L’ammiraglio in questo mentre girava l’isola intorno intorno, recando sulla flotta il cardinal Gherardo, senza fare alcun frutto con le arti; e la fortuna delle armi, che aveagli fatto fuggir di mano Arrigo d’Incisa, non l’aiutò in alcun luogo delle costiere di mezzogiorno e ponente, munite egregiamente da’ nostri; e per poco non perde a Termini lui stesso. Tentò Ruggiero lo sbarco per non vedervi forze; e non sapea che Manfredi Chiaramonte e Ugon degli Empuri v’erano entrati la notte innanzi, e chetamente armata una torma di cavalli, aspettavanlo. Datesi dunque le ciurme a predar la città bassa, i nostri cavalli le caricano; le pestano, taglian la ritirata alle navi, gli sbaragliati fanno in pezzi o recan prigioni. L’ammiraglio, che non fuggì mai rischio, era sbarcato co’ suoi; ma non potendoli rannodare in tal contrattempo, si nascose in un cantuccio d’osteria, finchè, ritiratisi i siciliani cavalli, trovò un palischermo, e tornossi alla flotta, ove il piangean morto. Passò il Faro poi, senza tentar Messina; die’ un assalto a Taormina; nè altro ne riportò che il vanto di aver superato quegli ardui luoghi, e fattovi pochissima preda[366].

Così andando in lungo la guerra, l’anno trecento e gran tratto del seguente, passarono senz’altre fazioni, in vane parole di pace per oratori di Federigo a Carlo, pratiche di scambio de’ prigioni[367], e altre mene di parte d’Angiò, delle quali appena scopriam le vestigia nelle tenebre del tempo[368]. Eran deboli i due eserciti, per le cagioni che innanzi toccammo, e più per la carestia, che obbligò Loria a tornarsi con l’armata in terra di Napoli, per tor vittuaglie da provvederne Catania e le castella prese in val di Noto. Ciò fatto, vedendo uscire scarsi tutti i partiti, nella state del trecentouno, l’ammiraglio consultavane con Roberto di farsi veder, se non altro, ai nemici: e scelsero la via del mare, perchè Federigo avea oste e non armata. Spartita dunque la loro, sciolgono di Catania, Roberto per la costiera di mezzogiorno col grosso delle navi, Loria per settentrione con le rimagnenti. Osteggiava l’un Siracusa, forte di sito, avvezza a maggiori turbini di guerra, onde questo agevolmente sostenne; assaltava Scicli, e n’era ributtato del pari: ma Loria sol vettovagliò le castella di val Demone. Ed erano, l’uno presso li Scoglitti sulle rive di Camerina, ove un fiumicello serba ancor l’antico nome, l’altro alla marina di Brolo, del mese di luglio, pensando a tutto fuorchè ai rischi del mare, quando lo stesso dì scatenaronsi due opposti venti, che spingevan del pari i nemici navigli a farsi in pezzi su le nostre spiagge, assaliti, quel di Roberto da un forzato libeccio, l’altro dagli aquiloni. Gittarono l’ancora i nocchieri di Roberto; e si spezzavan le gomone, e cominciavan le galee a rompere sulli scogli, nè forza di remeggio valea; talchè tutte perivano, se il pilota della capitana non avvisava dar le vele al medesimo vento, stremandosi a più potere lungi dalla riva. Così, preso capo Pachino, furon salvi i più; lasciando su quelle rive miserabile strage di ventidue navi e grande numero d’uomini; e quei che vivi giunsero a terra, ignudi e inermi, fuggendo il miglior sentiero per sospetto de’ nostri, inerpicandosi tra le spine, per luoghi più alpestri, alfin semivivi si ridussero a Ragusa, che tenea per parte d’Angiò. L’ammiraglio, perdute sol cinque galee, compier volle il giro dell’isola. Giunto a Camerina, fermossi a ripescar le ancore della flotta di Roberto, raccorre gli avanzi del naufragio; e saputo ov’era in fondo la galea di Guglielmo Gudur, vescovo eletto di Salerno, cancelliere del duca, tant’oprò con ramponi e altri ingegni, che levonne una gran cassa di moneta, e tutto appropriossi, facendo a sè guadagno del danno de’ suoi. Ma prima, soprastato innanzi Palermo, ebbe segreto abboccamento con Blasco Alagona, dicendo spossati al paro Siciliani e Angioini; agli uni e agli altri necessaria la pace[369]: e chi dir potrebbe se Loria, mentre con tal parlare intrattenea il fedel Blasco, non annodò i fili d’un attentato che indi a poco scoprissi?

Una congiura contro la vita di Federigo, tramata da tre cittadini di Palermo, di grande riputazione in tutta l’isola, per nome Pietro di Caltagirone; Gualtier dì Bellando e Guidone Filingeri; i quali ebber complice Pier Frumentino[370], marito d’una Toda, sorella di latte del re, cresciuta dall’infanzia con Federigo, e nota a corte; ond’anco potrebbesi pensare, che vergogna domestica stigasse alla congiura costui. Era un ribaldo dappoco, che ripentito o tremante, flagellato dal pensiero d’essersi ingaggiato sì profondo, non seppe chiuder occhio una notte, non trovar posa sul letto; finchè la donna se n’accorse, e lo strinse, e tutto gli strappò, congiura e congiurati e assentimento che si svelassero al re. Ella innanzi dì, correva al palagio di Palermo; instava co’ famigliar!, menarla nuova, gravissima faccenda, da non tardarsi un istante; e portata alle stanze di Federigo, volle prima l’impunità del marito, poi disse per ordine la trama. Il rimanente andò ancor come suole. Presi i cospiratori e convinti; punito nel capo Pier di Caltagirone, reo principale; e Federigo, ch’era magnanimo, perdonò la vita a Bellando e Filingeri, cacciandoli solo dal reame. Di quest’attentato, più nero di tanto, quanto avrebbe distrutto insieme con la vita del re la libertà del paese, non possiamo penetrar le cagioni; perchè seccamente il narra Speciale, forse per caderne sospetti contro la corte angioina, ch’indi rappiccossi con Federigo, e diegli una sposa che sedea sul trono di Sicilia, quando Speciale dettò le sue istorie. A tal giudizio anco porta il dir dello Speciale, che si scoprisse la congiura, mentre Federigo, vista due volte l’armata nemica girar l’isola intorno intorno, temè nuova macchinazione, e con ogni studio ne investigava[371].

In questo tempo rincrudì contro amendue gli eserciti, nuovo nimico, la fame; più infesta al siciliano che allo straniero, il quale traea vittuaglia di terraferma; ma i nostri campi in due anni d’invasione steriliano, abbandonati, arsi, tagliati gli alberi, svelte le vigne, rapiti gli armenti, messo a guasto ogni cosa per non picciola parte dell’isola. Ne nacque la carestia; e prima la sentì Messina, per esserle chiuso il mare dalle ostili flotte, onde a un tempo e mancavano i commerci, vita della città, e montava il caro de’ grani sopra l’universale di Sicilia, a cagione della difficoltà de’ trasporti per luoghi montuosi, occupati o infestati dall’Angioino. Già cominciavan cittadini a fuggirsene, chi per fame, chi per pretesto, passando al nemico. Stigato da quelli, venne a campo Roberto sotto Messina; pensando, per poco che aggravasse la carestia con la guerra, domare quel popolo ch’avea già fiaccato l’orgoglio dell’avol suo.

Al par che nell’assedio dell’ottantadue, pone in terra a Roccamadore; manda sullo stretto la flotta di cento galee; con le genti ei si avanza infino al borgo di Santa Croce, mettendo tutto a fuoco ed a sangue: e nell’arsenal di Messina bruciò due galee; e scaramucciava ogni dì per terra e per mare, rispinto sempre da’ nostri e dagli stanziali regi, tra’ quali capitanò una compagnia il cronista Ramondo Montaner. Ma, inviati da Federigo a vittuagliar Messina settecento cavalli e duemila almugaveri, con Blasco Alagona e ’l conte Calcerando, Roberto non li aspettò; passò con tutte le forze in Calabria, la notte medesima ch’ei seppe Blasco giunto a Tripi, e da lui mandato avviso a Messina che la dimane facessero una sortita, mentr’ei, piombando da’ monti, prenderebbe a rovescio il nemico. Raggiornato dunque, i nostri, gli uni dalle porte, gli altri dalle creste de’ monti, s’apprestavano di gran volontà a combattere, senza pensare al numero delle genti di Roberto, quando le videro fuggite. Entrato Blasco in Messina, tra l’allegrezza della ritirata e de’ rinfrescati viveri, si cominciò a braveggiare. Xiver de Josa, alfier di Calcerando, inviò in Calabria una bizzarra sfida in rima, per un ministriere che la cantasse; e la canzone invitava i nimici a tornar pure in Sicilia, che non si difenderebbe lo sbarco, ma all’asciutto, in bella pianura, sariano aspettati a combattere. Montaner la dà a paura che Roberto andò via da Messina, nè fece ritorno alla sfida. Altri porta più sottil ragione di guerra: che non potea giovare a Messina quantunque salmeria di vivanda condotta per terra, consumandosi da’ cavalli della scorta più ch’e’ non fornivano; e che Roberto, tenendo lo stretto e stando in Calabria, senza rischiar giornata, toglieva a Messina gli aiuti di Reggio; e l’una e l’altra insieme avrebbe affamato, minacciato e percosso improvvisamente. Prima pose il campo a Reggio; poi con la medesima prudenza si ritirò alla Catona, per la valida difesa di Ugon degli Empuri; e ostinato stette al blocco, onde ad orribil pressura crescea la fame in Messina.

Respirovvisi un poco per lo gran valore di frate Ruggiero de Flor, oriundo tedesco, nato a Brindisi in povero stato, gittatosi fanciullo sur una barca de’ Templari, e fatto in pochi anni espertissimo navigatore, frate del Tempio, uom d’arme, formidabil corsaro. S’arricchì tra lo scempio de’ cristiani ad Acri; per invidia perseguitollo il gran maestro de’ Templari, e ’l fe’ mettere al bando di cristianità; ma tra i romori delle nostre guerre gli fu nulla. Con una galea genovese, venne costui in Catania ad offrirsi a Roberto; funne rifiutato; e passò incontanente ai soldi di Federigo, al quale non restava a temere scomunica. Allora con siciliani legni, pur dopo le nostre sconfitte navali, rifece le prime dovizie, corseggiando sopra nimici ed amici; con questo divario, ch’ai secondi lasciava cedole del valsente da rimborsar i alla pace: talchè, smisurato di pensieri all’imprendere, d’audacia all’oprare, e rapace ma non crudele, e largo donatore, anzi prodigo del mal acquistato, pei vizi al paro che per le virtù era salito in gran nome in tutta l’oste di Federigo[372]. All’intendere il misero travaglio di Messina, presentavasi Ruggiero al re, dicendo sentirsi spinto e flagellato da un gran pensiero: o vittovagliar Messina per mare, o perdersi nelle onde, o, che peggio era, tra le man di Roberto e de’ frati del Tempio. Assentendolo il re, apparecchiava dodici galee; le empiea di grano a Sciacca; e con esse stava pronto nel porto di Siracusa.

Com’ei vide gonfiarsi il mare da ostro, piano senz’onda, rosseggiante come per sangue[373], s’appose che metteasi uno scirocco fortunale; e confortò le ciurme all’impresa, in cui il vento, dicea, non li abbandonerebbe in balìa de’ nemici, perchè di verno non cala sì tosto. La notte dà le vele alta tempesta; e con essa si trova a dì innanzi lo stretto. Loria scoprendolo, facea rabbiosamente escir le galee, forzar ne’ remi; ma indarno lottavano contro que’ gran cavalloni e corrente del Faro; e il templario, beffandosi de’ vani sforzi, a vele gonfie entrava in porto. Incontanente rinvilì il grano a metà del pregio; sfamò l’afflitto popolo, e ’l rafforzò in sua costanza. Ma non i campi Leontini, sclama Speciale, potean mietere, non tutti i granai d’Agrigento, rinserrar tanto, che bastasse in quell’uopo a Messina[374]!

Mentre nel blocco di Messina si disputava ostinatamente l’importanza dell’impresa, Blasco Alagona, fulmine di questa guerra, amico amantissimo di Federigo, fedelissimo alla Sicilia, non vinto unque in battaglia, ammalò in Messina, come probabil è, dalla malsania degli alimenti; e in breve trapassò, non pianto in Sicilia, a sommo biasimo de’ nostri progenitori invidianti il glorioso nome, non pianto in Sicilia, fuorchè da Federigo. Ruppe in lagrime questi, per amore e interesse, alla perdita di tant’uomo; vestì a duolo; in piena corte lodò il valore, la fede, le chiare geste di Blasco. Del resto, poco tempo lasciavano allora a privato cordoglio le calamità pubbliche[375].

Perchè Messina, consumato il soccorso di Ruggiero de Flor, tornava alle stretture di prima e peggio; manicandosi, come dilicato cibo, non che de’ giumenti, ma cani, gatti, topi; e queste stomachevoli carni pur si aveano a sminuzzo; a comperare un po’ di pane non bastavan ricche suppellettili, arredi, gioielli. Narro non parti d’immaginativa, ma orribilità certe, che i nostri antichi durarono a salvamento della siciliana libertà, per lasciarne retaggio, mal guardato da poi. Allo scurar della notte crescea l’orrore in Messina, cresceano i lamenti; usciano a gridar pane, non i mendici, ma gli agiati, pelle ed ossa, scrive lo Speciale, vergognanti a mostrare il dì quelle spunte sembianze; e molti la dimane si trovavan per vie e piazze morti, qual di fame, qual dalla malignità degli scarsi e schifi alimenti. Talchè uno strazio, un compianto era per tutto il paese; caduta ogni baldanza agli uomini più valenti; le leggiadre donne, non attendendo ad ornamento e cura della persona, squallide mostravansi; e pargoletti si vider morire in braccio alle madri, poppando senza trarre una goccia dal seno inaridito. Niccolò Palizzi, cittadino e governador di Messina, meritò in questo frangente somma lode di coraggio, umanità, antiveggenza, inespugnabil costanza; tra tanti pericoli e inevitabil balenare della popolazione, fu infaticabile e grande nel provvedere, con tal giusta misura, che si assicurasse la città dagli attentati de’ male contenti, e si risparmiasse il sangue pur de’ colpevoli. Da pochi all’infuori, ugual virtù ebbe il popol tutto di Messina, due volte salvator della Sicilia nella guerra del vespro; il prim’anno, con quel memorabil valore contro la forza viva di Carlo; e l’ultimo, con questa più maravigliosa perseveranza contro lo strazio della fame, lento, inesorato, inglorioso, fiaccante corpi ed animi insieme[376].

Federigo dunque, dolente com’egli era della perdita dì Blasco, fa spigolar quanta vittuaglia poteasi in val di Mazzara, e montando a cavallo, vien ei medesimo alla scorta, senza pensare a sè, ma solo al popolo; talchè sostando alquanto a Tripi, dopo lungo cammino, due pan d’orzo e un fiasco di vino, che a caso si trovò un de’ famigliali, furono la sola imbandigione del re; e sfamatosi, gittossi a terra, facendo guancial dello scudo; e riposato qualche ora, rimontò per fornire la via. Giunto presso alla città, manda i viveri, e torna indietro a raccorre nuovo sussidio, perchè bastavano appena a tirar innanzi pochi dì. Tosto rivenne dunque con altri grani, altri armenti: e allora entrò in città; allora gli occhi asciutti tra lo scempio del capo d’Orlando, sgorgaron lagrime al veder il popolo macerato, che sforzavasi a gridargli evviva.