Federigo, dicon le istorie, come vide piegare i suoi, risoluto a morire, chiedea di Blasco, che fianco a fianco spargessero il lor ultimo sangue; alla ciurma gridava: «Non restargli altro che la vita a dare per lo popol suo;» e per vero gittavasi disperatamente tra le navi nemiche, se non che d’un subito, vinto anch’egli da passione, caldo, fatica, stramazzò tramortito sulla tolda. Estrema ansietà allor nacque ne’ suoi più fedeli: che farebbesi della persona del re, mentre in ogni attimo era vita o morte? Il conte di Garsiliato pensava di rendere a’ nemici la spada di Federigo; Ugon degli Empuri gli die’ sulla voce; comandò di vogare a Messina; e per disperata forza di remi, la capitana involossi ai nemici, e con essa dodici altre galee. Blasco, che combattea non lasciando mai degli occhi il diletto suo principe, come vide fuggir la nave, posposto a lui ogni cosa, comanda a’ remiganti che il seguano, al suo alfiere che ravvolga lo stendardo; e l’alfiere, rispondendogli che non vedrebbe mai Blasco Alagona lasciar la battaglia, die’ del capo rabbiosamente sull’albero della galea, e cadde semivivo; la dimane spirò. Ferrando Perez il suo nome. Seguirono altri strani casi nella sconfitta. Vinciguerra Palizzi, testè creato gran cancelliere del regno, in cambio di Corrado Lancia che fu sì avventuroso da morire innanzi questo misero giorno[255], Vinciguerra, per antico rancore cercato a morte dall’ammiraglio, sopraffatto da quattro galee, dopo bella difesa, saltò sopra una barchetta vicina a caso, e rifuggissi ad altra nave. Così ancora Alafranco di San Basilio e altri nobili, gittatisi a nuoto. I più, soverchiati dal numero, pugnarono con cieco furore, finchè saliti sulle navi i nemici, incominciò un macello. Perchè l’ammiraglio con sinistra voce urlava: «Vendicate Gian Loria!» e nobili e plebei immolati cadeano, con mazze, coltelli, mannaie, o scagliati in mare: tanto che sostarono i soldati per pietà; e l’ammiraglio pure a comandar sangue, a percorrere le prese navi, più atroce contro i Messinesi, dei quali fu grandissimo lo scempio. Federigo e Perrone Rosso, Ansalone e Ramondo Ansalone, Jacopo Scordia, Jacopo Capece e altri nobili di Messina perironvi; poi per istanchezza si cominciò a far prigioni, a dar di mano al bottino. Pier Salvacossa, fuggitosi non a Messina col re, ma ad Ischia, vilmente cercò la grazia de’ vincitori con render l’isola, ch’avea tre anni prima difeso con singolare virtù[256]. Diciotto galee andaron prese; da seimila de’ nostri morti nella battaglia, o dalla rabbia de’ vincitori. Questa fu la giornata del capo d’Orlando; perduta per incapacità di cui comandava, e minor numero e temerità de’ combattenti: ed allora la fortuna per la prima volta mostrò, lamenta Speciale trasportato da amor di patria, potersi vincere in naval battaglia i Siciliani, che per diciassette anni, in guerre diverse, in orribili scontri, e su lontanissimi liti stranieri, avean riportato senza interruzione incredibili vittorie[257]. Gli storici guelfi, credendo sparger vergogna su i Siciliani, perdenti sì ma con onore poco men che di vittoria, portan rovinate le sorti della Sicilia, tolta ogni difesa, certissimo il soggiogamento, se non che Giacomo nol volle; e a lui appongon anco che chiudesse gli occhi alla fuga di Federigo: non probabili cose, anzi non vere, come il seguito degli avvenimenti dimostrerà.
CAPITOLO XVII.
Giacomo, lasciato Roberto in Sicilia, tornasi a Napoli, indi in Catalogna. Ambo le parti s’apparecchiano a continuare la guerra in Sicilia. Dansi a Roberto varie città; è presa Chiaramonte; altre resistono. Tradimento di alcuni cittadini, che chiamano in Catania i nemici. Effetti di questo nell’isola. Nuovi passi di papa Bonifazio. Sbarco del principe di Taranto. Battaglia della Falconarìa, ove egli è sconfitto e preso. Inganno e combattimento di Cagliano. Luglio 1299, febbraio 1300.
Per molto sangue de’ suoi e vergogna e rimorso, seppe amara a Giacomo questa vittoria. Al far la rassegna delle genti catalane, scorgendo tanto numero d’uccisi, non meno gregari che condottieri e nobili, sclamava: non aver vinto, no, l’infelice giornata. Ma recatigli a funate i nostri prigioni, chinò vergognoso la fronte, nè seppe fare risposta a un vegliardo, che spiccatosi dalla torma, scrive Speciale, squadernò in volto al re quante più pungenti rampogne avean saputo ritrovargli le siciliane lingue fin dal suo primo abbandono; e «A te non chieggiamo, sclamava, il sangue che versammo per mantenerti sul trono, che rifar tu nol puoi, nè il vorresti; ma renda la nazion catalana, sì altera di libertà ed onore, renda i siciliani navigli suoi liberatori, che la tempesta affondò nel mar del Lione!» Le quai parole, o fosser vere, o immaginate dallo storico a ritrar ciò che fremea l’opinion pubblica, peggio or ferivano gli animi de’ Catalani, per cagion del poco utile ch’e’ traean dalla colpa. E in vero dal guerreggiare in Sicilia, Giacomo avea tutto il carico, gli acquisti casa d’Angiò: e anco gli stipendi correan male, per penuria di Carlo, slealtà di Bonifazio; il quale avea ben sovvenuto danari per l’armamento, ma quando gli parve lanciato Giacomo pell’arena, ei chiuse la borsa[258]. Donde il re d’Aragona, che in accorgimenti non era secondo a niuno, si cavò lesto di briga. Ripassa in Calabria a tor le milizie del reame di Napoli, raccolte a Nicotra[259]; le traghetta in Sicilia; e adunati i primi del l’oste, con Roberto e Filippo, apertamente lor dice: aver compiuto le promesse al sommo pontefice, abbattuto le forze della Sicilia; ora veder sì gagliardo l’esercito angioino, che Roberto con l’ammiraglio agevolmente fornirebber l’impresa; quanto a sè, necessità lo stringea di tornarsi in Catalogna. Il che forse non spiacque a Roberto, bramoso di gloria. Il re d’Aragona dunque, da pratico mercatante di guerra, fa il cambio de prigioni siciliani coi suoi dell’altra stagione; que’ che gli soverchiano, lascia a Roberto; e sì le castella occupate, e molti suoi guerrieri di nome; ed ei, con Filippo principe di Taranto, fe’ vela per Salerno[260]. Invano re Carlo volle ingaggiarlo a restare, decretandogli ricca pensione sulla tratta de’ grani di Sicilia, a misura che l’isola si racquistasse[261]; invano accordò privilegi commerciali ai mercatanti catalani con lusinghevoli parole[262]; inflessibil trovò sempre il re d’Aragona, che il vedea affogare tra’ debiti, e tardavagli svilupparsi da lui. Tolta di Salerno la sposa e l’afflitta madre, andò Giacomo a Napoli; ove freddamente accolto dal re, fece breve soggiorno, e ripartì per Ispagna, scontento di tutti, scontento di sè, lacerato da’ novelli amici che abbandonava, nè maledetto manco da Federigo e da’ Siciliani. In vero fu manifesto che il re d’Aragona, incalzando, avrebbe potuto desolare assai peggio il paese[263]: ma pensavasi ai torti suoi passati, più ch’a nuovi danni che oggi risparmiava; nè la sua partita si conobbe da moderazione o carità. E come supporne nel vincitore che lasciò sparger dopo il caldo della battaglia tanto generoso sicilian sangue al capo d’Orlando?
Intanto a Federigo l’avversità rendeva e prudenza e splendore. Come prima rinvenne a’ sensi, vedendosi rapito dalla battaglia, disperatamente chiedea la battaglia e la morte: gridava che mai non tornerebbe vinto in Sicilia; ma cedè tosto a più forti consigli: lottar ancora e regnare. Giunse a Messina, ingombra già di spaventoso lutto, assordata a gemiti e ululati, al nunzio, certo della sconfitta, confuso dei danni: che fosse caduto in battaglia il re; non campato un sol uomo; nessun riparo allo sterminio della patria. Donde al veder Federigo, pur fuggente sulla insanguinata nave, con le reliquie della flotta, si voltò il popolo in gioia, scordando i lutti privati nella speranza di salvar la cosa pubblica. Affollansi intorno a lui ansiosamente i cittadini; dicono a gara che nulla han perduto, quand’egli è salvo; prenda tutto il lor sangue, tutto l’avere per difender la Sicilia. E Federigo rispondea con magnanime parole: reggersi ogni cosa quaggiù ai cenni di Dio; la umana vita avvicendarsi di prosperità e sventure; qual meraviglia se in diciassett’anni di vittorie, toccavasi una sconfitta? nè perduta si tiene la guerra, là dove avanzan uomini, arme, danari; con un po’ di costanza, si rivolterebbe la fortuna; chè niuno mai domò la Sicilia unanime e risoluta. Incontanente scrisse a Palermo, alle altre città, con uguale costanza; appose la sconfitta alle nostre navi, avviluppatesi tra loro; la perdita sminuì, come si suole: esortavale a tener fermo a’ primi affronti de’ nemici; ed egli, saputo ove si drizzassero, là correrebbe con nuove forze. Ma perchè dopo tal crollo, il tempo e la vittoria soli eran rimedio, disegnò Federigo difendersi e temporeggiare; lasciar che i nimici cavalcassero il paese a lor voglia; ma guardare strettamente le terre murate; ei stesso con iscelta gente porsi in Castrogiovanni, l’antica Enna, foltissima città in monte, che sta a cavaliere nel centro dell’isola, comoda a sopraccorrere in ogni luogo. Dondechè, ordinati Niccolò e Damiano Palizzi, fratelli di Vinciguerra, a comandare la città e ’l castel di Messina, e posti fidati capitani nelle altre piazze di maggior momento, disponeasi il re a pigliare il cammino della costiera orientale, sopravvederla, e ridursi a Castrogiovanni[264].
Gli angioini all’incontro, apprestavansi a usar la vittoria di Giacomo. Riebbero entro tre settimane Capri, Ischia, Procida, con romoreggiare appresti di guerra[265], e più per la detta pratica di Pier Salvacossa da Ischia; il quale per cagion della provata virtù in arme, e del novello tradimento, fu fatto protontino d’Ischio, o, noi diremmo, vice ammiraglio, secondo al solo Raggier Loria nel comando dell’armata; ed ebbe lodi del re, e feudi in Sicilia[266], ma non andò guari che meglio nel pagava la spada d’un sicilian soldato. Ma quanto alla Sicilia, che allora non si risguardava com’Ischia, compresero i governanti che, oltre la rapacità e crudeltà dell’amministrazione, quei fatti di Carlo I pe’ quali distruggeansi gli antichi privilegi, erano stati grande incentivo al vespro e alla ostinata nimistade a lor nome. E però tornando al ripiego, che pur tentò quel superbo nell’impresa dell’ottantaquattro, re Carlo II a dì ventiquattro luglio del novantanove, lodandosi molto del proprio pensamento, che insieme dividesse e non dividesse la corona, creava Roberto vicario generale perpetuo nell’isola, con maneggio larghissimo delle faccende civili, e potestà sopra il sangue, sì che fosse nell’isola, dice il diploma, perfetta immagine della regia persona[267]. Insieme con tai pergamene, sforzossi a mandare in Sicilia a tutta possa genti, vittuaglie, moneta per gli stipendi[268]; accortosi della dura fatica che restava, e che per lungo tempo non trarebbe nulla del paese.
E per vero lentissimo progredì dapprima Roberto. Arrendeansi, a lui no ma a Ruggiero, gli antichi suoi feudi, Castiglione, Roccella e Placa; Francavilla seguivali se non era per timor della rocca, tenuta da Corrado Doria. Ma innoltrandosi dalla settentrional costiera per riuscire sulla orientale, Randazzo, principal città in val Demone dopo Messina, die’ prima a vedere, scrive Speciale, che per la rotta di capo d’Orlando, non era vinta, no, la Sicilia. Perchè assaliti da Roberto, dato orribil guasto al contado, i cittadini tenner saldo in molti scontri, soprattutto in uno che durissimo si appiccò alla fonte di Roccaro; dove caduto alcun de’ più feroci Francesi, il duca si ritrasse; e a capo a pochi dì, per consiglio di Ruggier Loria, lasciò anco l’assedio, tardandogli di trovar vittuaglie. Affrettatosi dunque vergo il fertil paese dell’Etna, si rinfrescò alquanto occupando senza contesa Adernò, terra espugnabile; e tosto tramutò il campo sotto la munita fortezza di Paternò. Teneala il vecchio conte Manfredi Maletta, gran camerario del regno, di nobil sangue, carissimo agli Svevi e a’ principi aragonesi, ma uom di toga, uso a viver dilicato; onde tra tedio e paura dell’assedio, al secondo giorno s’arrese. Ciò fu salute dell’oste di Roberto, che per diffalta di vivanda, già era stretta in pochi dì a partirsi o cader nelle mani di Federigo. E più che questo, nocque l’esempio: perocchè gli uomini soglion l’altrui viltà maledire, e maledicendo seguirla, come pretesto a cessar da una pericolosa costanza. Maletta poi trasse la vita pochi più anni in terra di nemici, sovvenuto o insultato da essi con meschini favori; e infame e mendico morì: ma non ha il pondo nè premi nè pene da pagar ciò che sovente fa a una intera nazione un sol uomo[269]!
Per lettere di questo vile, Buccheri, sua terra fortissima, venne in man de’ nemici. L’ammiraglio, portata una punta dell’esercito sopra Vizzini, con sè recando Giovanni Callaro, Tommaso Lalia e Giovan Landolina, presi al capo d’Orlando, l’ebbe per tradimento del Callaro; il quale mostratosi a’ cittadini, che virilmente avean preso a combattere, fu accolto con gioia, com’uomo d’assai riputazione, ed empiamente l’usò a far aprire le porte all’ammiraglio. Tornò questi allora a Palagonia; ove accozzatosi con Roberto, assalgon Chiaramonte, negano i patti che il popol chiedea, dopo le prime scaramucce, sentendosi non bastare alla difesa; e irrompono ostilmente nella città. La prima che in questa guerra del vespro, i nimici occupassero di forza; onde tutta sfogaronvi la ferità de’ tempi: passati gli uomini a fil di spada; sfracellati a’ sassi i bambini; sparato il corpo alle incinte; dopo il sangue e gli oltraggi, adunata una misera torma di donne, solo avanzo del popol di Chiaramonte, fu cacciata e sparsa pe’ luoghi vicini. In questa vendetta le genti angioine fur sole; nella rapina fur prime: spigolarono dietro a loro i saccardi di Vizzini, seguenti con vergogna le armi straniere. Di qui voltasi l’oste a Catania, s’attendò nelle vigne dell’Arena; e dopo tre dì si ritrasse inaspettatamente, fidando in una pratica, più che nella forza, contro città sì grossa, comandata da Blasco Alagona. Per dar tempo al tradimento, assaltava Aidone; respinta dapprima per la virtù di Giovenco degli Uberti, capitan della città, intromessa il dì seguente per accordo. Ma posto il campo a Piazza, trovò riscontro assai duro. Perchè Guglielmo Calcerando e Palmiero Abate, con un nodo di sessanta cavalli, trapassarono folgorando per mezzo gli assedianti; e serratisi nella città, rafforzaronla col nome, con la virtù, con la riputazione di quel fresco prodigio. Indi il duca dal pian di San Giorgio, l’ammiraglio dalla fonte di Vico, invano entrambi strinser la terra, mandarono ad offrir patti, mossero assalti. I cittadin di Piazza rispondeano alle parole: avere fermato, già gran tempo, i lor cuori; morrebbero, non arrenderebbersi mai. Sostennero il detto con una virile difesa. Onde Roberto, perdutavi assai gente, si levò dall’assedio; sfogò con guastar le campagne; e avviossi a Paternò[270].