Donde consultando con Palizzi, deliberossi a rimedio, crudo, ma men del male. Perchè i soccorsi di vittuaglie non si dileguino in un baleno, bandisce che la gente più mendica e invalida alla difesa, esca di Messina con lui, e sarà condotta in luogo ov’è cibo. Allora l’irresistibil talento della conservazione di sè stesso, portò casi che da lungi s’estimano spietati: abbandonar patria, parenti, quanto v’ha di più caro; e lagrimando, scrive Speciale, ma non aspettando i figli il padre, la sposa il marito, una squallida moltitudine incominciò a poggiare su per la via dei colli: e Federigo, raccomandata la città al forte Palizzi, spogliatosi nel duro incontro ogni fasto di re, ai miseri spatrianti si fe’ compagno. Questo periodo fu il più glorioso della vita di Federigo; perchè le due virtù ch’egli ebbe sopra ogni altra, umanità e coraggio, bastavano allora a far l’eroe. «Per monti, per pendici (traduco a parola a parola lo Speciale), per burroni e dirupi con tal familiarità condusse i derelitti, con tanta carità ne prese cura, che per via toglieva or questo or quel pargoletto dalle mani delle spossate madri, recavaselo sulle braccia, o in groppa al cavallo; a mensa gli si aggreggiavano intorno i fanciulli, ed ei di propria mano spezzava loro il suo pane.» Così infino a grasse e sicure contrade li accompagnò. Drizzandosi a Randazzo con là misera plebe, per la via tra Francavilla e Castiglione, avvenne che un suo fedele, prigion de’ nemici in Castiglione, infintosi dover chiedere al re certe spese, e ottenuto di mandargli un uomo, l’avvertì occultamente trovarsi senza presidio la rocca. Nol ridisse Federigo a persona. Giunto a Randazzo, dando a vedere d’andarne a riposo, accomiata ognuno: e a mezza notte fe’ cavalcar chetamente gli uomini d’arme, e portosseli dietro senza dir dove. Fu la mattina a dì a Castiglione; occupò la terra e il castel disottano; i terrazzani, rifuggitisi in quel di sopra, astrinsero il presidio ad arrendersi. Così ritolse il feudo a Ruggier Loria. E alleggerita Messina, ripigliate forze per ogni luogo, mostrava a’ nemici assai più duro che non credeano, il soggiogamento dell’isola[377]. Per la qual cosa Roberto, veggendo che il blocco era nulla a’ Messinesi, e che anzi la carestia era trapassata nel proprio suo campo, e aspettando di fuori la novella oste di Carlo di Valois, levatosi dalla Catona, lasciò Messina gloriosa e vincente nella seconda prova: e per salvar le apparenze e aver agio da ristorarsi, trattò di tregua. Iolanda, fuor di sè per l’allegrezza, condusse questa pratica tra ’l marito e ’l fratello, dapprima per legati; e fermossi uno abboccamento a Siracusa. Venutovi il re, e con l’armata il duca, recando seco due compagni di oppostissima indole, Ruggier Loria e Iolanda; costei prima sbarcò al castel di Maniaci, a riabbracciar salvo e glorioso, dopo cinque lunghissimi anni, quel fratello che sopra ogni altro amò dall’infanzia. La dimane, tornata col duca, vidersi per la prima volta Roberto e Federigo, salutaronsi contegnosi; e trattato tre dì, con intendimento di raggirarsi a vicenda, e trovar tanto respitto che bastasse a ciascuno a ripigliar forze, fermarono per pochi mesi la tregua[378].
CAPITOLO XIX.
Carlo di Valois a Firenze, indi in Sicilia. Deboli effetti delle sue armi. Assedio di Sciacca. Postura e disposizioni di Federigo. L’esercito nemico si consuma sotto Sciacca. Proposte di pace e preliminari di Caltavuturo; abboccamento tra i principi; trattato di Caltabellotta. Esecuzione di quello. Convito del Valois a Messina. Riforma de’ capitoli della pace, per voler di Bonifazio. Federigo, rimaso re di Trinacria, sposa Eleonora figlia di re Carlo. Principi della Compagnia di Romania.—Settembre 1301, alla primavera del 1303.
L’ultima prova di Bonifazio fu di chiamar altre armi straniere. Voleva a un tempo soggiogar l’isola e rendere in terraferma d’Italia la riputazione a parte guelfa, abbassata in qualche provincia, rimasa in Toscana a primeggiar nel solo nome, per esser nata la divisione dei Neri e Bianchi; gli uni immansueti dal troppo favor del papa, gli altri mal celanti l’umor ghibellino. Perciò Bonifazio, che dopo la sconfitta del principe di Taranto s’era nuovamente rivolto ad implorare aiuti dalla casa di Francia, e vi avea mandato oratori suoi e di re Carlo[379], quando vide la Sicilia sempre più indomabile, e spregiarsi da’ Bianchi di Toscana e legati e scomuniche[380], prese a sollecitare più caldamente Roberto conte d’Artois, che ritornasse in Italia con forze, dandogli a ciò per tre anni le decime ecclesiastiche di sue possessioni, e i danari di mal tolto[381]; e maggiore assegnamento fece su Carlo di Valois, educato da fanciullo dalla romana corte a regie ambizioni. Costui, dopo il baratto, che si narrò, del titolo di re di Aragona con una figliuola di Carlo secondo e la contea d’Angiò in dote, si rese chiaro in arme nelle guerre d’oltremonti; e mortagli appena la moglie, pensò ritentar la via del trono, chiedendo la Caterina di Courtenay, pretendente all’impero greco, offerta una volta a Federigo, poi solennemente promessa innanzi tutta la corte di Francia a Giacomo, figlio del re di Maiorca, ch’indi a poco si fece de’ frati minori, non sappiamo se per vocazione, o per dispetto dei disegni politici di Filippo e di papa Bonifazio che attraversassero il matrimonio[382]. Il papa adesso allettava Carlo di Valois con profferta di stipendio, comando d’eserciti, uficio di senator di Roma, e altre dignità: gli promettea Caterina, quand’egli muovesse alla guerra contro Federigo; e chiaramente scrivea a’ vescovi di Vicenda, Amiens e Auxerre che accordassero la dispensa, vedendo preparata l’impresa entro un dato termine, che più volte fu prorogato[383]: gli facea sperare il Conquisto dell’impero d’Oriente, con le medesime armi con cui combatterebbe in Sicilia: e parlò ancora d’elezione all’impero occidentale. A questi sogni aggiunse la realtà delle decime ecclesiastiche in Francia, Italia, isole del Mediterraneo, principato d’Acaia, ducato d’Atene, e fin d’Inghilterra; e la metà de crediti della corte di Roma per decime su le chiese di Francia. Con tali sussidi assolderebbe il Valois cinquemila cavalli, per condurli in Italia. Il papa esortò Filippo il Bello e ’l clero di Francia a favorir l’impresa; prolungò a questo medesimo fine la tregua, che procacciato avea tra Filippo e ’l re d’Inghilterra[384].
Per tal modo, di settembre milletrecentouno, Carlo di Valois trovossi a corte del papa in Anagni, con re Carlo e’ figliuoli; e fu chiamato capitan generale in tutti gli stati ecclesiastici, e rettore di Romagna, Marca d’Ancona, ducato di Spoleto e altre province, con larga autorità negli affari temporali[385]. Non mancaron frasi a Bonifazio per mandarlo in Toscana, con titolo di conservator della pace, e vero uficio di tradimento e di violenza: cominciando la bolla con parlare de’ Magi, di Salomone, della saviezza, della pace; ed esagerando i disordini, gli scandali, la disubbidienza, e anche la ingratitudine de’ popoli di Toscana alle paterne cure del pontefice, che volea mantenervi la pace, e n’avea dritto, com’era noto ad ognuno, massime nella vacanza dell’impero[386]. Si stabilì in questi consigli d’Anagni, che differita a primavera la guerra di Sicilia, svernasse il Valois in Toscana. Ito dunque di novembre a Firenze, ei fe’ quanto vollero i Guelfi; cacciò i Bianchi, e tra essi quel sovran poeta, che stampava d’obbrobrio, fino alla consumazione de’ secoli della presente civiltà, il nome del falso principe senza terreno. Resa tal tranquillità alla Toscana, tutta la benignità si rivolse alla Sicilia. Si rividero a Roma di marzo del trecentodue quei medesimi principi; ove Carlo II e Roberto prometteano al Valois d’aiutarlo all’impresa di Costantinopoli, ne’ termini fermati tra Carlo I e Baldovino, e di non far pace con Andronico Paleologo[387]. Allor mosse il Valois alla volta di Napoli, nel mese d’aprile. Alle armi preparate il papa aggiunse nuove scomuniche contro Federigo; la piena autorità del vescovo di Salerno legato pontificio[388]; l’assoluzion de’ peccati, come in crociata di Terrasanta, a tutti coloro che morissero ne’ combattimenti di Sicilia, o combattessero fino alla compiuta vittoria[389]. I soldati del Valois ebbon guarentigia da Carlo II, che venendo a morte nel territorio del regno, non si toccherebbero i loro beni, com’era voce che usasse la corte di Napoli verso gli stranieri; ma si disdicea e si chiamava aggravio ed abuso[390]. Al medesimo tempo il re creava Carlo di Valois suo capitan generale nell’isola di Sicilia[391]; gli conferiva pien potere di render la grazia regia a que’ ribelli; di redintegrarli in tutte le facoltà, dignità, onori; di conceder feudi; perdonare a’ rei di misfatti privati, ai ladri del danaro pubblico; assolvere i debiti de’ comuni e degl’individui: largamente spaziandosi nelle lodi della propria clemenza verso quel popolo, che a punirlo secondo suoi meriti, avrebbe potuto spegnerlo di fame e di ferro, e diroccare le sue case[392]. Finalmente prevedendo l’esito di tanto romore; e poco fidandosi agli auguri di gloria trionfante, con cui principiava le sue lettere al Valois, diegli di poter fermare la pace con Federigo d’Aragona, entro alcuni termini che non sappiamo; e anco promesse ch’ei non la farebbe senza saputa del Valois[393]. In Napoli eran pronti, con le bandiere apostoliche, un’armata di più di cento legni grossi, torme numerose di cavalli, Roberto e Ramondo Berengario, figliuoli di re Carlo, baroni francesi moltissimi. Ed era il quinto o sesto formidabile sforzo, che i medesimi potentati, con gli stessi mezzi, movean contro Sicilia, contandosi già l’anno ventesimo della guerra del vespro[394].
L’avea affrettato Roberto, il quale, appena sottoscritta la tregua con Federigo, adunava in parlamento a Catania i capitani dell’oste, col cardinal Ghepardo e’ Siciliani di sua parte; e facea vanti in iscusa de’ non lieti successi della guerra: tornerebbe immantinenti con forze potentissime; lasciar intanto in Catania, vicario il pro Guglielmo Palotta, e pegni dell’amor suo la Iolanda e Lodovico, da lei partoritogli poc’anzi in Catania. A Napoli l’accolser gioiosamente, come per vittorie, il re, gli ottimati, la plebe; ma stringendosi a consiglio, con parlare men gonfio, ei mostrava la necessità di nuovi sforzi estremi. I Siciliani allo incontro, ammaestrati dalle due sconfitte navali, e non potendo adunare un giusto esercito nell’isola occupata da varie bande, s’apprestavano a rifar guerra gurrriata. Coosigliavali ancora la sperienza del primo passaggio di Giacomo, fors’anco della guerra di Catalogna pell’ottantacinque, de’ prodigi che operan poche bande agguerrite e risolute, in regioni montuose, tra siti forti, e universal simpatia de’ popoli, che a te fornisce, toglie al nemico tutti i comodi della guerra, e finisce sempre con vittoria su la superbia soldatesca degli stranieri. Con tali disegni, Federigo girava per l’isola; sopravvedea le castella; iva esortando e infiammando le popolazioni delle città, che assaltate dal nemico, tenesser fermo, e non fallirebbe il re d’aiutarle; chiamate all’oste, pronte corressero. Spirata la tregua, Federigo nel cuor del verno, espugnò Aidone; Manfredi Chiaramonte gli racquistò Ragusa e con maggiore costanza per ogni luogo si ripigliavan le armi[395].
L’oste de’ collegati, per disegno di Ruggier Loria, si drizzò contro val di Mazzara, prova mal tornata al principe di Taranto; ma parve da ritentar il paese, abbondante, fin allora queto, piano, agevole a’ cavalli. Approdano dunque in sull’uscir di maggio a Termini, città a ventiquattro miglia dalla capitale; e se ne insignoriscono alla prima perchè il popolo non fece difesa, ascoltando un Simone Alderisio, traditore o codardo. S’accampò ne’ dintorni, questo, dicono i nostri scrittori, innumerevole esercito[396], sì mal ordinato, che in certe feste, rissatisi tra loro Francesi ed Italeani, ne rimaser morti duemila[397]; e fu mestieri appettar di Puglia un sussidio di ventidue navi di grano, perchè si potesse muovere il pie’ dagli alloggiamenti. Ma spargendosi per lo paese, altro acquisto non riportaron che di greggi e rustiche prede; perchè Federigo avea munito ottimamente ogni luogo; era venuto ei medesimo a porsi a Polizzi, non molto discosto da Termini, con provvedigione da durar tutto assedio. Perciò, andati i nimici a Caccamo, ne tornaron col peggio; per la fortezza del luogo e la virtù di Giovanni Chiaramonte. Voltisi a Polizzi, e mandato a sfidar il re, presentando battaglia nella pianura, n’ebbero accorta risposta: che aspettassero, e sì a tempo il vedrebbero. Non osando assediarlo in Polizzi, e volendo insignorirsi della città più importante nel gruppo dei monti occidentali dell’isola, mutarono il campo a Corleone. Ma prevennerli i nostri sì accortamente, che una man di cavalli, sotto Ugone degli Empuri e Berengario degli Intensi, era entrata già in Corleone quando mostrossi l’oste angioina; eran pronte le armi, i cittadini sulle bastite: e ricordavansi essere stati in tutta l’isola i primi a seguire il movimento del vespro di Palermo. Con questo animo, schiudono una porta al nemico movente all’assalto; entrato, lo tagliano a pezzi; nella quale zuffa il fratello del duca Bramante, mentre confortava i suoi alla carica, sul limitare della porta, fu morto d’un sasso scagliatogli da una donna. Dopo diciotto giorni d’asseto, con onta e perdita Valois si ritrasse[398].
E non guardate pur da lungi Palermo, Trapani, Mazzara, trapassò alla costiera meridionale dell’isola; e pose il campo a Sciacca, non per la importanza, ma per la facilità, dell’acquisto; potendosi insieme osteggiar con la flotta. Ma a Sciacca l’annunzio dell’assedio non avea punto sbigottito i cittadini, capitanati dal lor pro Federigo d’Incisa[399], che si rallegraron anzi di tal destro a spiegare, innanzi la Sicilia tutta, la loro virtù; stamparon bastioni e fossi; rabberciaron mangani e altri ingegni; in tutti i modi apprestaronsi al combattere. Con pari ardore veniano i nemici; ingaggiandosi i capitani tra loro, a non levarsi di Sciacca che non l’avessero espugnato: perchè parea agevole; e vergognavano che in cinquanta dì dallo sbarco, non avesser ferito un sol colpo con avvantaggio. L’armata angioina fece vela da Termini; occupò, non si vede a qual fine, la picciola terra di Castellamare; e senz’altra fazione surse alla spiaggia di Sciacca. Cominciato dunque l’assedio di mezzo luglio, si combattea vivamente ogni dì; gli assedianti facean giocare lor macchine, davano spessi assalti: ed era nulla ai difenditori, confortati dalla vicinanza del re, venutosi a porre co’ suoi stanziali a Caltabellotta, discosto nove miglia da Sciacca. Mandovvi poi Simone Valguarnera, con dugento uomini d’arme e più numero di fanti: il quale entrato di notte, a randa a randa la spiaggia, tra le poste nemiche, aggiunse tal franchezza agli animi de’ cittadini, che molti duri colpi indi n’ebbero le genti collegate.