CAPITOLO XX.
Conchiusione. Qual era la Sicilia prima del vespro; qual ne divenne; qual rimase.
La pace di Caltabellotta, che fece posar la prima volta le armi in venti anni dalla sommossa dell’ottantadue, è il termine del mio lavoro, avendo chiuso quella felice rivoluzione ch’io prendeva a narrare. Perchè non solamente i potentati di fuori, i quali, bene o male, vantavan ragioni su l’isola, s’acquetarono al reggimento di quella per lo innanzi chiamata ribellione; ma anco dentro da noi dileguossi la spinta del vespro; benchè dopo corto volger di tempo, si fosse ripigliata la guerra con esempi dell’antica virtù, e disdetti i termini del trattato di Caltabellotta, e sostenuta, in tutta la integrità, l’independenza della nazione. Ma tuttociò ritraea come debole immagine que’ primi tempi gloriosi; e sforzi del nimico men gagliardi, con più fatica si rispinsero; e mancava il rigoglio d’attual movimento; scopriasi il mal germe della feudalità rimbaldanzita; e ogni cosa muovere da una corte fiacca e discorde, anzichè dalla volontà della nazione. Del rimanente, prima ch’io lasci questo nobile subbietto, mi par bene ricercare qual fosse la Sicilia innanzi il vespro, qual ne divenisse, qual restasse poi.
Nel secol duodecimo la veggiam noi fiorita d’industrie, civile e potente, forse sopra la più parte degli stati d’Italia, domar quanti piccioli principati stendeansi dal Faro al Garigliano; e per questa nuova signoria, entrar nelle guerre civili d’Italia; e al medesimo tempo avviarsi a più intima unione con quelle province d’oltre lo stretto, e a reggimento più chiuso. Questo ebbe sotto casa Sveva, per lungo tratto del secol decimoterzo, con grande soperchio di tasse: ma l’alta mente de’ principi mitigò l’uno e l’altro con buone leggi civili, gentilezza di costumi, cultura degl’ingegni, da avanzare nel rinascimento delle lettere ogni altra provincia italiana; e insieme die’ l’andare a forti opinioni contro la corte di Roma. L’avarizia e severità, spiacendo più che non allettavano gli ornamenti, piegarono i popoli alla repubblica del cinquantaquattro. Spenser questa i baroni; e tornò la dominazione Sveva con que’ vizi e quelle virtù: onde poco appresso ricadde, più per mala contentezza de’ popoli, che per forza straniera.
Ma il governo angioino, invece di far senno da ciò, inebbriossi d’ogni più insensato abuso; mutò non solamente le persone de’ feudatari, ma di fatto anco innovò la feudalità; nel rimanente correndo al peggio sulle tracce degli Svevi, e sforzandosi, direi quasi, a trar tutto alla testa il sangue, per farsene più vigoroso alle ambizioni d’Italia e d’Oriente. Sì duro ei tirò, che la ruppe. L’antagonismo delle schiatte, il sentimento di nazione latina fece sentir più duramente il governo tirannico; che anche antico e nazionale spinge i popoli a ribellarsi come il possano. De’ due popoli si mosse anzi il Siciliano che l’altro, o per l’indole più ardente, o per maggiore oppressione; perchè la corte, tramutata in terraferma, era quivi compenso ai mali comuni, e rispetto all’isola nuovo oltraggio politico, e danno materiale; onde, dopo la rivoluzione, lo stesso Carlo I e Carlo II si fecero a profferire special governamento alla Sicilia, e vicario con larghissima autorità, e moderate leggi: rimedi che dati a tempo avrebbero forse distornato i tremendi fatti del vespro, ma sì tardi non trovarono chi li ascoltasse. La congiura o non operò nel movimento, o poco l’affrettò. L’occasione al tumulto potea tardare; potea riuscir male la prima, la seconda prova; non fallire la rivoluzione, in tal disposizione de’ popoli, e assurda nimistà de’ governanti.
Come per forza d’incanto, al primo esempio che lor balenò innanzi agli occhi, si rifecer uomini quegli imbestiati in vil gregge. Tremavano a un guardo; sospettosi tra loro; selvatichi e fieri, pur senza saper levare un pensiero al resistere; incalliti alla povertà, alla ingiustizia, al disprezzo, al disonor nelle famiglie, alle battiture sulle persone; sol ritraenti dell’umana dignità nell’odio che chiudevano in petto: e chi in cotesti avrebbe riconosciuto il legnaggio d’Empedocle, Dione, Archimede; de’ compagni di Timoleone, dei vincitor d’Imera? E pure un attimo d’esempio bastò. Quell’ignoto uccisor di Droetto, con un sol colpo, rese la greca virtù al popolo di Palermo; questo a tutta l’isola. Nacque la rivoluzione dal volgo; ed ebbe nei primi tempi sembianti popolani: frammischiatisi i nobili, la tirarono alla monarchia ristoratrìce delle antiche leggi. Allora tutta la nazione unita si adoperò al nuovo ordin di cose; non guardandosi le minuzie di pochi nobili parteggianti per gli Angioini, e pochi più spenti, per ingratitudine o sospetto, dal nuovo principe. E chi guardi i Siciliani in questo periodo, entro il medesimo anno ottantadue che li avea veduto marcire nella non curanza della servitù, li troverà franchi al combattere, pronti ed accorti al deliberare, devoti alla patria, affratellati tra loro, pieni di costanza, nè spogli di generosità tra lo stesso disunan costume de’ tempi: e dopo breve tratto, li scorgerà fatti provati guerrieri e marinai; pratichi negoziatori nelle faccende di stato; fermi oppositori alla corte di Roma, e pur tenaci nella religion del vangelo; e legislatori sorger tra loro, che i nomi ignoriamo, ma ne restano, irrefragabil testimonio, le savie leggi; e coltivarsi le lettere, prevalendo, com’è naturale in un movimento politico, gli studi della storia, su la poesia che fioriva nella corte Sveva; e Guido delle Colonne ne’ primi tempi della rivoluzione dettare in Messina una storia Troiana[420]; il Neocastro una nazionale e contemporanea, lasciando belli esempi allo Speciale, allo Anonimo, Simon di Lentini, Michele di Piazza e altri; e lo stile vivace e biblico, ritrarre il sollevamento dei pensieri; e quel che più è meraviglioso, tra ’l romor delle armi prosperare anco le industrie. Tanto egli è vero, che non v’ha parte alcuna degli esercizi degli uomini, che non prenda novella vita alle boglienti passioni d’un mutamento politico!
I quali effetti nascon talvolta da trascendente ingegno d’uno o pochi uomini, che rapisce la moltitudine là dove ei vuole; talvolta da felice talento de’ popoli, per la necessità e forza degli eventi, onde flnanco i mediocri compion dassè grandissimi fatti, senza la virtù d’una mente straordinaria che li governi. E il secondo caso parmi di scernere nella rivoluzione del vespro. Perchè, messe da canto le favole di Giovanni di Procida, le quali pur abbandonano il protagonista al cominciamento della rivoluzione, nessun uomo di quell’altezza ch’io dico, si trova infino al primo assedio di Messina; e questa diffalta forse fece dileguar la repubblica. In Messina poi Alaimo di Lentini meritò nome immortale; come a lui si deve e ai Messinesi, che la Sicilia non fosse soggiogata da quel possente esercito di Carlo. Re Pietro e Ruggier Loria spensero Alaimo; ma insieme educarono i nostri alla guerra, ed egregiamente usarono le virtù degli Spagnuoli e dei Siciliani unite insieme, a prostrare i nemici in Ispagna, sconfonderli in Italia: e lungo tempo dopo la morte del primo, dopo la tradigione dell’altro, durò la virtù loro, e notevoli uomini produsse.
Questi elementi sostenner Giacomo, glorioso e sicuro, sul trono; questi v’innalzaron Federigo, quando Giacomo fallì alla rivoluzione; questi, crescendo di vigore ne’ contrasti, fronteggiaron soli mezz’Europa, quando quegli stessi Spagnuoli ch’eran venuti ne’ primi tempi ad aiutarne per loro interesse, per loro interesse ci si volser contro: antichissima usanza, che mostra esser la generosità di nazione a nazione o sogno, o foco di paglia, e l’interesse tale infaticabil consigliero, che piega alfine a sue voglie e principi e popoli.