Così fu vinta la giornata della Falconarìa. Il conte di Sanseverino s’arrendè, poichè vide non potersi rattestare i fuggenti. Bartolomeo e Sergio Siginolfo, Ugone Vizzi, Guglielmo Amendolia e altri nobili, caddero al pari in poter de’ nostri. Vano romore fu poi quello dei dugento cavalli; i quali, scrive Speciale, come avvezzi a dilettoso vivere, non aspettando le ferite, volsersi in fuga; ma un istorico men caldo direbbe, che perduto il lor capitano, dopo la sconfitta delle due ali dell’esercito, anzichè porre giù le armi o dar le vite senza pro, vollero da savi ritrarsi alla flotta, serbandosi a miglior uopo; ma loro il tolse l’oste vincitrice che inseguilli, e circondò, e soperchiò. In questa caccia un memorevol fatto mostrò vivamente a quali spiriti fosser saliti i Siciliani. Giletto, un soldato de’ nostri, addocchiando tra’ fuggenti Pier Salvacossa, il disertor dalle siciliane bandiere, il raggiugne, il ghermisce; alza il ferro. Gli offrì Salvacossa mille once d’oro in riscatto. Ma il soldato: «Gran fatica, rispose, è a contarle. Serba le mille once ai tuoi figli; e tu, traditore, tu muori;» e lo scannò. Delle sbaragliate genti, rari salvaronsi sulla flotta, stata spettatrice, e accostatasi nelle tenebre della notte a raccor quanti potesse; e indi partita per Napoli a riportar l’atroce novella. Federigo fe’ cibar le genti sul campo di battaglia; lasciò ad ogni combattente quantunque avesse preso di bottino o prigioni, serbando per sè i soli primari baroni; e al principe di Taranto con molta cura fe’ medicar le ferite, imbandir mensa, render ogni onore che s’addicesse a tal prigione. A sera entrava in Trapani; spacciava corrieri a spron battuto per tutta l’isola: che ne resta la lettera scritta a’ cittadini di Palermo, significando quella vittoria, ed esortandoli a montare su lor galee, e accozzati con le genovesi di Egidio Doria, salpare contro la sprovveduta flotta nemica. Poscia egli stesso vien co’ prigioni e l’oste, come a trionfo, in Palermo[288]. In merito de’ servigi di questi cittadini, chiama ad osservanza e riconferma i privilegi di Federigo imperatore, Corrado e Manfredi, sopra le franchige all’entrata o uscita delle derrate, i favori ai commerci, e altri di minore importanza[289]: e seguì, girando per tutti i luoghi in val di Mazzara, a mostrarsi vittorioso, e spronar gli animi a nuovi sforzi per la patria. La più parte de’ prigioni assegnò nelle carceri del real palagio di Palermo; il conte Sanseverino nel castel di Monte San Giuliano; altri in altri luoghi; e il principe Filippo in quella medesima rocca di Cefalù, ove stette chiuso quindici anni prima suo padre[290].
Così la battaglia della Falconarìa, la più grossa che si combattesse a campo aperto in tutta la guerra del vespro, rese a Federigo la riputazione, ch’è a dir anco la forza, perduta cinque mesi prima al capo d’Orlando. Il duca Roberto, saputala a mezzo cammino, mentre marciava a grandi giornate alle spalle di Federigo, incontanente si tornò in Catania. Erane uscito agli avvisi dell’impresa del principe di Taranto; quando, ristretti a consiglio i capitani con Roberto stesso e ’l cardinal Gherardo, tutti esultavano, fuorchè Ruggier Loria, il quale comprese che Federigo di leggieri potrebbe opprimere il principe; onde ei consigliò di marciare in fretta su i passi dell’oste siciliana, metterla in mezzo se si potesse; e a ciò partironsi da Catania in due punte, l’una dritto per lo mezzo dell’isola, l’altra pel sentiero piano delle marine di mezzogiorno. Fallito il colpo, non videro altro riparo che chieder di terraferma novelli aiuti di genti e vittuaglie, perchè si potesse ripigliar la guerra in primavera. Ruggier Loria dunque in un legno sottile, con la solita audacia, solo passò lo stretto del Faro, per apparecchiare ogni cosa a Napoli. Ammonì prima il principe, che per ninna lusinghevole occasione non si avventurasse a combattere il nemico, astuto e audace[291].
Ciò non di meno, entrato il milletrecento, di carnevale, non seppe guardarsi Roberto dalla cupidigia d’acquistar senza fatica il castel di Gagliano. Eravi prigione Carlo Moreletto, nobil francese, preso alla Falconarìa: teneva il castello un Catalano della corte di Federigo, Montaner di Sosa per nome. Costui cominciò ad usar col prigione più umanamente che non soleasi in quel tempo. Poi un dì, ragionando insieme, il portò ov’ei volle: parlava tra’ denti, come temendo non altri l’udisse; e, chiesto al prigione se manterrebbegli il segreto, gli disse pianamente, rimordergli la coscienza di tanto disubbidir la santa Chiesa di Roma, di combattere per una causa iniqua; volentieri ne uscirebbe, a rischio anco della vita, e con tal servigio da far ammenda d’ogni peccato. E il Francese: «Or sì lo spirito del Signore è con te; or ti ha reso il lume degli occhi. Ma di’, per Dio, quale ammenda faresti?» Il Catalano promettea schiudere a Roberto l’inespugnabil castello. Quei gliel credè; e pien d’allegrezza scrissene al duca[292].
Eran testè venuti in Catania, sotto la condotta del conte di Brienne e di due altri baroni, trecento cavalier francesi, legati tra loro con giuramento ad affrontarsi con Blasco Alagona e Guglielmo Calcerando, per vincerli o lasciar la vita in quest’impresa, e chiamatisi da ciò i cavalier della Morte[293]. Pare che il proponimento di costoro, facesse deliberare ne’ consigli di Roberto la fazione di Gagliano. Messone il partito, si divisero tra loro i consiglieri; e chi ammonia non si fidassero per niente a’ Catalani, inveterati nimici al nome francese; chi, col medesim’astio, replicava non esser, cosa di che i Catalani non fossero pronti a far bottega. Il cardinal Gherardo, all’incontro, tornava a mente i detti di Ruggier Loria; rispondean gli altri, le guerre non reggersi a preti; diceano il cardinale caparbio, l’ammiraglio invidioso; e alfine, non vincendosi alcun partito, si temporeggiò: venisse a Catania il castellano medesimo, a ratificar la promessa, da non credersi a lettere d’un prigione. Ma tirossene Montaner, con onesto colore di non poter in tempo di guerra partirsi egli dalla fortezza; e mandò in vece un nipote suo, ammaestrato e ingannevole; il quale patteggiò sì scaltro con Roberto, da non lasciar ombra di sospetto. Indi nella guerriera nobiltà accendeasi un’altra gara, chi farebbe l’impresa? e ognun brigava ad ottenerla, e facea ressa a ricordare i suoi meriti; onde Roberto, per toglier discordia, volle che venisser tutti, ed ei sarebbe il capitano; e allora, aggiugnea, se pure l’intero esercito siciliano stesse all’agguato, sen riderebbero. Gualtiero conte di Brienne e di Lecce, il conte di Valmonte, Goffredo di Mili, Jacopo de Brusson, Giovanni di Joinville, Oliviero di Berlinçon, Roberto Cornier, Giovan Trullard, Gualtiero de Noe, Tommaso di Procida[294], con lor uomini d’arme, al nuovo dì si presentano a castello Ursino, a prender Roberto. L’aveva ei taciuto alla sposa; e per sua ventura, non era ancor surto di letto, quando il fecer chiamare i guerrieri; ondechè Iolanda appostasi a ciò ch’era, tanto ne domandò amorevolmente a Roberto che seppe ogni cosa; tanto pregò, e disse ingloriosa e temeraria la fazione, che le sue amorevoli parole vinsero il duca a restarsene. Indi surrogato a condur l’impresa il conte di Brienne, costui con tutti que’ valorosi e i trecento cavalli, s’avviava a Gagliano. Il nipote di Montaner li guidava.
Ma d’ogni passo del doppio tradimento il castellano avea ragguagliato Blasco Alagona, il quale tenea spiatori in que’ contorni; e sapendo in via i nemici, con Guglielmo Calcerando e le siciliane genti, s’imboscò presso Gagliano. Temerari, e spensierati per conscio valore, andavano i Francesi. Forniti due terzi della via, a Tommaso di Procida corse alla mente un sospetto; e spronando verso il conte, il pregava non si mettesser così nelle tenebre della notte per greppi e gole ignote; pensasser ch’erano in terra di nemici; ei cavalcherebbe innanzi ad esplorare i luoghi, ch’avea tante fiate battuti in cacce, com’ei fu un tempo signor di Gagliano. E il conte gli die’ del codardo. «Con cotesti allato, dicea, tutta la Sicilia unita non temo.» Pervenuti tra sì fatte parole presso all’agguato, la guida li fe’ sostare; disse andrebbe ei solo al castello, per evitar che il presidio, accorgendosi d’inganno, non trucidasse Montaner e rovinasse ogni cosa. La schiera indi fermossi: il traditore andò a trovar Blasco all’agguato.
Blasco avea al chiaror della luna veduto luccicare le armi, sventolar le insegne; avea disposto i suoi; ma il generoso animo non soffrì d’assaltare alla sprovveduta, notte tempo, da masnadiere. Fa dar fiato a’ corni; fa gridar presso all’ordinanza nemica: «Blasco Alagona.» A tal nunzio nacque uno scompiglio ne’ traditi. I Siciliani ch’eran con essi e aspettavansi assai peggior sorte da una prigionia, diersi alla fuga. Tommaso di Procida, tornando al conte, scongiuravalo ch’il seguisse almen ora; si ritirerebbero alquanto; ei li condurrebbe innanzi dì allo aperto, sì ratto da non poterli seguir tutti i nostri fanti, onde con avvantaggio avrebber da fare contro i soli cavalli. «No, disse il conte» non volgeran le spalle i cavalieri di Francia. «Ch’è infine la morte?» E Goffredo Mili: «Se tutti fuggan, ripigliava, io sol rimango. Chi scordar può la esecranda giornata di Catanzaro, ove l’orecchio m’ingannò, e n’ebbi vitupero d’avanzo per me e tutto il mio sangue! Ormai ho vivuto abbastanza.» Con questa franchezza d’animo s’apparecchiavano al disperato conflitto. Strinsersi a schiera, ov’era un po’ di piano rilevato; e Blasco lasciolli stare infino all’alba.
Con sottil arte egli avea ordinato in battaglia i suoi fanti, in due file, poste a forbice, da chiudere in mezzo il nemico; con l’avvantaggio alsì del terreno, che non potesservi caricare i cavalli; e anco della luce, che i nascenti raggi del sole ferissero i suoi alle spalle, in viso il nemico. Appena raggiornato, questi, per suprema temerità, non aspettando l’affronto, scese dalla collinetta a ingaggiarsi: e pria di giugnere alle file dei nostri, fu lacerato con un nembo di sassi e giavellotti, drizzati la più parte a’ cavalli, perchè mal potean passare i cavalieri, tutti vestiti di ferro; ma uguale era il danno, quando gli animali o uccisi cadeano, o feriti dando a sprangar calci, gittavan l’uomo, e incontanente, saltavangli addosso gli almugaveri e spacciavanlo. Pur que’ forti giungono ad abbattere la bandiera di Calcerando; e i nostri, rattestatisi sotto quella di Blasco, percosserli con un impeto estremo. Diradavasi il fitto nodo; cominciava lo sbaraglio e la strage; restava il solo conte di Brienne, con pochissimi intorno, salito sopra un gran sasso, difendendosi come lione, e a niun patto non volle dar la spada ad uom plebeo. Chiamato Blasco, a lui la rese. Ma il suo alfiere, che pien di ferite e di sangue, tenendo sempre in pugno la bandiera, cercava il signore per rendergliela pria di spirar l’ultimo fiato, vistolo prigione, gittò in aria l’insegna da farla ricadere su la testa del conte, e, sguainando la spada, si cacciò tra le punte de’ nostri. Tal fu la fine della più parte; pochi andaron prigioni col conte; niuno scampò.
E ’l castellano, com’oscena belva, uscì a veder la carnificina de’ suoi traditi, a brancicare i cadaveri; scelse quei de’ più nobili, e li cuocea, dice Speciale, a modo pagano, per mercatarne colla pietà de’ congiunti. Moreletto, in catene, da una finestra vide la battaglia; e per disperato dolore d’aver chiamato a morte i suoi Francesi, die’ col capo alla parete della prigione, ricusò cibo e bevanda, e in pochi giorni perì miseramente. Mentr’ei si consumava di questo volontario supplizio, percossi di spavento stavano i guerrieri e i partigiani dello straniero; tutto il rimagnente dell’isola tripudiava senza modo della seconda vittoria, che tanto scemò le forze di Roberto. Donde, seguita lo Speciale, i Siciliani rialzaron le creste a loro usanza, e scordate le vicende della fortuna, ricominciarono a superbire[295].