Soprastato in questi vani pensieri alcun dì, intese Carlo con maggiore rammarico l'esser della città da un Morello, ch'uscito in sembianza di paltoniere, e preso da' soldati, affermava il tenacissimo proponimento alla difesa; e aggiugnea sue favole di sterminate provvedigioni di vittuaglie; bande novellamente scritte; disegni contro la vita del re, imminenti, atroci, ordinati con cinquecento cavalieri spagnuoli e duemila pedoni messinesi, che giurato avvessero al comune d'irrompere disperatamente nelle regie tende in una improvvisa sortita de' cittadini, nella quale il grido di guerra sarebbe «al campo, al campo[50].» Fosse arte o caso, questo dir del prigione che parve cominciato ad avverarsi in pochi giorni, diede la pinta al re; il quale ripugnando a partirsi, aspettava e differiva.
A toglier ch'altri stuoli entrassero in città sull'orme di Palizzi e d'Andrea Procida, il dì ventiquattro settembre re Carlo avea fatto occupare il palagio dell'arcivescovo, poco lungi dalle mura. Un de' suoi più fidati mandovvi con dugento soldati, che muniti di steccato e fosso nello edifizio per sè fortissimo, teneano il passo della via di Sant'Agostino a ponente della città. Ma Alaimo incontanente divisa {196} un bel colpo. Di suo comando, Leucio e altri condottieri arrisicatissimi, in gran segreto con iscelte bande di giovani, usciti a notte da Messina, per vie diverse giungono intorno al palagio; e tre da tre lati si appressarono; Leucio dall'altra banda, tenutosi indietro, in un uliveto imboscossi. Come il disco della luna spuntò dai monti di Calabria, ch'era il segno prefisso da Alaimo, i primi mettendo altissimo un grido «Cristo già vince,» dan dentro ferocemente ne' ripari; tagliano a pezzi il presidio; il capitano colto nel suo letto stesso, vergheggiano a morte. Quanti di lor mani fuggono all'uliveto, son dalle genti di Leucio ammazzati. E repente da' silenzi della città uno scoppio di voci «Al campo, al campo,» uno stormeggiar di campane, un dar nelle conche e nelle trombe, un percuotere caldaie e panche, rintronano orrendamente: schiuse le porte, accanite turbe prorompono. Sorse atroce scompiglio nell'oste. Senz'ascoltar comando o rampogna, mezz'ignudi fuggian qua e là per gli alloggiamenti; e chi ai poggi, e alla marina i più, sentendosi già sul collo il formidato re d'Aragona. Saltando dal sonno, Carlo corse gran tratto con gli altri al mare, percosso dal presagito grido: «Al campo, al campo;» finchè tornato a sè stesso, vergognando sostò, e si fece a racchetare il tumulto. Carichi di preda rientrano i Messinesi in città: e raggiornando, ostentano su per le mura il tronco braccio del capitano del ridotto, con villanie appellando Carlo coi suoi tutti che vengano a rimirarlo[51]. {197}
Allor Carlo non più soprattenne la levata dell'assedio, che divulgata non ostante il segreto, finì di rovinare i soldati; al segno che nè onta de' nimici li raccendea, nè per militare orgoglio almeno serbavan contegno. Al primo dì valicò la regina, venuta a questo campo come a teatro: e le macchine da guerra e' lavorieri fur traghettati, tanto o quanto posatamente. Ma imbarcatosi il re[52], nei due giorni appresso le altre genti si precipitarono al passaggio con tal pressa, e confusi ordini, e obblio di lor cose e di sè stessi, che rassembrava sconfitta. Un andare e tornar di vele per lo stretto, un abbaruffarsi intorno le barche, un bestemmiar gli avari marinai, e lor noli eccedenti il pregio delle cose; e abbandonati come portava il caso, per gli alloggiamenti, per la marina, cavalli disciolti o uccisi dai propri padroni, e arnesi, e robe, e botti di vini, legnami da macchine, grani, vittuaglie accatastati o mezzo arsi per pressa, attestavan la condizione di quel dianzi fioritissimo esercito. I nostri martellaronlo nella ritirata con impetuose sortite; talchè a protegger l'imbarco si costruì alla meglio un riparo, e ordinovvisi forte banda di cavalli sotto il conte di Borgogna. Con tutto ciò da cinquecento uomini furon trucidati, e salmeria grandissima di preda riportata in città[53]. Recarono tra le altre spoglie il padiglion grande {198} del comune di Firenze, nella cieca fuga mal difeso o gittato; e l'appendeano in voto nel maggior tempio[54].
Ebbe questo memorabil esito l'assedio di Messina. Tra le gare, fanciullesche sì ma parricide, onde la patria nostra cadde lacera e schiava, splende indivisa la gloria delle due maggiori città nella rivoluzione del vespro. Ne levò l'insegna Palermo; rapì seco la Sicilia intera al gran fatto: non assestato il reame per anco, e minacciato da tant'oste, Messina il salvò con quella eroica difesa. Indi la fama a celebrar di Messina il capitano, i cittadini, le donne; e di codeste animose e gentili cantava la rinascente musa d'Italia; e le altre siciliane spose e donzelle, come da ammirazione si fa, prendeano ad imitare il lusso di lor fogge e ornamenti; che dileguato il pericolo, ripigliossi ogni dilicato vivere tra i commerci, le industrie, le ricchezze della valente città[55]. Di stranieri non pugnavano per lei nello assedio che sessanta Spagnuoli: v'eran da cento Genovesi, Viniziani, Anconitani, Pisani[56]. Del resto nè cittadini esercitati all'arme pria dell'assedio, nè avea fortificazioni, se non che rovinose, e slegate tra loro[57]: onde in molte parti fu mestieri supplirvi con le barrate; e pressochè senz'avvantaggio di luogo molti affronti si combatterono. Diversa in vero da quella dei nostri dì, e men {199} dura agli oppugnati, l'arte degli assedi allor era; men destre e compatte che i nostri stanziali quelle antiche milizie; ma quant'arte di guerra fiorì in quei guerrieri tempi, l'avea esercitato, può dirsi fin da fanciullo, tra il sangue delle battaglie, il vincitor di Manfredi; sperimentati i suoi capitani; ferocissimi quegli oltramontani avventurieri; i soldati d'Italia nè inesperti in quella età nè inviliti. Provveduti di tutte macchine, obbedienti, ordinati, sommavano a un di presso a settantamila al cominciar dell'assedio: nè a tanto numero forse giugneano, presi tutti insieme d'ogni sesso coi poppanti e i decrepiti, quanti umani rinserrava la città. Per sessantaquattro giorni la campeggiò tanto esercito, venuto in sua baldanza, che copriva il mare; e tornossi sgomenato, mutilo, a fronte bassa, ingozzando oltraggi, poco men ch'a dirotta fuggendo. Altri dirà che nell'assedio della città, che ne' disegni della guerra contro l'isola, fallava in molte parti re Carlo; ma posto pur ciò, non son da supporre sì grossolani gli errori, nè che ei non sapesse ripararli: e certo è che molti assalti diede con tutte le forze di mare e di terra, ne' quali la virtù de' cittadini fu che il rispinse. A questa dunque si dia la vittoria dell'assedio. Alla vittoria di Messina, alle difficoltà de' monti e del mare, al cuor degli altri Siciliani, e alle forze ormai concentrate per la riputazione di Pietro si dia, che null'altro danno tornasse al rimanente dell'isola da tanta mole di guerra, e primo furor di vendetta[58].
NOTE
[1] Bart. de Neocastro, cap. 43.
[2] Lib. 1, cap. 8 e 9.
[3] Questi aiuti, che il Neocastro dissimula un poco, sono accennati da Speciale, lib. 1, cap. 7 e 16.
[4] Non merita piena fede Bartolomeo de Neocastro, che le attribuisce (cap. 21) ai Palermitani, narrando come sbigottiti a veder nimico il papa, e Messina leale ancora a casa d'Angiò, deliberassero, persuasi da un Ugone Talach, di gittarsi in braccio all'Aragonese, con tanta prestezza, che Niccolò Coppola orator loro, sciogliea per Catalogna il dì 27 aprile. Il Neocastro incespa nel computo del tempo, con dir che giunto Niccolò in otto giorni alle Baleari, una fortuna di mare spingealo sulle spiagge d'Affrica; dove s'avvenne in re Pietro, che egli medesimo afferma partito di Spagna il 17 maggio, e per più autorevole testimonianza si sa approdato in Affrica il 28 giugno. Segue a intessere il suo racconto: che non volendo il re entrare in quella impresa senza intender l'animo dei Messinesi, rispondea manderebbe a ciò suoi fidati, ma nulla prometteva intanto. Così dà tempo e sembianze a questa pratica, a maggior vanto di Messina sua; senza pure accorgersi che Messina splendea di tanta gloria verace, da doversi sdegnar l'accattata.
Lo Speciale, il d'Esclot, il Montaner, e Saba Malaspina non parlan d'altro, che dell'ambasceria pubblica, della quale ora diremo.