In questo tempo Federigo, sapendo minacciata Catania, v’era sopraccorso da Messina, nè avea trovato il nemico; donde tutto lieto, convocati i cittadini a parlamento, fece loro assai belle parole; e per tutti risposegli Virgilio Scordia, tenuto uom di virtù romana[271], per seguito e riputazione primo nella città. «Chi avrebbe mutato, arringava focoso costui, la libertà sotto tal principe con la tirannide straniera? Di questa non s’era dileguata, no, la memoria; vedeansi ancor tinti di sangue francese i sassi e le mura, per ammonire ogni Siciliano a guardarsi dalla vendetta; nè era chi non fosse pronto a dar la vita per Federigo, cresciuto tra le lor braccia, fatto re e stato lor padre. Se un insensato qui vive con animo a te maligno, s’apra la terra sotto a’ suoi passi, e l’inceneriscan le folgori!» Così parlava il traditore, indettatosi poc’anzi a dar Catania a’ nemici. E Federigo, preso da quei fedeli sembianti, ripensava tra sè come rendergli merito; fatto or sì cieco al fidarsi, quanto fu lieve altre volte a sospicare: talchè or tenne raccoglitor di calunnie Blasco Alagona, che gli svelava gravi indizi delle pratiche di Virgilio. Seguì dunque a chiamar padre costui della patria; a Blasco rispose, amerebbe anzi perder Catania che macchiare con un solo sospetto la fama di tal grande: al che Blasco, accorto o sdegnato, risegnava il comando della città; e il re commettealo al conte Ugone degli Empuri, buon guerriero e non altro; facendo maggior assegnamento sull’aura popolare di Virgilio Scordia. Così andò via sicuro a Lentini, Siracusa, e altre grosse terre del val di Noto, e infine a Castrogiovanni[272]; ove fe’ lunga dimora, e diede o raffermò privilegi alla città di Caltagirone, che mostrano la sollecitudine del re a far parte per sè co’ favori speciali, come usavan contro lui studiosamente i nemici[273].

Era in Catania un Napoleone Caputo, cittadino di minor seguito che Virgilio, di pari ambizione; gareggianti amendue nel favor del popolo, nella munificenza del re; e perciò da gran tempo nimici. Ed or nello scellerato proposito s’affratellarono; perchè Virgilio, non potendo far senza i più ribaldi, inchinossi a richieder Napoleone; questi, com’uom da meno, lietamente gli corse nelle braccia; e l’interesse fe’ perdonar dall’una e dall’altra parte le offese. Congiurati dunque tra lor due, o con pochissimi più, taccion ogni cosa a’ loro partigiani medesimi; finchè nacque l’occasione che Federigo, proponendosi uscire alla campagna contro il nimico, scarso di vittuaglie e ributtato da’ più importanti luoghi; chiamava i popoli alle armi; chiedea da Catania settecento uomini. Scrissene il re ad Ugone; questi consultò con Virgilio come ottener tal sussidio dalla città; e Virgilio il promettea, sol che si chiamasse il popolo a parlamento nel duomo il dì appresso; egli farebbe il rimanente. E insieme con Napoleone, cominciò e compiè la macchina della sommossa, in quanto avanzava di quel giorno’ e nella notte appresso; per toglier tempo a pentirsi o scoprire, per usar l’agitamento degli animi che vogliono il ben pubblico senza lor disagio, e per nascondere sotto l’util della città il tradimento alla nazione. Talchè la trama, stata segretissima tra’ pochi, in un attimo si distese ai molti senza pericolo: congiunti, amici, clienti, sgherri furo indettati e assegnato luogo ed uficio ad ognuno.

Nel medesimo tempio di Sant’Agata, che cinque anni innanzi suonò di liete voci, gridando i rappresentanti della nazione re di Sicilia Federigo, assembravasi quel giorno il popolo di Catania; entravano alla sfilata Napoleone e i cospiratori armati: Virgilio in abito e sembianti di pace, ito alle case d’Ugone, accompagnollo al tempio. Fatto silenzio, esponeva il conte i voleri di Federigo. E non avea finito il suo dire che un Florio, nom dell’infima plebe, sguainata la spada, grida pace, e gli dà un fendente in viso; gli altri con l’arme songli intorno; e insignorisconsi della sua persona; indi irrompono per le strade gridando pace; e chi tarda a risponder pace, sforzavi con minacciose parole: talchè una picciola fazione strascinò e rivolse tutta l’attonita città. Nè la stettero a pensare che gittassero sopra tre barche, apparecchiate a questo, il conte co’ suoi seguaci, instando con feroce volto Virgilio e Napoleone: e Ugone li chiamava a nome; scongiuravali che s’alcuna offesa ebber unque da lui, sfogassero nel suo sangue, non si voltassero contro il re. Gli fer cenno a star zitto e navigare per Taormina: e il popolazzo intanto saccheggiava le sue case; se non che rimandò senza offesa alcuni altri uficiali del re, con tutto il lor avere. Incontanente i congiurati chiaman Roberto, che, dubbioso e in travaglio, ritraeasi a Paternò; dangli la città; il raccolgono con empia gioia; e chieggongli ed hanno, scrive Speciale, in premio di tanta virtù, terre, casali, castella, ch’ei più volentieri largiva perch’erano in man de’ nemici, nè pareagli vero comperar sì poco la sua salvezza. Certo la diffalta di Catania impedì l’estremo sforzo a cui s’apprestava Federigo, contro il nemico sprovveduto e vagante; certo fu cagione degli infiniti mali che succedettero, e del gran travaglio che si durò a scacciar dal nostro suolo gli stranieri[274].

Il che mi conduce a considerare come negli ordini feudali non erano i governi sì incapaci a reggersi contro i sudditi, come in oggi si è detto, non vedendo in essi unito e gagliardo quanto a’ tempi nostri il poter dello stato. Ma parmi che, s’e’ non poteano frenar sì pronti una ribellione; aveano assai meglio da spegnerla con le concessioni feudali di quantunque venissero a perdere i ribelli; tra i quali, chi per conservare i propri beni e chi per occupare quelli dei più ostinati, moltissimi si trovavan disposti, non che a tornar essi alla ubbidienza, ma con forza, ambito, frode, domare i compagni; e gli stessi leali da somiglianti cupidigie erano sospinti a sforzi, che il semplice zelo non può. Una parte della nazione così armavasi contro l’altra, più rabbiosamente ch’oggi non avverrebbe, per gli ordini stabili della proprietà; sendo assai minor massa di premi le pensioni e gli ufici, che a’ governanti restano a dispensare. E però veggiamo larghissime le concessioni feudali, che Roberto, usando il potere di re, facea da Catania in quel tempo, e Carlo ratificava da Napoli, non che ai complici di Virgilio nella tradigione, ma ai nobili che in appresso voltaronsi a parte angioina; e veggiamo tra costoro grandi nomi, o di tali che dovean tutto lor essere a Federigo; e molte terre di val di Nòto darsi a parte nemica, dietro la occupazione di Catania, che parea il crollo a’ nostri destini. Noto, per briga d’Ugolino Callaro[275], uomo di gran nome e compare del re; Buscemi, Feria, Palazzolo, Cassaroe, tratte da’ mali esempi, diersi al nemico; Ragusa ancora, ove un prete Omodeo, sotto specie di confessione, tramò con parecchi cittadini, e costoro non attentandosi al misfatto senza un valente uomo per nome Francesco Balena, van di notte alle sue case armati, minaccianlo della vita, ed egli infingendosi d’assentir per timore, audacissimo poi operò al reo intento, e asseguillo, cacciato il vicario di Manfredi Chiaramonte che tenea la terra, e chiamato da Vizzini Guglielmo l’Estendard[276]. Virgilio Scordia e’ consorti, in questo tempo non se ne stavano al proprio tradimento, che non si affannassero a tirarvi altri uomini, altre terre, tutta l’isola se possibil fosse[277]. E per tali condizioni de’ tempi e principî di corruzione della morale politica in Sicilia, è tanto più mirabil cosa come, dopo la sconfitta del capo d’Orlando, con quei grandi appresti di guerra, e la presenza di Ruggier Loria, e nerbo di fortissimi Francesi e Catalani, la corte angioina se guadagnò con le pratiche da trenta città, terre o castella[278], niuna n’ebbe con le armi, da Chiaramonte in fuori; e come Federigo, o piuttosto la parte della rivoluzione siciliana che operava con esso, non ostanti le raccontate tradigioni, manteneva in faccia al nemico tutto il rimanente dell’isola, e non poca parte alsì di Calabria.

Fu quest’anno a papa Bonifazio il più lieto di tutto il turbolento suo regno. Vide l’odiata casa Colonna prostrata per ogni luogo dalle armi della croce; riparatene le ultime reliquie nella rocca di Palestrina; e questa, inespugnabil di forza, vide aprirsi alle larghe promesse, ond’ei l’ebbe, e sperdè i ribelli, la città fe’ spianare, arare il suolo, seminarvi sale, con dimostrazione vana ed atroce[279]. Nè esultò manco alle stragi del capo d’Orlando, principio, com’ei diceva, al racquisto di Terrasanta; e certo pareagli al soggiogamento dell’isola di Sicilia, al predominio per tutta la terraferma d’Italia, fors’anco fino in Lamagna[280]. Allor fu che, chiedendogli Alberto re dei Romani, la imperial corona, Bonifazio sedente in trono, col diadema di Costantino, la spada al fianco, e la mano sull’elsa, negava agli ambasciadori il dritto d’Alberto, e: «Non son io, lor disse, il pontefice sommo? Non è questa la cattedra di san Pietro? Non basto a difender io i dritti dell’impero? Io Cesare sono, io imperadore!» e brusco li accomiatava[281]. Ma tal concetto di sè, non tolse al pratichissimo nelle cose di stato, che attendesse con maggiore solerzia all’impresa di Sicilia, che sì gli stava a cuore, e ben altro gli parea che ultimata. In luogo del primo legato, poco giovevole per non avere riputazione nell’isola, mandava a Catania, con pien potere di scagliare e ritrattar gli anatemi, il cardinal Gherardo da Parma, venuto appo noi in odore di santità[282]. Esortava al medesimo tempo Carlo e’ figliuoli a osar la fortuna in Sicilia; mandava a ciò lettere sopra lettere; e di sì gran vedere egli era Bonifazio, che nondimeno pose ogni sforzo a distoglier Filippo principe di Taranto dal meditato assalto sulle regioni occidentali dell’isola, dove temea che Federigo di leggieri non l’opprimesse[283]. Ma ammonimento alcuno non valse al principe, vago di militar gloria, nè a Carlo, debol co’ figliuoli, o impaziente di uscir da’ travagli della guerra.

Apprestatisi in Napoli quaranta galee, con quanti rimaneano in terraferma più rinomati nobili nazionali e francesi, e milizie, e soldati mercenari; capitanando l’oste il principe Filippo, col consiglio di sperimentati uomini di guerra; l’armata Pier Salvacossa vice ammiraglio: in sull’entrar di novembre fan vela per Trapani, a infestar le regioni occidentali dell’isola, grasse e fin qui illese[284], dalle quali Federigo traea il nerbo delle sue forze. Donde, come e’ seppe sbarcati i nimici a capo Lilibeo, depredanti il paese, accinti a strigner Trapani per mare e per terra, fieramente turbato, consultavane co’ suoi capitani che fare? Blasco Alagona, per amore alla persona del re, o invidiosa cupidigia di gloria, volea andar egli solo; dipingeva i pericoli: Roberto alle spalle, vicino e forte; Filippo con la flotta, da potervi rimontare a sua posta, e differir tanto la battaglia, che giugnesse il fratello, e cogliesserli in mezzo; non lasci il re questa inespugnabile Castrogiovanni; dia a lui qualche schiera, per accostarsi al nemico novello, tirarlo a giornata con mostra di poche forze: e giurava che o presenterebbegli le bandiere angioine, o rimarrebbe sul campo. A questo parlare niun disse contro. Sedea su i gradi del soglio, a piè di Federigo, un Sancio Scada, nè bel dicitore, nè tenuto savio; ondechè non atteso da niuno, rincantucciato stavasi ad ascoltare e guardar gli altri, quando il re, fattosi a interrogare per ordine i consiglieri, sbadato, a lui primo si volse. E costui, scotendo il capo, maninconoso e veemente prorompe: «Stolto partito è questo, o re, che senza la tua persona si muova contro Filippo. Qual de’ tuoi padri, dimmi, avrebbe mai domato genti e reami, se tra il più folto de’ nemici, se alla testa de’ suoi cavalieri, non combatteva egli primo? Nel mio petto io sento, ch’innanzi a te grandi cose ardirei, e te lontano il braccio cadrebbe. E Blasco or vuole che la Sicilia tutta, volta a risguardare a te solo, te vegga come codardo schivar la battaglia! Blasco fida nel suo braccio, e insulta ogni altro; Blasco anela ingoiar ei solo la gloria; ma non sa misurarsi, per Dio! Con tutte le forze si combatta, ove sta tutta la fortuna. Ristorerassi la nostra, se Iddio ne darà questa vittoria. Se no; o perdendo con onore, o con infamia standoti, non ti aspettar che rovina[285].» Disse, e non curandosene altrimenti, nel suo silenzio tornò. Ma Federigo colse questo lampo; considerò che a star dubbioso un istante perdea tutta la Sicilia, osteggiata da due bande, oppressa, sedotta; e vergogna l’accese, e necessità di lavare a rischio della sua vita la fuga del capo d’Orlando. Lasciato dunque al presidio in Castrogiovanni Guglielmo Calcerando, già grave d’età; ei con una mano di cittadini di Castrogiovanni, e quante milizie feudali si trovarono pronte, marcia alla volta di Trapani. Di Palermo, delle vicine terre, popolarmente anco armaronsi, e corsero all’esercito: non curaron verno, non aspettarono nuovo comando, antivennero i nostri, con quella ch’era secondo i tempi celerità, il pericolo che sopraggiugnesse Roberto. In breve furono addosso al nemico, che da Trapani, non valendo a espugnarla, si tornava a Marsala. Era lungi la flotta; non restava schermo alla battaglia: l’una e l’altr’oste apparecchiovvisi. Nella nostra avvenne, o almen poi si contò, che un Lopis di Yahim, ariolo, fattosi innanzi al re, vaticinavagli: «Vincerai, Federigo; io solo, con cinque cavalieri morrò.—– Perchè dunque non fuggi? risposegli il re; noi nel nome santo di Dio pugneremo.—– E quegli: Così è fisso nelle sorti, ch’io muoia e che tu vinca!» Ma nel narrare il successo della battaglia, scorda Speciale poi queste fole.

Ne’ vasti piani della Falconarìa, ad otto miglia da Trapani, dieci da Marsala, due o tre dalla marina, l’oste siciliana trovò i nemici, il dì primo dicembre milledugenonovantanove. Era più forte di fanti, animosi, ma senza disciplina; l’aiutava un po’ di gente catalana, ma s’ignora l’appunto folle sue forze: de’ nemici si sa che la vantaggiavan di cavalli; che un grosso di Provenzali s’aggiugnea a’ Napolitani della città e del regno; che avean secento cavalli, e assai più pedoni[286]. Ordinaronsi gli uni e gli altri in tre schiere: Filippo a destra, alla mezzana il maresciallo Brolio de’ Bonsi, alla manca Ruggier Sanseverino conte di Marsico: e Federigo, per consiglio di Blasco, oppose Blasco stesso al principe con pochi cavalli e un forte di almugaveri; stette ei medesimo nella schiera di mezzo col grosso de’ fanti; assegnò la destra a’ cavalli di Giovanni Chiaramonte, Vinciguerra Palizzi, Matteo di Termini, Berardo di Queralto, Farinata degli Uberti, coi fanti di Castrogiovanni. Quest’ala entrò prima in battaglia, lentamente movendo contro Sanseverino. A tal vista, il principe di Taranto dall’altro corno, spicca i balestrieri provenzali a cavallo a ferir gli almugaveri; ei, stretto a schiera con gli uomini d’arme, spingesi a quella volta contro la bandiera di Blasco, che parea la più segnalata, non mostrandosi per anco le aquile di Federigo, inteso dietro le file ad armar novelli cavalieri nel memorabil giorno. Blasco per affannosi messaggi l’affrettò a montare a cavallo. Gli almugaveri intanto, fermi lasciano avvicinare il nemico. Com’entra a gittata di mano, a lor usanza gridano: «Aguzzate i ferri,» e dan co’ giavellotti a striscio su per le selci, che tutto allumò di scintille il terreno, scrive Montaner, con maraviglia e terror del nemico; e si venne alle mani.

Alla carica del principe, balenava un istante la gente di Blasco; scrollata di qua, di là, combatteasi la bandiera: ma rattestaronsi in un attimo que’ provati combattenti, nè cedeano un passo. Filippo allor vedendo la schiera nostra di mezzo rimasa alquanto indietro, credendol timore, pensò sperder quelle frotte di fanti; spronò sconsigliatamente ad essi, lasciandosi interi a destra gli almugaveri con Blasco, che freddo e fermo sopra lui ripiegossi. Allora un cortigiano, di cui Speciale per generoso sdegno tace il nome, supponendo abbattuto Blasco, gridava al re, fuggiamo; e forse tutto perdeasi; ma Federigo: «Fuggi tu, traditore, gli disse; la mia vita io qui dar debbo per la Sicilia.» E fa spiegar la sua bandiera; e con un pugno di cavalieri, quanti n’avea in quella schiera, sprona egli il primo contro la cavalleria del principe.

Qui fece egregie prove; pugnandosi da corpo a corpo; tramescolate le due schiere; riscaldati i guerrieri dalla presenza, questi del re, quelli del principe. Lampeggiava in alto la spada di Filippo; Federigo or di mazza or di spada, uccise di sua mano più uomini; ferito lievemente ei stesso in volto, e alla man destra. Ma in questo si sentirono da sinistra i colpi di Blasco, che pria caricò con gli uomini d’arme la cavalleria del principe, poi risoluto tornò ad affrettare gli almugaveri che il seguivano a piede, e: «Uccidete, gridò, i cavalli a’ nemici.» Gli almugaveri con mezze lance, leggieri e lesti, saltano nel conflitto, tramettonsi negli ordini della cavalleria nemica. Un d’essi, s’è da credere al Montaner, col giavellotto passava fuor fuora un cavaliere copertosi collo scudo; un’altro, per nome Porcello, d’un fendente di squarcina tagliava netto la gamba armata d’un Francese, e aprì anco la pancia al cavallo. Fecero strage degli animali sì rabidamente, che molti anco n’uccisero a’ cavalieri di Federigo. Sdrucita dalle schiere del re in faccia, a destra dagli almugaveri, la cavalleria di Filippo andò in volta. L’ala sinistra, non ostante la virtù del conte Ruggier Sanseverino, con poco avvantaggio s’era affrontata col fior della siciliana nobiltà. La schiera di mezzo, forte di dugento cavalli napolitani, per l’error di Filippo a occupar il terreno ov’essa dovea combattere, poco o punto mescolossi nella battaglia; ma il maresciallo Brolio che la comandava, fu trovato nel campo, tra i cadaveri de’ suoi Francesi, trapassato da cento ferite.

Filippo combattendo s’avvenne in un Martino Perez de Ros, fiero e forzuto, che’ l percosse di mazza; e ’l principe gli die’ due punte tra le squame dell’usbergo; ma il Catalano col suo ferro tentando invano tutta l’armatura al nemico, il ficcò alfine nella visiera con leggiera ferita: e indi vennero alla prese; e aggavignati stramazzarono entrambi giù da’ cavalli. Già Martino lottando, soverchia l’ignoto guerriero; già alza il pugnale per ispacciarlo, quando questi: «Beata Vergine! sclamava, son Filippo d’Angiò»; e l’altro soprattenne il colpo, ma non lentava il principe, e a gran voce chiamava Blasco, ingaggiato lì presso a finir lo sbaraglio della schiera nemica. Senza lasciarla, bollente e infellonito, comanda Blasco a due almugaveri: «Segategli la gola; paghi l’assassinio di Corradino;» e periva Filippo d’Angiò d’ignobil morte, se in questo non si levava un romore tra i nostri: «Il nimico, il nimico!» scoprendo i dugento cavalli napolitani del centro, allorchè si dileguarono in rotta gli squadroni della dritta; onde Blasco pur pensò a Corradino, sconfitto a Tagliacozzo mentre tenea la vittoria; e tutta, l’oste siciliana avventossi contro la novella schiera. Federigo, saputo il pericolo di Filippo, corre a lui; lo strappa a’ due almugaveri; e fattegli tor le armi, il da in guardia a’ suoi[287].