La esaltazione di Federigo, rinnovamento o conferma della rivoluzione, è al veder mio più gloriosa del primo principio stesso. Perchè non la portò disperazione, o caso, ma l’accorgimento e ’l coraggio politico de’ nostri padri; operata senza disordini, senza fatti di sangue, con dignità d’universale concordia, con maestà di nazione che medita, e si propone, e fa, contro potenze cento volte maggiori di lei. Al considerar, quanti nomini di stato e d’armi, quanti prodi oratori, quanti incorrotti cittadini risplendettero nel regno di Giacomo e ne’ primi tempi di quel di Federigo, si troverà manifesto l’effetto del mutamento dell’ottantadue; la nazione rigenerata si troverà adulta in tutte le sue forze. Donde, se Federigo non fu un uomo straordinario, la Sicilia ridondava di tanta virtù, che bastò a resistere, e a fiaccar l’ultimo sforzo de’ collegati.
Prendendo poi a guardar tutta insieme la lunga guerra del vespro, io non so qual nazione possa vantare maggior fortuna. Carlo d’Angiò con un picciolo esercito debellava quel valente Manfredi, signore di due regni; e poco appresso le forze de’ Ghibellini adunate sotto Corradino: ma per macchina di guerra poderosissima e maravigliosa, non bastò a domar la sola Sicilia, nè egli nè i suoi successori, con ostinati sforzi. La Sicilia in venti anni guadagnava quattro battaglie navali; tre giuste giornate in campo; con moltissimi combattimenti di mare e di terra; fortezze espugnate; occupate entrambe le Calabrie e Val di Crati; dileguati di Sicilia tre eserciti nemici; sciolti due assedi di Messina, due di Siracusa, e altri molti di minore importanza. Non fu interrotto questo lungo corso di vittorie, se non che da due sconfitte in mare, e da tre anni d’infestagione dell’isola; dove i nemici non riportarono alcun avvantaggio di conflitto, ma ciò che presero fu a patti, o per tradimento. Questi disastri toccaronsi per la virtù soldatesca, le pratiche, la riputazione di Giacomo, di Ruggier Loria, de’ venturieri spagnuoli: ma risanati che furono i nostri dal delirio di combatter in mare senz’ammiraglio, vinsero in campo; tagliarono a pezzi gli stanziali francesi e italiani nella guerra guerriata, per cui è fatta la Sicilia; sgararono nella lunga prova il reame di Napoli, maggiore tre tanti di popolazione[421]. Ed esso non bastò a domar l’isola, ancorchè, insieme col suo sangue e la sua moneta, si sperperassero contro Sicilia le decime ecclesiastiche di tutta l’Europa, i sussidi delle città guelfe d’Italia, oltre il danaro che die’ in presto la corte di Roma, che passò le trecentomila once d’oro, e al dir del Villani[422], il papa ne acquetò Roberto al tempo del suo coronamento. E non bastò, ancorchè la Francia fornisse braccia ed armi alla guerra, e poi l’Aragona con essa, e la misera Italia sempre; e la sede di Roma votasse la faretra degli anatemi, in una età, non che di religione, ma di superstizione; e si facesser giocare tutte le arti di quella corte, sapiente e destra, e avvezza a maneggiar le relazioni politiche della intera cristianità. E la Sicilia, che non era aiutata di danari da alcuno, d’uomini una volta dalle Spagne, poi sol da pochi avventurier catalani e ghibellini di Genova, finì la guerra mantenendo l’alto suo intento. Tali furono, o Siciliani, le geste dei vostri padri nel secol decimoterzo! Ripigliaron così la independenza di nazione, la dignità d’uomini: e detterne esempio alla Scozia, alla Fiandra, alla Svizzera, che scuoteano, a un di presso in quel tempo, la dominazione straniera.
Volgendoci alla riforma civile, la medesima ammirazione convien che ci prenda. Gli sforzi che i popoli fanno a libertà, per loro natura non durano, se non giungono a porre buoni e durevoli ordini nello stato, e a spegnere i malvagi uomini, che ne guasterebbero i frutti. La prima cosa fecer quegli antichi nostri egregiamente; l’altra non seppero, o non poterono. Come le leggi esprimon l’interesse di chi è più forte, così dettaronle a vantaggio pari de’ baroni e del popolo i principi aragonesi, che per virtù di quelli regnavano. Allargati i termini della costituzione del Buon Guglielmo, ebbe il general parlamento la ragion di pace e di guerra, e quasi al tutto quella di dar leggi; furono rese ordinarie e annuali le adunanze di esso; datagli la censura su i ministri e uficiali pubblici; fondata o ristorata un’alta corte di pari: componeasi il parlamento, come ognun sa, dei prelati, dei baroni, e de’ rappresentanti o sindichi delle città; e sembra fuor di dubbio che di que’ primi tempi, in un sol corpo, o vogliam dire camera, deliberasse: veemente forma, che poi dileguossi sotto i monarchi spagnuoli. Tanto per la signoria dello stato. L’altra principalissima parte, ch’è l’entrata pubblica, fu ordinata con più sottile accorgimento. Limitati per legge fondamentale i casi e la somma delle collette; richiesta a levarle l’autorità del parlamento, sì che poi, con molta significanza, appellaronsi donativi. Si fe’ più largo il reggimento municipale, la cui importanza stava nell’adunata, o come diceasi, parlamento, in cui tutti conveniano, o almeno in larghissimo numero, i cittadini; e ne fu escluso per espressa legge l’ordine de’ nobili. Questi parlamenti popolareschi, e in qualche luogo, secondo le particolari consuetudini, i consiglieri eletti a rappresentarli, maneggiavano tutti i negozi del comune, cioè la tassazione pe’ bisogni municipali, lo scompartimento delle collette generali, l’armamento delle milizie a richiesta del re, la elezione de’ sindichi al parlamento, e de’ magistrati del comune. La istituzione de’ giurati fu tribunato, o, come or diremmo, ministero pubblico, che esercitavasi in ciascun comune, a compiere il sistema di censura, alla cui sommità stava il parlamento. Il maneggio dell’alta giurisdizion civile e penale restò presso i magistrati regi: ma furono accresciuti, e avvicinati alle popolazioni; si provvide il meglio che si potea a contenerli da superbia e rapacità. Così uscissi dalla rivoluzione siciliana del secol decimoterzo, con un ordinamento politico, che le più incivilite nazioni del secol decimonono appena attingono. Notevole egli è, che un tal congegno di monarchia, l’ebbe tra tutte le province italiane la Sicilia sola; perchè nelle altre, di Venezia in fuori, non eran che repubbliche mal ferme o signori assoluti; e nel reame di Napoli non tardò il potere regio a trapassare i limiti delle costituzioni d’Onorio, e dileguarne fin la memoria, stimolato, più che ritenuto, dalle frequenti ribellioni.
In tutto il rimanente del regno di Federigo, o in que’ de’ fiacchi suoi successori, non dettavasi poi in Sicilia alcun’altra legge di ordine pubblico, ma particolari statuti, più atti a manifestare che a riparare i crescenti disordini dello stato. Dei quali fu sola radice l’aristocrazia, che tenne in Sicilia un corso difforme dagli altri reami d’Europa, dove nacque nelle età più barbare, piena d’abusi, e poi l’interesse unito dei monarchi e del popolo, a poco a poco, la raffrenò. Ma appo noi, come fondata al tempo delle prime crociate e dalla mano d’un principe, fu moderata nel cominciamento; e se tendea per sua natura all’usurpare, la ritirarono a que’ termini i monarchi, e il romor del vespro la fe’ stare; finchè ripigliando nel corso di quella lunga guerra e riputazione e facultà, e indi cupidigia e baldanza, divenne l’ordine più possente dello stato: per soperchio di rigoglio recossi in parte tra sè medesima; rapì in quelle discordie e la corte e i popoli; e lacerò la Sicilia negli ultimi tempi del regno di Federigo. Precipitò indi al peggio, non raffrenandola le deboli mani dell’altro Pietro e dell’altro Federigo; venne alfine ad aperta anarchia feudale. E allora si smarrì la cosa pubblica nelle izze di parti; non si udì più il nome di Sicilia, ma di Palermo, di Messina e di questa e quell’altra terra; il nome di parzialità, come chiamavanle, l’una italiana, l’altra catalana; il nome di famiglie, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonte e altri superbi, nemici di sè stessi e della patria: entravano a’ soldi de’ baroni coloro che, prese le armi nelle guerre della rivoluzione, non sapean divezzarsi dall’ozio e dalla militare licenza; incominciavano i liberi borghesi a far parte co’ baroni, sotto il nome di raccomandati e affidati. Nondimeno questa piaga penò oltre un secolo a consumar la potenza creata dalla rivoluzione del vespro. La istoria di quel periodo tuttavia ci presenta, come innanzi dicemmo, una immagine della prima virtù; e veggiamo nel milletrecentotredici, alla passata dell’imperatore Arrigo, il re di Sicilia levarsi per esso contro quel di Napoli; armare poderosissima forza; occupar nuovamente le Calabrie: e poichè escì vano nell’Italia di sopra quello sforzo ghibellino, e la potenza guelfa si aggravò tutta sopra la Sicilia, veggiamo i nostri difendersi virilmente; il sicilian parlamento stracciare i patti di Caltabellotta; chiamare alla successione Pietro figliuol di Federigo; e Palermo, assediata da innumerevol oste di Napolitani e Genovesi, rinnovellar le glorie di Messina dell’ottantadue, del trecentouno: e in tutta la guerra, i nemici che veniano in Sicilia a rubacchiar villaggi, arder messi, guastare i campi, assediar città, veniano in Sicilia a perire; donde sempre le reliquie degli eserciti, a fronte bassa, tornaronsi di là dal mare; sempre la Sicilia restò vincente, ancorchè i suoi stessi baroni, nel cieco furor delle parti, chiamassero contro la patria i nemici. Onta e rabbia egli è da questo tempo in poi a legger le istorie nostre, come d’ogni altra monarchia feudale; a veder le nimistà municipali modellarsi su quelle de’ baroni; rinvelenir tanto più, quanto presentavano le sembianze d’amor di patria. Tra questa infernale discordia, per maggior danno, mancò la schiatta dei re aragonesi di Sicilia; sottentrò quella di Spagna, e si spense; e cadde la indipendenza politica della Sicilia, perchè l’abitudine richiedeva il governo monarchico, e le pessime divisioni rendeano impossibil cosa a’ Siciliani di accordarsi nella elezione di un re. Ne messe il partito Messina, tuttavia grande e vigorosa, nel parlamento del millequattrocentodieci; e nol potè vincere, nei contrasti de’ baroni di legnaggio catalano, che aveano in sè tutti i vizi di faziosi, di ottimati e di stranieri. Indi la Sicilia sofferse la dominazione spagnuola, col magro compenso del nome e forma di reame, e della integrità delle antiche sue leggi nell’amministrazione delle entrate pubbliche, della giustizia, e degli altri negozi civili. Fu accoppiata sotto la medesima dominazione straniera col reame di Napoli, come due servi a una catena. S’impicciolirono gli animi, crebbe la superstizione, si offuscarono, dirò così, gl’intelletti, imbarbarirono i popoli, lasciati a contender di cose deboli e puerili; e ogni cosa andò al peggio sino all’esaltazione di re Carlo terzo, quando furono ristorati entrambi i reami, e l’incivilimento dell’Europa sforzavasi nella faticosissim’opera di ritirare all’uguaglianza i figliuoli d’Adamo.
E questo lungo letargo della dominazione spagnuola, che guastava gli uomini e conservava le forme, cercava danaro e ubbidienza, e del resto non si curava, fe’ durare sì, ma poco fruttuosa, infino a’ primordi del secol decimonono, l’antichissima pianta della costituzione normanna, riformata nella rivoluzione del vespro. Stava il parlamento, ma diviso, come diceasi, in tre bracci, ecclesiastico, baronale ossia militare, e demaniale; se non che i baroni non eran più guerrieri; la rappresentanza popolare era ristretta alle poche città del dominio o demanio regio; e queste tre camere, perchè fossero più docili, spartitamente si assembravano, e deliberavano; la deliberazione di tutte, o di due sopra una, era voto del generai parlamento. Non che il dritto di pace e di guerra, ma perduto avea questo parlamento il legislativo; se non che potea domandare alcuno statuto sotto il nome di grazia. Per bizzarro contrasto, quasi gareggiandosi in cortesie, si chiamavan presenti, e più comunemente donativi i sussidi della nazione al principe: e più maraviglioso era un corpo permanente di dodici eletti dal parlamento, quattro per ciascun braccio, che chiamavasi deputazione del regno, e con autorità non minore del nome, avea uficio di difendere le franchige del parlamento e della nazione, di maneggiar le tasse accordate dal parlamento, e, secondo i decreti di quello, porger il danaro al re, o investirlo negli usi pubblici: augusto magistrato, che nacque dall’antica corte de’ baroni, o fu imitato dagli ordini aragonesi; e che nelle costituzioni d’altri popoli si vide temporaneo e per abuso, nella nostra saldissimo. Il parlamento ordinario adunavasi ogni quattro anni; era sopra ogni altra cosa geloso delle tasse; e assai parcamente porgea danaro alla corona, la quale non violò giammai questo privilegio; e ne nacque l’effetto che infino ai principî della guerra della rivoluzione francese del secol decimottavo, tutta la entrata pubblica di Sicilia non sommò a settecentomila once annuali. Mentre l’autorità regia si era ristretta da un lato, avea libero comando sopra le persone de’ cittadini; mettea fuori statuti e leggi, sol che non trovassero ostacolo nella deputazione del regno, facile per altro a piegarsi; non doveano i ministri e oficiali render conto di lor fatti ad altri che alla corona. Questo potere regio in gran parte esercitavasi, col consiglio de’ nostri magistrati primari, dal vicerè; ch’era insieme gran bene e gran male: il primo per la utilità dei provvedimenti pronti, vicini, meno sbadati, men ciechi; il male era la rapacità e superbia proconsolare. I nobili e il clero stavan tra ’l popolo e il potere regio, come baluardo, ch’aduggia e soffoca, mille volte più che non difende. Delle forme municipali non parlo, ch’eran le antiche, rappezzate di privilegi, di forme speciali diverse, ma pure ordinate assai largamente, quanto al maneggio de’ lor propri danari. Gli altri magistrati, posti su la giustizia e la civile amministrazione, eran macchina un po’ gotica, ma buona perchè semplice. Le leggi civili e criminali, al contrario, spaventavan per l’immenso viluppo. Questo fu il governamento della Sicilia infino al principio del secolo in cui viviamo.
La dominazione spagnuola snervò gli uomini che doveano por mano a queste leggi: e indi la Sicilia, che nella fondazione della monarchia normanna l’ebbe a un di presso comuni con l’Inghilterra; che nella memorabile rivoluzione del vespro le ristorò ed accrebbe, e lascionne retaggio alle generazioni avvenire; decadendo dal secol decimoquarto infino al diciottesimo, si trovò poco lontana nelle forme, ma di gran lunga nella sostanza, al dritto pubblico inglese, che poi venne sì in moda. E quando il turbine della rivoluzione di Francia crollò quest’antica macchina, la nazione, da pochi valentuomini in fuori, trovossi tale, da non saperla nè apprezzare, nè correggere.