a travi galleggianti, gittavan a traverso l'imboccatura del porto, a chiuderlo contr'ostili navigli: il braccio di san Ranieri afforzavano d'eletta gioventù, sotto il comando di Niccolò Bivacqua, e Giacomo de Brugnali, stanziata nella chiesa del Salvadore, sulla estrema punta, ov'oggi è una fortezza del medesimo nome. E un buon augurio fu principio alla guerra, quando il due giugno, viste far vela da Catona quaranta nimiche galee, i Messinesi ne mandavano trenta allo scontro. I nemici non aspettandole, in fretta rifuggironsi a Scilla; e sbarcarono le ciurme, spiegandosi a lor protezione in battaglia i cavalli d'Erberto d'Orléans, e del conte di Catanzaro: ma la traversia che levossi, non la mostra del nemico, fu quella che rattenne i nostri, anelanti a dar dentro, e abbruciare le navi[13].

L'animo d'un frate siciliano ammiraron gli stessi nemici in quel tempo. Veniva re Carlo il dieci giugno alla Catona {154} con un grosso di genti; arrivavan da Brindisi ogni dì le allestite navi; e a tanto romor del nemico, i Messinesi struggeansi di saperne a punto le forze e i disegni. Allora a' preghi del consiglio della città, Bartolomeo da Piana de' frati minori, uom litterato, di specchiati costumi, e di gran nome, prese a esplorarli; non vile spiatore d'eserciti, ma cittadino, ch'all'uopo della patria affronti la mannaia, com'altri la spada. Nè furtivo, nè dimesso va dunque in Calabria il frate; dove addotto a Carlo: «A che da' miei traditori ne vieni?» brusco domandavalo il re. Ed ei più fermo: «Non io traditor, disse, nè terra di tradimento lasciai. Mosso da religione e coscienza vengo ad ammonir qui i frati minori, che non seguano queste tue ingiustissime armi. La Provvidenza ti commise un'innocente popolo, e tu lo lasciavi a dilaniare a lupi e mastini: tu indurasti il cuore alle querele, a' pianti: e allor noi ci volgemmo al Cielo; e il Cielo ne ascoltò, e ci fe' vendicare santissimi dritti. Ma se speri oggi vincendo chiamar ciò fellonia, sappi, o re, che indarno tant'armi a' danni de' Messinesi aduni. Torri hanno e mura, e forti petti rinfocati dal divin raggio di libertà; onde maggiori che uomini, ti aspettan pronti a morire. A Faraone tu pensa!» Per terror di lassù, o istinto d'accarezzar Messina, il re si ritenne dall'offendere il frate. Die' sfogo all'ira con ordinare una prima fazione: e Bartolomeo tornandosi a' suoi, narrava la potenza dell'oste, e le truci voglie di Carlo[14].

Contro Milazzo quell'assalto si drizzò, perchè traeane Messina le vittuaglie, che il parlamento avea deliberato di provvedersi; e mal s'era fatto tra l'universale sospezione e penuria. I conti di Brienne e di Catanzaro, Erberto d'Orléans, e Bertrando d'Accursio, capitani di questa fazione, aveano a bruciar le messi, dar guasto al paese, rapire gli armenti per uso dell'esercito, e occupar indi Milazzo: {155} i quali a dì ventiquattro giugno, con cinquecento cavalli e mille pedoni, sur una sessantina di barche salpavano dalla Catona. Contro tal forza, e cento altri legni che si vedean surti alla spiaggia, il capitan della città non volle mettere a rischio la sua poca armata, ma piuttosto sull'asciutto far testa. Frettoloso armò dunque cinque cento cavalli, e grosse bande di fanti; co' quali, poichè la flotta francese girava il capo, ei valicò i colli della Peloriade, e lunghesso la settentrionale riva, a Milazzo conducea le genti, come i nemici a quella volta pur via navigavano. Molte miglia da Messina si dilungan così i nostri; non usi all'andar in ischiera; trafelanti dal caldo, dalla via, dal peso dell'armi, ciascun dassè, sparsi chi a cercar ombre o acqua, chi a chiamare ad oste i contadini: quando presso il canneto di San Gregorio, alla fonte d'Aleta, il nimico vedendoli sì mal presi tra quelli scogli, d'un subito approda. Baldovino pensava sostare, e, raccolti gli sbrancati, mandare per rinforzo a città; ma dandogli sulla voce Arrigo d'Amelina per nimistade privata, tutti appigliaronsi al partito che parea più generoso. Audaci sì, ma radi e stanchi, investono il nimico: il quale ordinato e fresco, li sbaragliò al primo scontro. Quell'Arrigo stesso d'Amelina, Anfuso de Camulio, Bertoldo Alamanno, Pietro Cafici, cavalieri; Bartolomeo Mussone, Martin di Benincasa, Abramo d'Ambrosio, Niccolò Rosso, e di minor nome mille a un di presso, nella zuffa o nella fuga fur morti. Assai n'andar anco prigioni; tra' quali notan le istorie i nomi di Roberto de Mileto cavaliere, che perì ne' ceppi francesi, e d'Arrigo Rosso mercatante, ricattatosi per mille once d'oro dopo la fine dell'assedio[15]. {156}

Come la sconfitta si riseppe in città, il popolo infellonito da rammarico, e più stigandolo Baldovin Mussone, l'inesperto capitano che a discolparsi gridava tradimento, levasi a romore in cerca di traditori. Chiama al supplizio i partigiani de' Francesi, gli odiati de Riso: tratti Baldovino e Matteo dalla rocca di Matagrifone, ove li avea chiuso da pria, li mette in pezzi; Giacomo decollato per man del carnefice; strascinati i cadaveri per la città; senza tomba gittati; con tanto eccesso d'ira, che gli amici non osavano pur piagnerli, e i congiunti a mala pena si sottrassero. La moltitudine intanto, come se quelle morti fosser vittoria, {157} scordata già l'infelice fazione, girava tripudiando intorno le mura della città, e per le strade gavazzava. Ma in brev'ora il popolo stesso a una voce, persuadendol forse i più savi, deposto d'uficio il Mussone, gridò capitano Alaimo da Lentini, nobil di sangue, nobil di fama, vecchio robusto e animoso, espertissimo in guerra. Fu somma ventura di Messina e di tutta l'isola. Ei, preso appena il comando, con più alto militare argomento ordinò le difese della città, riparò, sopravvide, indefesso addestrò il popolo all'armi[16]. Catania e i comuni tutti del vasto tratto di paese da Tusa ad Agosta, il crearon anco, ignorasi se prima di Messina o appresso, lor capitano di popolo[17].

Nei preparamenti d'ambo i lati un altro mese volgeasi: poscia con tutto il pondo dell'oste il re mosse a dì venticinque {158} luglio[18]. Le salmerie, le vittuaglie, i cavalli, indi le genti imbarcò; ultimo egli ascese la sua nave superbamente parata di porpora, che parea tenere in pugno le sorti del mondo; e con tutto ciò, schivato quel formidabil porto di Messina, fe' porre a quattro miglia ver mezzodì, alla badia di Santa Maria Roccamadore; nuovamente sperando trar lungi i cittadini alla pugna. Ma Alaimo affrenò l'intempestivo ardore, che s'era pur desto. Deluso dunque, attendavasi Carlo; e trucidar fea, dice Neocastro, i monaci della badia, che io nol credo, perchè taciuto dagli altri istorici, e dissonante dai consigli del re, che cominciarono con simular clemenza. Ben lasciò a marinai e soldati metter a guasto il paese, sperando che i Messinesi per salvar le facultà chiedessero accordo; ma fe' il contrario effetto. Come da Roccamadore infino al torrente di Cammàri sparve il ridente giardino, tagliati gli alberi, stralciate le vigne, saccheggiate masserie e canove, diroccate le case, quanto rubar non poteasi distrutto; e come il dì appresso, mutati gli alloggiamenti, lo sterminio s'avvicinò, i Messinesi che a niente guardavano fuorchè all'onore e alla libertà, con tanto maggior dispetto si fecero a provocar l'Angioino. Appiccan fuoco a settanta galee delle costruite contro i Greci; fabbrican armi delle ferrerie tratte dalle ceneri; {159} disfatte altre navi, ne riattano mura e steccati; il borgo di Santa Croce, posto a mezzodì ove in oggi è quel di Zaera, non potendol fortificare, abbandonano. Occupollo al terzo giorno re Carlo; da quella banda ponendo il campo, sì stretto alla città, ch'appena nel partiva il picciol torrente di porta de' Legni. Egli alberga nel munistero de' frati predicatori che sorgea sul poggio, da ciò chiamato vigna del re; e fa alzar su i comignoli una torricella di legno, per ispecolare dentro la città, e anco offenderla con macchine. Ma i Messinesi se n'avvidero appena, che dato di piglio a' mangani, a furia di pietre sconficcaron la torre[19]: e furon questi i primi saluti all'antico lor principe.

Or se la città debbasi assaltare impetuosamente pria che s'avvezzi al pericolo, o travagliar tanto d'assedio che stanca ed affamata s'arrenda, agitano tra loro i capitani, ristretti a consiglio. I più focosi diceano andarne, l'onor di tant'oste contro una plebe assiepata con legni e macerie, non muta: l'impeto vincer le guerre: a che tardare sì giusta vendetta? Dubbio altri opponea il successo dell'arme: grossa la città: presa d'assalto, metterebberla a sacco i ribaldi[20] del campo; e qual pro al monarca? Senza sangue certissimamente s'avrà per tedio o paura. A questo appigliossi Carlo, contro la sua natura feroce; perchè il vinse avarizia, e lusinga che Messina si lascerebbe prender sempre a lusinghe[21]. {160}

Perciò rimanendosi alla espugnazione dei posti più avvantaggiosi di fuori, il dì sei agosto movea possente stormo contro il monistero del Salvatore, chiave di quell'assedio, per tener la bocca del porto. Cento Messinesi il difendeano: i quali nè sbigottiti dal numero degli assalitori, nè scossi dal battito della prima affrontata, fieramente combattendo dalle soglie e da' muri, li ributtarono; tantochè Alaimo venia con freschi combattenti dalla città: e allora più aspra mescolandosi la battaglia, con morti ed onta si ritrasse alfine il Francese. A questa prima vittoria l'animo de' cittadini oltremodo si rinfrancò. Indi il dì otto, con pari fortuna fu combattuta maggior fazione al monte della Capperrina; il quale signoreggiando la città da libeccio, l'avea fortificato Alaimo di steccato e fosso e giusta guardia d'arcieri. Or avvenne ch'essi, come nuova milizia, quel dì a un rovescio di gragnuola e di pioggia spulezzaron da' posti; onde i Francesi e i Fiorentini, colto il tempo, pronti saliano per gli uliveti, e guadagnavan già l'erta. Seppelo Alaimo; comprese ch'a un altro istante era perduta Messina; e di tutto fiato si lanciò alla riscossa, traendo con sè il popolo: e urtò; e ripigliò il ridotto; e in faccia a' nemici affranti per molta strage, caduta già la notte, a lume di fiaccole risarcir fe' le barrate. La notte del Campidoglio fu questa a Messina. S'eran gli ufici ordinati per tal modo nella città, che scritti in drappelli, dì e notte s'avvicendasser gli uomini a vegliare in scolte e poste; girassero in pattuglie le donne. Ritentando i Francesi a notte scura l'assalto della Capperrina, superati chetamente i ripari, abbattonsi in una delle donnesche guardie. {161} Dina e Chiarenza, donnicciuole di cui l'istoria ingiusta ne tramanda appena il nome, salvaron allora la patria: e fu prima la Dina a gridare all'arme, scagliando insieme un masso che atterrò parecchi soldati; l'altra a martellare a stormo le campane: onde il romore si leva, si spande: «Alla Capperrina il nemico» altro il popol non sa, e nel buio, nel rovinio, non misura il periglio, sì il cerca. Sugli attoniti e delusi nemici piombò col suo fortissim'Alaimo; nè solamente rincacciolli, ma saltando fuor dal ridotto, borghesi i nostri e a piè, incalzavano fin sotto il padiglione di Carlo quei fanti vecchi spalleggiati da cavalli[22].

L'insperata virtù di codesti scontri miracol parve a' nemici, e a' nostri stessi: il che accrescea i miracoli veri e naturali. Donna in bianco paludamento sorvolar lunghesso le mura; stender soave un velo contro a' colpi, e ribatterli; innanti sue divine sembianze cascar l'animo agli assalitori; presi d'un ghiaccio volgersi in fuga; e saette inchiodarli, che il feritor non vedeasi; tribolato anco il campo di mortifera epidemia: tanto narravano i nemici soldati a' nostri, facendosi sotto le mura a parlamentare. L'attestavano con sacramento per lo Iddio adorato da tutti gli umani, i Saracini stessi di Lucera; e chiedeano una volta qual fosse la diva, e più diceano, se non che surto un subito allarme dileguaronsi. Pertanto tenacissima surse in Messina, sprone a fatti più egregi, la fede di quest'aita soprannaturale della Vergin Madre, nella quale teneansi inespugnabili. Sgombro poi che fu l'assedio, alla celestiale proteggitrice alzavano un tempio nel lieto nome della Vittoria: il miracol tramandossi di generazione a generazione, e la facile istoria il registrò[23]. {162}

Or narrinsi i miracoli umani: fornite le fortificazioni nel tempestar dell'assedio: fatto un popol di soldati: nè età, nè sesso provarsi imbelle: null'opra dura a niuno: vigilie, interminabil disagio, penuria sostenuti senza fiatare: uno scherzo la morte: e più, invidia e discordia incatenate: pensiero in tanta moltitudine un solo, far salva Messina. In pochi dì, là dov'era accostevole a scale, arduo drizzasi il muro; ove fiacco, si rassoda; ove il luogo nol comporta, steccati, argini di botti, fascine: a giusta distanza dalle cortine esteriori fabbricano un contramuro. E cavan fondamenta, e murano, e assestan travi, e insieme combattono, quanti son umani nella città; vincendo lor passione gl'infermi corpi, le schive usanze, le vanità degli ordini. Nobili, giuristi, mercatanti, artigiani, infima plebe, sacerdoti, e frati, e vecchi, e fanciulli all'opra tutti secondo lor posse; intenti ed ansiosi, dice Saba Malaspina, quale sciame ch'affatichi intorno a suoi favi. Donne cresciute in dilicatissimo vivere, d'ogni età, d'ogni taglia fur viste a gara sudar sotto il peso di pietre e calcina; e lì, tra il fioccar de' colpi, recarne a' lavoranti; girare per le mura dispensando pane e polenta, dissetandoli d'acqua, mescendo vini; e più di belle parole confortavanli: «Animo, cittadini! Nel nome della Beata Vergine, durate alle fatiche. Vi serbi alla patria Iddio. Egli il vede e difenderà Messina.» In questo gli altri Siciliani, eludendo l'oste pe' tragetti de' monti, aiutavano la città di gente, d'armi, e di vittuaglie. Crebbe la virtù de' Messinesi con l'uopo e coi rischi, durò tutto l'assedio, e più valida ogni giorno rendea la difesa[24]. {163}