Trovò Pietro mutata quivi ogni cosa per l'annunzio precorso, o loquacità del Saraceno alleato, o tradimento altrui. Abbandonato era in Collo il porto, e la città: e da mercatanti pisani seppe indi a poco, ucciso il signore, e Costantina in man dei nemici: ma quanto più perduta parea l'impresa, tanto più per grand'osare e gran vedere ei rifulse innanti i Catalani, e con la gloria si cattivò quegli indipendenti animi. Al veder solinga e muta la spiaggia, il soldato temea frode de' barbari; esitava fino al predare; e negava entrar nella terra, se non era pel re. Tutto solo con un compagno si fa egli alle porte; smonta di cavallo, mette l'orecchio a fior di terreno per coglier qualche leggiero rimbombo: e fatto certo che persona viva non v'ha, rassicurando i suoi, entra egli primo. Solo indi, o con pochi, cavalcava a riconoscere il paese; con pronte arti rafforzava il campo; guardava i passi; spiava ogni movimento dei nemici: e venendosi alle mani, tra i più feroci quasi temerario pugnava. Le geste non ci faremo a narrare, scorgendone le memorie maravigliose tutte, e diverse tra loro; perchè gli ambasciadori mandati al papa, o i soldati che raccontaronle o scrisserle, ingrandian favoleggiando le migliaia di migliaia di barbari; gli spaventevoli scontri; il macello; la virtù dei fedeli; i memorabili fatti de' baroni dell'oste. La somma è, che da religione e abborrimento di violenza straniera, le torme de' cavalli arabi piombaron su i Catalani, che li avanzavano d'arte e d'animo e li respinser indi con molta uccisione. Ma non bastavan essi nè ad espugnar Costantina, nè ad innoltrarsi altrimenti nel nimico paese[17]. {179}

Dopo questi fatti d'arme, nuov'arte, suggerita da Loria e dagli altri usciti italiani, divisava il re ad aggirar le genti sue; e insieme tener a bada il papa, che non vibrasse anzi tempo i suoi colpi; onestare appo gli altri potentati la meditata impresa; vincer le ultime dubbiezze in Sicilia. Chiamati i principali dello esercito, di loro assentimento inviò al papa con due galee Guglielmo di Castelnuovo e Pietro Queralto, che sponessero la sconfitta degli infedeli, e chiedessero i favori soliti in tali guerre: legato apostolico; bando della croce; protezion della Chiesa sulle terre del re e de' suoi in Ispagna; e le decime ecclesiastiche, raccolte già e serbate. Queste grazie, ei pensava, consentite renderebbel sì forte da potersi scoprir senza pericolo, negate darebber pretesto a volgersi ad altra impresa[18]. Ma gli oratori navigando d'Affrica a Montefiascone, ove papa Martino fuggiva il caldo della state, o i romori già surti in Italia contro parte guelfa[19], approdarono, come se sforzati da' venti, in Palermo; mentre i baroni e i sindichi delle città ragunati a parlamento, in gravissima cura si travagliavano[20].

Nella chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio, bel monumento de' tempi normanni, ch'or addimandasi della Martorana, sedeva il parlamento costernato e ansioso per {180} l'assedio di Messina, trovando scarsi tutti i partiti, e dall'uno correndo all'altro, com'avviene negli estremi pericoli. E parlava alcun già da disperato di fuggir dalla misera patria, quando il Queralto, testè arrivato, appresentossi in parlamento a mostrare una via di salvezza: chiamassero al regno Pier d'Aragona, principe di gran mente, di gran valore, vicino con gente agguerrita, spalleggiato da indisputabili dritti alla corona. Messo questo partito dunque tra i consapevoli e gli sbigottiti, d'un subito fu vinto; deliberandosi d'offrire a Pietro la corona, a patto ch'osservasse tutte leggi, franchige, e costumi del tempo di Guglielmo il Buono, e soccorresse la Sicilia con le sue forze fino a scacciarne i nimici[21]: del quale messaggio mandavansi apportatori in Affrica con lettere e pien mandato di tutte le siciliane città, Niccolò Coppola da Palermo e Pain Porcella catalano[22]. Bartolomeo de Neocastro aggiugne {181} fede alle sollecitazioni del re d'Aragona e alle disposizioni degli animi nel parlamento, col narrar semplicemente[23], che Giovanni Guercio cavaliere, il giudice Francesco Longobardo professor di dritto, e il giudice Rinaldo de' Limogi, inviati già prima da Messina a Palermo per trattar la chiamata di Pietro, avvenutisi in Palermo con gli oratori del re, speditamente il negozio ultimavano. Mentr'ei così scrive, il semplice Anonimo porta il Queralto approdato per caso in Palermo; e il cortigiano Speciale o favoleggia o simboleggia d'un vecchio ispirato, fattosi di repente nel costernato parlamento ad arringare. Ma niuno non vede che nè fortuito caso fu, nè miracolo questo meditato colpo di scena, sviluppo delle pratiche de' nostri ottimati con re Pietro. Se tramaron essi fin dai tempi di Niccolò III, se v'ha parte di vero ne' maneggi del Procida in Sicilia, trionfava in questo parlamento, non già nel vespro, l'antica congiura.

Giunti Castelnuovo e Queralto a Montefiascone, lietamente li udì il papa; per vero credendo rivolto addosso a' Mori quel sospettato armamento del re; ma non assentia di leggieri le inchieste, avvolgendosi negli indugi della romana curia; e dicea le decime ecclesiastiche servire a' soli luoghi santi, non a tutta guerra contro Saracini: tanto che gli ambasciadori, sdegnati o infingendosi, tolto commiato appena, tornavansi in Affrica[24], ammoniti forse da cardinali nimici a parte francese, che Pietro nulla sperasse da papa Martino, ma pensasse egli a' suoi fatti[25]. E in Affrica già aveano gli oratori siciliani con accomodate parole {182} offerto a Pietro il trono[26]; ed ei sceneggiando avea replicato: gradire questa lealtà al sangue svevo: stargli a cuore la Sicilia: pure gli desser tempo a risolversi su partito sì grave. Rappresental tosto, dissimulando quel suo ardentissimo desiderio, agli adunati baroni e notabili dello esercito; tra' quali chi consigliava l'andata al bello e facile acquisto, e chi dissuadeala, mostrando: provocherebbe sul reame d'Aragona l'ira del papa, le armi di Francia; per ambizione di novella corona metterebbesi a repentaglio l'antica; essere Carlo potente troppo; e le genti di Aragona use a battagliar co' Mori, non contro cavalleria sì forte; rifinite chieder la patria e il riposo; ripugnare a una aggression sopra cristiani: e d'altronde come prenderebbesi guerra sì grande senza la sovrana autorità delle corti di Catalogna e Aragona? A quegli ostacoli tacque parecchi dì Pietro, nè fiatò perchè molti, senza tor pure commiato, facean ritorno in patria[27]: ma lavorando occulto, prese a poco a poco gli animi de' principali dell'oste. Quando ne fu sicurato, rispondeva agli oratori di Sicilia: accettar la corona secondo gli ordini del buon Guglielmo, e promettere la difesa[28]; scrivea al re d'Inghilterra, e forse {183} anco ad altri potentati, lasciare pe' nieghi del papa la guerra sopra infedeli, e chiamato in questo dalle città di Sicilia, andarvi a rivendicare i dritti della Costanza e dei suoi figli[29]. Risolutamente poi comanda la partenza, con ciò che libero sia ciascuno a rimanersi; che se i compagni d'arme l'abbandonino, ei solo andrà. Per queste arti, seguito da' più, con ventidue galee, una nave, e altri legni minori, e poche forze di terra diè ai venti le vele[30].

Il dì penultimo d'agosto, dopo cinque di viaggio, prese terra a Trapani, con giubilo grande del popolo, e maggiore de' nobili, affaccendati a gara nelle cerimonie della corte che quel dì risorgeano in Sicilia: e baroni montarono sulla nave del re, lo addussero a città, resser su quattro lance il pallio di seta e d'oro sotto il quale egli incedeva; e fu più lieto chi tenne le redini del destriero; gli altri a piè seguianlo, e con essi giovanetti e donzelle, danzando e cantando al suon di stromenti; il popolo a gran voce: «Benvenuto, gridava, il suo re, mandato dal Cielo a liberarlo dall'atroce nemico.» In queste prime allegrezze Palmiero Abate il presenta di ricchi doni, e largamente dispensa grano alle soldatesche. Pietro cavalcò il quattro settembre alla volta della capitale: mandovvi con l'armata e le bagaglie Ramondo Marquet. E quivi a maggiori dimostrazioni s'abbandonò il popolo, più frequente, e stato primo nella rivoluzione, onde peggiore aspettavasi la vendetta angioina. Per ben sei miglia si fece incontro al principe, il menò a trionfo, e all'entrare in città sì forte surse {184} il plauso della moltitudine, il grido de' soldati, e lo squillo delle trombe, che rintronò, scrive Saba Malaspina, fin a Morreale, città a quattro miglia in sul poggio a libeccio di Palermo. Con tal gioia andò Pietro in palagio; ebber le sue genti larga ospitalità per le case de' cittadini[31].

Ma da' festeggiamenti, le luminarie, le ferie de' lavorieri, e i presenti di danaro, che Montaner dice ricusati dal re, si venne a solennità più augusta. Al terzo dì, scrive d'Esclot, adunavasi in Palermo il parlamento de' baroni, cavalieri, e rappresentanti delle città e ville. Ai quali Pietro domandava, se per vero deliberato avessero la profferta della corona fattagli in Affrica dagli ambasciadori: e un cavaliero rispondea di sì; e poichè tutto il parlamento a una voce l'assentì: «Degnisi ora il re, ripigliava quel cavaliero, accordar le franchige de' tempi del buon re Guglielmo, e lascerà memoria di sè gratissima, eterna, e cattiverà i Siciliani a ogni voler suo.» Pietro accordolle; e ne promesse i diplomi. Allora tutti i parlamentari levandosi in piè, gli giuravano fedeltà; un gran banchetto imbandivasi al re e a' cavalieri[32]. Ma non credo vero, com'altri scrive, che indi si cingesse a Pietro la corona {185} dei re di Sicilia, e che tal cerimonia fornisse il vescovo di Cefalù[33]. Allora a nome della Sicilia indirizzossi al papa un {186} altro nobile scritto, più misurato della prima rimostranza; come portava il novello governo regio e baronale. In esso, replicate a lungo le enormezze della tirannide straniera, toccossi della signoria profferta dopo il vespro al sommo pontefice, e ricusata; onde la nazione s'era volta ad altro principe; e il sommo Iddio, in luogo del vicario di san Pietro, un altro Pietro, scherza così lo scritto, aveale mandato. Con ciò ricordarono a Martino severamente, ch'ei francese, sulla cattedra dell'apostolo dovea ascoltare la verità, non le passioni di parte; nè a dritta piegar nè a manca; nè proceder contro i Siciliani sì tempestosamente[34]. {187}

Ristretti in questo mezzo col re i più intinti nella rivoluzione, e tutti gli esuli del regno di Puglia, affollantisi pieni di speranza alla nuova corte, deliberavan sulle fazioni da imprendere contro il nemico[35]. Del che eran tanto più solleciti, quanto ne' privati ragionari si mormorava già la trista sembianza della gente catalana; male in arnese; lacera e abbronzata ne' travagli d'Affrica; ondechè i nostri poc'aiuto la estimaron dapprima contro i cavalier francesi, nè se ne sgannarono che ai fatti[36]. E però avvisatisi di far assegnamento sulle lor sole braccia, e su' militari consigli del re, ansiosamente chiedeano i Siciliani d'esser condotti a Messina; che a tutti tardava liberar la generosa città[37]. Pietro usando questo ardore, allor mandò intorno la grida: che tutt'uomo da' quindici anni a' sessanta si trovasse in Palermo entro un mese, armato, e con vivanda per trenta dì[38]. Ed ei con molta prestezza con le milizie più spedite mosse per la strada di Nicosia e Randazzo; seguendolo, ciascuna come potea, le altre schiere che s'ivano adunando: e fece veleggiare il navilio alla volta del Faro. Manifesto disegno era dunque affamar Carlo nel campo, tagliandogli per mare le comunicazioni con la Calabria, e su pei monti ogni via a foraggiare nell'isola; il qual consiglio appone a Giovanni di Procida chi il fa protagonista della tragedia del vespro. Con certezza istorica si sa che Pietro, disposte così le forze, bandiva solennemente la guerra; e a Carlo a quest'effetto spacciava Pietro Queralto, Ruy Ximenes de {188} Luna, e Guglielmo Aymerich, giudice di Barcellona, con giusta scorta d'armati[39].

Per due frati carmelitani domandaron costoro salvocondotto a re Carlo[40]; il quale sognando potere in brev'ora parlar da vincitore, ai frati rispondea darebbelo a capo a due dì; e comandava quel generale assalto del quattordici settembre, che gli tornò sì funesto. Al secondo dì dalla battaglia, ancorchè giacesse in letto, tutto rappigliato, spossato, affranto, arso d'infermità e peggio di rabbia[41], assentì a veder gli ambasciatori, che già venuti al campo, e cortesemente raccolti con grossiera ospitalità, sotto guardia strettissima aspettavano[42]. Ammesso Queralto dinanzi al re sedente in letto su ricchissimi drappi di seta, presentò le credenziali; e Carlo a lui, troncando le cerimonie: «Alla buon ora di' su;» e datagli un'altra lettera di Pietro, senza guardarla, gittavala sulle coltri; ardea tutto d'impazienza {189} aspettando il dir del Catalano. Perciò questi brevemente si fe' ad esporre l'ambasciata del suo signore, richiedente il conte d'Angiò e di Provenza che lasciasse la terra di Sicilia, a torto occupata, atrocemente manomessa, in cui aiuto il re d'Aragona s'era mosso come signor naturale, pel diritto dei suoi figliuoli. A queste parole, i brividi della febbre preser l'antico monarca; convulso ammutolì. Poi rosicando il bastone, com'ei solea per soperchio furore, interrotto e minaccioso rispondea: non esser la Sicilia nè sua, nè di Pietro d'Aragona, ma della santa romana Chiesa; ei difendeala, e saprebbe far pentire il temerario occupatore. Queste ed altre superbissime parole, secondo altri cronisti, scrisse a Pietro[43]. E intanto per far sembiante di non curare, o per ingannar loro e i Messinesi, lasciò {190} andar alla città gli ambasciadori stessi a profferir tregua d'otto dì. Fu vano, perch'Alaimo non conoscendo i legati, {191} li ributtava; ond'eglino tornavano al campo francese, ed eranvi senza risposta intrattenuti finchè il campo si levò. {192} I Messinesi poi, che non avean creduto a Queralto l'avvenimento del re d'Aragona[44], n'ebber certezza entro pochi dì per Niccolò de' Palizzi messinese e Andrea di Procida, entrambi nobili usciti, mandati dal re in lor soccorso con cinquecento balestrieri delle isole Baleari. Costoro, valicati {193} per tragetti e alpestri sentieri i monti a ridosso alla città, da quella banda non istretta per anco da' nemici, di notte appresentaronsi alla Capperrina; e riconosciuti i condottieri, e con grande allegrezza raccolti, spiegavan su i muri lo stendardo reale d'Aragona[45].

Già fin dal primo arrivo degli ambasciadori, teneano i nemici novello consiglio, a disputare non più dell'assalto o blocco della città, ma della lor propria salvezza. Perciocchè sapendo per sicura spia uscite dal porto di Palermo molte galee sottili armate di Catalani e Siciliani, Arrighin de' Mari, ammiraglio di Carlo, rimostravagli vivamente non potersi difendere; in tre dì sarebbegli addosso il nemico ad affondare e bruciare i trasporti[46]. Quant'aspro il caso, apparvero diverse allora le menti. Affrontar la flotta ad un tempo, e correr sopra il re d'Aragona: accamparsi in alcun forte sito presso la città co' balestrieri mercenari, accomiatando le milizie feudali: prender pria de' nemici i passi de' monti: star all'assedio tuttavia con l'esercito intero, finchè consumasser la vivanda, che n'avean anco per due mesi; tra disegni sì fatti vagavano i parlatori più feroci. Pandolfo conte d'Acerra, e molti con lui, mostran all'incontro dileguata ogni speranza di ridur la città con quell'esercito scoraggiato, stracco, assottigliato per morbi {194} e partenza di gran gente ch'avea fornito il servigio feudale: ma le genti nemiche inanimirsi, ingrossare per la riputazion del re d'Aragona: ben costui saprebbe adoprare i Siciliani su le montagne: e il mare, il mare tra le autunnali tempeste il terrebbero i nimici, padroni di sicurissimo porto: romperebbero i legni napoletani su quelle aperte spiagge: e intanto chi raffrenerebbe Reggio, invasa già dagli umori della ribellione? E come ritrarsi poi se la estrema Calabria tumultuasse? Esausta aggiugnean la Calabria di viveri: il paese intorno Messina, fatto da loro stessi un deserto: per fame e avvisaglie perirebbe l'esercito, assediato alla sua volta tra 'l mare, i monti, e quella indomabile Messina. Per tali ragioni, dietro dibatter lungo, deliberossi il ritorno[47]; ma per allora si tacque.

E Carlo sfogò il dispetto con atti disperati ed assurdi. Sguinzaglia i suoi a un ultimo sterminio delle campagne; che cadde su i luoghi sacri, poich'altro non rimaneva men guasto; e andò sì oltre, che fin le colonne e le travi strascinarono al campo; e nel monistero di nostra Donna delle Scale spogliarono gli altari, e ruppero e contaminarono ogni cosa. Poi il re saltando all'estremo opposto, offre ai Messinesi di rimetter tutte lor colpe, consentir tutte inchieste, sol che tornino sotto il suo nome: ed essi con onta e scherno rifiutano[48]. I tradimenti anco tentò, praticando col giudice Arrigo de Parisio, il notaio Simone del {195} Tempio, Giovanni Schaldapidochu, e un Romano, che di furto mettesser in città le sue genti; i quali furono scoperti e puniti nel capo. L'insospettito popolo di Messina allora, tumultuando chiamava al supplizio Federigo di Falcone, che forse avea consigliato la resa, brontolando «il mal fatto ne basti;» e minacciava anco Baldovin Mussone, il deposto capitano, che intendendo la venuta di Pietro, occultamente era uscito dalla città per andarne al re; ma i contadini di Monforte, credendol indettato coi nemici, l'avean preso e condotto a Messina. Alaimo salvò entrambi, imprigionandoli nel castel di Matagrifone[49].