Diploma del….. 1282, ibid., fog. 117.

Fors'anco si scrisse negli atti l'anno primo della repubblica, seguendo l'uso della corte di Roma e di tutti gli altri principati del tempo, ove si notava la indizione e l'anno del principe, e anche talvolta del feudatario, piuttosto che l'anno dell'era volgare.

[62] Paradiso, canto 6.

[63] Veggasi l'appendice.

CAPITOLO VII.

Dolore e rabbia di Carlo all'annunzio della rivoluzione. Ordina la passata in Sicilia, con l'esercito disposto alla guerra di Grecia. Bolla del papa contro i ribelli; risposta loro, e legazione del cardinal Gherardo da Parma. Preparamenti di Carlo, e de' Messinesi. Rotta dei nostri a Milazzo. Sbarco di re Carlo. Principî dell'assedio. Pratiche del cardinale entrato in Messina. Assalti minori. Stormo generale contro la città. Respinti i Francesi. Tentata la fede d'Alaimo capitano del popolo di Messina. Aprile a settembre 1282.

A corte del papa, ebbe Carlo dall'arcivescovo di Morreale l'annunzio della siciliana strage; che il colpì di presentimento di ruina, e fè nascere in quel superbissimo animo, prima dell'ira stessa, una disperata rassegnazione; ond'ei si volse tutto umile al cielo, e fù udito pregare: «Sire Iddio! dappoi t'è piaciuto farmi avversa la mia fortuna, piacciati che il mio calare sia a petitti passi[1].» Sopraccorse ansando a Napoli; e trovate le nuove del progredimento della ribellione, diessi a furor bestiale, senza serbar contegno alcuno di re. A gran passo misurava le stanze; forsennato, muto, torvo agli sguardi, rodendo un bastone come cane in rabbia; finchè prese a sfogarsi in parole: andrebbe, sì, gli parea mill'anni, andrebbe in Sicilia a schiantar città, a bruciar contadi, a sterminare con orrendi supplizi tutta la ribalda generazione; lascerebbe quello scoglio spopolato, ignudo, esempio della giustizia d'un re, terrore alle età più lontane. E i Siciliani, certo innocenti, ch'erano in Napoli per cagion di commerci, furon costretti a nascondersi o fuggire. Intanto {147} egli mettea insieme i soldati scritti per l'impresa di Grecia; facea rassegne, esortava, preparava, e attendea impazientissimo gli altri avvisi; che tutti furon sinistri, finchè venne quell'ultimo della rivoluzione di Messina, che il fece prorompere a nuovi eccessi di rabbia[2]; ma nel fondo del cuore, l'agghiacciò. Spacciò incontanente al re di Francia, dettata certo da lui stesso, una lettera che mal cela l'animo sconfortato e abbattuto: essere rivoltata la Sicilia; sovrastar grandi mali se non vi si correa con grosso esercito; piacesse al re di Francia mandar subito cinquecento uomini d'arme col conte d'Artois, o altro valente capitano, e fornir le spese, delle quali sarebbe ristorato senza ritardo[3].

Mentr'egli, in tal subito rovescio di fortuna, implorava soccorso di gente dalla madre patria, la corte di Roma aiutavalo di consigli, di danari forse, di preghiere al cielo, e di maledizioni su i ribelli senza misura[4]. Il dì dell'Ascenzione, Martino IV bandiva da Orvieto a tutta la cristianità: che niuno s'attentasse a favorir questa rivoluzione; i disubbidienti, se vescovi o prelati, sarebber deposti, se principi o signori, spogliati de' feudi e sciolti lor vassalli dal giuramento; cassate e annullate quante confederazioni si fossero fatte tra le città di Sicilia; aspramente ammoniti i Palermitani e gli altri capi del movimento, che tornassero sotto re Carlo; minacciati, a chi s'indurasse {148} nella fellonia, mille gastighi nell'avere, nella persona, e nell'anima[5].

Ma gli fu risposto con parole riverenti, e fermo proposito; sì che Martino, uditi gli oratori di Sicilia, replicò ch'e' facean come i manigoldi intorno a Cristo: «salutavanlo re dei Giudei, e davangli uno schiaffo[6].» E tal era alla corte di Roma, se non la prima ambasciata, certo una rimostranza indirizzatale dopo la sua ammonizione o dopo la prima scomunica, la quale rivolgesi ai padri coscritti, così chiama i cardinali, partecipi della piena potestà del pontefice, sedenti nel sacro collegio per tener le bilance della giustizia, e intendere all'util pubblico, spogliandosi d'ogni privato riguardo; e, con stile spesso ridondante, talvolta confuso, e più spesso vivo e poetico, duolsi che la romana corte favorisse gl'iniqui governi di Carlo d'Angiò, venuto dall'estremo Occidente fino alle spiagge della Sicilia, e comandasse ai Siciliani di tornar sotto la servitù d'Egitto e il giogo che aveano scosso per ispirazione e aiuto divino; barbarico giogo, che il papa non conoscea, e volea rimetterlo sul collo gonfio e insanguinato dall'averlo portato tanti anni. Con pari intemperanza di rettorica, mette a confronto le due genti francese e latina, esagera il biasimo dell'una, la lode dell'altra. «Costoro, dice, ci dovean reggere, costoro amministrar la giustizia! Chi sosterrebbe le loro mani pronte alle ingiurie e al sangue, i truci volti, i minacciosi aspetti, l'arrogante parlare, l'alito stesso? O morte, speranza de' tribolati, riposo ancora ai felici, ti sospiravano le anime nostre, impazienti d'esser tratte al cielo o all'inferno, finchè questi condannati nostri corpi nulla servirono al ben della patria! Non è ribellione, o padri coscritti, quella che voi mirate; non ingrata {149} fuga dal grembo d'una madre; ma resistenza legittima, secondo ragion canonica e civile; ma casto amore, zelo della pudicizia, santa difesa di libertà. Rivanghiamo la voragine de' nostri mali; traggiamo a riva l'alga corrotta nel profondo del mare. Ecco le donne sforzate al cospetto de' mariti; viziate le donzelle; accumulate le ingiurie, sì che par non resti luogo ad altre nuove: ecco le battiture su le spalle; le mani che s'alzano a percotere una faccia ritraente l'immagine del Creatore; gli omicidî; le prigionie; le rapine; il disprezzo; l'occupazion de' beni delle chiese; la brutal forza che comanda; il principe fatto solo arbitro de' matrimoni. Nè la corte di Roma ignorava, nè potea ignorar questi mali, notissimi alle genti più lontane. Avvi, o padri coscritti, un estremo furore della sventura, una forza di necessità, una reazione dell'umana libertà: e allora nessun eccesso di crudeltà è tanto immane, che non giovi con l'esempio, reprimendo i malvagi. Fu squarciato il corpo alle donne; furono uccisi i bambini anzi che nati: la storia il narrerà ai secoli più lontani; e così periscano i vizi prima di venire alla luce; si dissipi il veleno con la prole de' serpenti.» A queste empie parole non manca la sublimità della disperazione e della ferocia. «A voi, ripiglia l'ignoto autore, lasciando i cardinali e addentando il papa, a voi si volge ora il sermone; su voi voterò il calice. Fremono d'ogni intorno le guerre; minacciano i nemici; tremano le nazioni, lacerate dalle guerre civili e dalle straniere: son questi, o padre, i frutti delle opere vostre!» E qui tocca la connivenza alla sommossa di Viterbo, e tutti gli abusi di re Carlo in Roma; e ritrova non pochi torti a Martino; e gli ricorda che, seguendo un interesse di parte, menomasse l'autorità del pontificato; che i misfatti permessi perchè piacciono, portan poi i misfatti che spiacciono; ch'ei non dovea promuovere i suoi partigiani, e trascurar le altre faccende {150} della Chiesa; che i disordini consuman sè stessi: «la scure è alzata; accenna di percuotere; fate d'impugnarla voi stesso pria che tronchi l'albero alla radice.» Con queste, e molte altre parole è esortato papa Martino a mutar via, se gli preme la sua salvazione. Alle idee, allo stile, agli eccessi della passione, l'autore sembra chierico, non ignorante, e patriotta audacissimo. Niuno potrebbe o affermare o negare che tal rimostranza si mandasse a corte di Roma, quando si conobbe chiusa la via del perdono, e altro non restava che protestare fortemente. Ma se i governanti della Sicilia non scrissero in quelle parole, scrissero per certo in que' sensi: e in ogni modo il documento che ci resta è irrefragabilmente del paese e del tempo; ha la rovente impronta della rivoluzione; estinto quel fuoco, non si potea contraffare[7].

La corte di Roma, vedendo che i Siciliani nulla non rimoveansi da' loro proponimenti, tentò nuovi consigli. Deputò con autorità straordinaria il cardinal Gherardo da Parma pontificio legato nel regno[8]. «Mossi, dicea la bolla, da sviscerato amore alla Sicilia, e dolentissimi degli scandali con che il nemico dell'uman genere la vien turbando, te mandiamvi, o fratello, angiol di pace; e svelti tu, struggi, dissipa, sperdi, edifica, pianta; tutta usa l'autorità nostra ad onor di Dio e riformazion del reame[9].» L'accorgimento de' consigli sacerdotali trasparisce ancora da uno statuto promulgato di quel tempo da Carlo, dove accagionando del mal governo gli officiali inferiori, moderava i più grossi aggravî del fisco, dei magistrati, e di lor famigliari; e sì la crudeltà di alcuna legge, le usurpazioni {151} de' castellani nelle faccende municipali, e lor violenze nei contadi[10]. Lusinghe a' Siciliani eran queste; blandimenti ai popoli di Puglia e Calabria, che, dalla medesima signoria travagliati, non si muovessero all'esempio, ma grati e soddisfatti aiutassero il re. E per vero assai difficoltà nel raccorre quelle feudali milizie ebbe egli a vincere con la sua passione e potenza[11]. Aggiunsevi mille Saracini di Lucera, co' fanti e' cavalli di Firenze e d'altre città guelfe di Lombardia e Toscana; i Francesi, tra vassalli e stipendiati, furono il nerbo dell'esercito. Genova e Pisa mandaron galee; quelle del regno s'accozzaron tutte; altre ventiquattro chiamonne di Provenza il re, poichè la più parte delle preparate alla impresa d'Oriente era chiusa nel porto di Messina. Forniti inoltre uscieri, teride, trite quanti abbisognassero a traghettar le genti. Ordinò Carlo che si ritrovasser le genti a Catona, picciola terra di Calabria, posta sullo stretto di contra a Messina, ch'egli volea prima assaltare; e mandò innanzi quaranta galee, e gran copia di grani e altra vivanda, e ogni cosa bisognevole all'esercito. Quivi poi rassegnò pronti a servir sua vendetta da quindicimila cavalli e sessantamila pedoni, con cencinquanta o dugento legni, tra di trasporto e di corso[12]: macchina {152} enorme di guerra, che non parrà esagerata riflettendo esser Carlo apparecchiato di già a grande impresa, e aiutato da mezza Italia, dalla Francia e dalla corte di Roma; e che pria della lotta tra principato e baronaggio, e dell'uso delle bande stanziali che ne seguì, gli eserciti d'Europa si poteano adunar numerosi poco meno ch'ai nostri tempi, con un sol bando a' baroni per la cavalleria, e poca moneta per lo scarso stipendio de' pedoni. Un cardinale armato di censure e di piena balìa; un re uso a vittoria, indurato nelle battaglie; un esercito grossissimo, ansioso di vendetta, assetato di preda; un bollor francese, un'astuzia di Roma, un furor d'offeso tiranno, tutte l'arti di guerra, tutte l'arti di regno a conquider l'isola ribelle, minacciando si raggrupparono sulla estrema punta d'Italia.