Tuttavia nè l’antichità di questo Ms. nè quella dello stile e della lingua, alla quale s’appigliò il di Gregorio, non avendo per le mani altra copia che del secolo xvii, e volendo ad ogni modo raccomandare la Cronaca come contemporanea, nè l’una nè l’altra, io dico, posson portare a un’approssimazione sì stretta, da giudicare precisamente se l’autore fiorisse in fin del secolo xiii o nei principî, o nel fine del xiv; e indi se contemporaneo fosse al vespro, o quanto discosto. L’altro argomento, ch’è la coincidenza col Villani, o meglio diremo Malespini, proverebbe il contrario, cioè che l’autor della Cronaca siciliana avesse avuto per le mani quella de’ Fiorentini; perchè si riscontrano con picciol divario la disposizione dei fatti, gl’incidenti, spesso le parole, più spesso gli errori; il che mai non avviene quando due scrittori, senza conoscersi l’un l’altro, dettino il medesimo avvenimento, foss’anco brevissimo e semplice. Le differenze poi son queste: che la parte aneddotica e drammatica è molto più ampia nella Cronaca siciliana, e che qualche data o nome di luogo è diverso, or con maggiore esattezza o probabilità dalla parte del Siciliano, or il contrario. Per esempio, il Siciliano scrive che Procida nel 1279 si trovasse in Sicilia (nè il dice proscritto e nascoso); quando da’ diplomi allegati da noi nel cap. V, vol. 1. p. 92, si vede chiarito ribelle e uscito infin dal 1270; e si sa che riparò a corte del re d’Aragona. Ma, quel ch’è più, il veggiamo incerto ed erroneo sul giorno della sollevazione di Palermo: Eccu chi fu vinuto lu misi di aprili, l’annu di li milliducentaottantadui, la martedì di la Pasqua di la Resurrezioni; quando e’ si vede certamente che quel martedì cadde il 31 marzo. Or che un Siciliano, vivuto di que’ tempi, avesse potuto errare o dimenticar questo giorno, io nol so comprendere; e da ciò potrebbe argomentarsi l’antichità men rimota di questa Cronaca, perchè sendo avvenuta nel corso d’aprile la strage in tutte le altre città di Sicilia, molti anni appresso si ricordava aprile come il tempo del riscatto; e l’autor siciliano, avute per le mani le cronache de’ Fiorentini, vi corresse a suo modo l’epoca; come fece del coronamento di re Pietro, asserito da quelli, negato da lui; e sì del luogo della prima sollevazione, portata da quelli in Morreale, da lui, e qui con esattezza, in un locu lu quali si chiama Santo Spirito, ch’era il nome della chiesa, non della campagna. Le quali correzioni portano a credere che il Siciliano dopo i Fiorentini, non questi dopo lui avessero scritto; perchè i primi non sarebbero inciampati nell’errore del luogo della prima rissa, o avrebbero seguito il Siciliano nell’errore del tempo.

Perilchè mi è venuto in mente un supposto intorno questa Cronaca. Io penso che l’autore scrisse verso la metà del secolo xiv e fu della famiglia Procida, o attenente ed amico a quella; che nel regno dì Federigo d’Aragona, come si è veduto nel capitolo XV, Giovanni di Procida voltò a parte angioina, e con lui alcuni della famiglia. Quest’anonimo dunque, cliente o partigiano dei figliuoli di Procida, pieno d’umori guelfi, vivendo fuori dalla patria, s’imbattè nella cronaca de’ Malespini o del Villani; alla quale aggiunse or qualche verità, or qualche errore cavato dalla tradizione e tendente ad esaltar Giovanni di Procida; e ne dette quel che in oggi chiameremmo romanzo storico, o una istoria frammischiata di finzioni e novelle; come son di certo la debolezza, la paura, i pianti di tutti que’ grandi che si suppose trattasser la congiura con Procida. Certo egli è che parecchi Siciliani sotto Pietro, Giacomo e Federigo d’Aragona, or a ragione or a torto, furon puniti, o uscirono come ribelli, e ben potè avvenire che alcun d’essi o de’ loro figliuoli restassero fuori di Sicilia anche dopo la pace; certo che un germe, ancorchè debolissimo, di parte francese o guelfa o, come appo noi chiamavasi, di Ferracani, restò in Sicilia; certo che questa Cronaca, difforme dalle altre nostre di que’ tempi, si riscontra nelle parti più essenziali con quella de’ Guelfi Malespini e Villani. Di essa l’autore non si sa; il tempo non si sa; e assai debole testimonianza ne sembra. Il di Gregorio, pubblicandola per lo primo, mutila del principio, che poi si è dato alla luce (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, docum. 4), notò con allegrezza molti luoghi in cui risponde al Surita, senza riflettere che il Surita, autor del secolo xvi, togliea que’ fatti da essa appunto e dal Villani.

Seguono nella medesima classe gli scrittori che primi aggiunsero alla cospirazione la favola della uccision dei Francesi per tutta l’isola in un dì. Frate Francesco Pipino, che fiorì ai tempi di re Roberto (Francesco Pipino, lib. 3, cap. 19, in Muratori, R. I. S., tom. IX, p. 695), cioè nei principi del secol xiv, ma al dir di Muratori (ibid., Prefazione) poco diligente e spesso rapportator di favole e maraviglie, narra ancor questa, ma assai timidamente. Dapprima descrive le oppressioni e violenze de’ Francesi, donde nacque una sedizione in Palermo, e la chiamata di Pier d’Aragona ch’era ad oste in Affrica. Ma parendogli poco, soggiugne: Hujus autem rei novitatem tractasse ac procurasse fertur multis periculis, sudoribus, oc dispendiis, magister Joannes de Procida, olim notarius, phisicus, et logotheta regis Manfredi (ibid., pag. 686 e seg.); e discorre minutamente la cospirazione, i soccorsi di danaro dati a re Pietro dal Paleologo, e da papa Niccolò (qui pagante e non pagato); fa ordinare da Procida che in un giorno assegnato tutti i Siciliani si levassero, e nel medesimo dì Pietro si partisse con la flotta: le quali due cose, ei soggiugne, riuscirono appunto; quindi Pietro venne in Messina, e incoronossi nelle feste di Pasqua del 1282. Fascio di anacronismi, errori e grossolane inverosimiglianze, che non è uopo confutare, quand’ei medesimo, che affastellar solea alla cieca, le porta col salvaguardia del fertur; e narra il medesimo fatto in due modi, l’uno della sollevazione casuale in Palermo, propagata nell’isola, l’altro della uccisione contemporanea in tutta l’isola. Nel capitolo che contien la prima narrazione ei mette l’intitolazione: De Carolo seniore Siciliae Rege, ex chronicis; onde si vede che la prima trasse da croniche, quella seconda dalla voce popolare, senza dire qual delle due credesse la vera, chè ben il dovea, trattandosi di un fatto sì grande, e sì diverso secondo che all’una o all’altra si prestasse fede.

Peggio la cronaca d’Asti, la quale fa durare sol tre mesi le pratiche del Procida, che gli altri portano condotte in tre anni; e racconta quel miracoloso eccidio per tutta Sicilia in un dì; e manda ad assaltare l’Aragona, col re di Francia, lo stesso re Carlo, ch’era morto parecchi mesi innanzi. Perciò della cronaca d’Asti non ci impacceremo più a lungo.

Finalmente la stessa favola di una strage universale al tocco del vespro, fu scritta da Giovanni Boccaccio, ne’ Casi degli uomini illustri (lib. 9, cap. 19); nè è da maravigliare, che meglio di sessant’anni appresso il fatto, il novellatore toscano, dimorato a lungo in Napoli, e amante d’una figliuola di re Roberto, abbia spacciato il racconto che piaceva più nella corte angioina, e l’abbia scritto così di volo, non in istoria giusta, ma in una tal maniera di biografie, tendente a mostrare le strane vicende della fortuna.

Il Petrarca, contemporaneo del Boccaccio e non del vespro siciliano, nell’Itinerario siriaco, tiene ancor l’opinione che Giovanni di Procida fosse autor principale della rivoluzione di Sicilia, per privato risentimento. Del rimanente nè dice della cospirazione, nè accenna altri particolari; e si mostra anco poco informato della patria di Giovanni, che scambia col titol della signoria. La sue parole son queste: Vicina hic Prochita est, parva insula, sed unde nuper magnus quidam vir surrexit, Johannes ille qui formidatum Karoli diadema non veritus, et gravis memor iniuriae, et majora si licuisset ausurus, ultionis loco huic regi Siciliam abstulisse, etc. (tom. 1, pag. 620). Non è fuor di proposito qui aggiugnere, che il Petrarca fu attenente alla corte di Napoli; e ricordare un diploma di re Roberto, dato il 2 aprile 1331, che lo eleggea suo cappellano, citato dal Vivenzio, Istoria del regno di Napoli, tom. II, pag. 358.

Prendendo adesso a dir degl’istorici, strettamente contemporanei tutti, che o non parlano di pratiche antecedenti al vespro, o non attribuiscono a quelle il vespro, io mi sento ripetere, che ai Siciliani e agli Spagnuoli poco sia da attendere, perchè vollero per amor di nazione passar sotto silenzio la congiura. E io ammetto questa diffidenza; e mi guardo dalle reticenze e dalle esagerazioni che si debbon trovare negli scrittori di questa parte; ma niuno dirà, che i fatti debban piuttosto cercarsi in quelli delle altre genti, lontane di luogo o di commerci; e che tra due classi di partigiani, se pur si voglia, meritino maggior fede gli avversi a noi, che i nostri. Indi è bene degli uni e degli altri dubitare, e starcene a più sode autorità: e così m’ingegnerò di fare; fidandomi di me in questo, che l’amor della patria grandissimo, mi conforta anzi a onorarla col vero; che a pargoleggiare con poveri inorpellamenti.

Di questo vizio in vero non so condannar l’anonimo che scrisse in latino la Cronaca di Sicilia, pubblicata in varie collezioni, e più correttamente dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II); la qual Cronaca dai dotti (ibid., p. 109 e 119) si tiene contemporanea, e degna di molta fede. Questo semplice cronista, sollecito di trascrivere i documenti, e parco assai di parole proprie, se darebbe qualche ombra col tacere il caso di Droetto, e narrar come nella piazza della chiesa di SantoSpirito molti Palermitani cominciassero a gridare: «Morte ai Francesi,» dilegua poco appresso ogni dubbio soggiungendo: «Et sic rebellantes subito, sicut Domino placati, contra ipsum Carolum, cum nulla praeveniret exinde aliqua provisio, etc. Si raccomanda inoltre l’anonimo per molta diligenza ed esattezza nell’epoca di cui trattiamo.

In quella visse Niccolò Speciale, uom di alto stato e di molte lettere, secondo i suoi tempi; ito nel 1334 ambasciadore di re Federigo II di Sicilia a papa Benedetto XII (Prefazione del Muratori, ristampata dal di Gregorio nel tom. I della Bibliot. arag,, p. 285), Indi abbiamo per questo istorico un bene e un male; il bene, che fu in luoghi e in tempi da conoscere appunto, e non da uom del volgo, ciò che scrisse, veduto cogli occhi propri o ritratto da vicino; il male, che potè peccar di prudenza cortigiana contro la verità. Infatti, riguardo ai tempi di Federigo, non son senza questo studio alcuni luoghi della sua istoria; e quanto al vespro, tace i disegni anteriori di re Pietro, nè io mi terrei al suo silenzio della cospirazione, se altre autorità non ne avessi. Narrando il caso di Droetto, lo Speciale segue: Tunc Panormitani omnes, quod diu concaperant, operi st accingunt, quasi vocem illam coelitus accepissent, che deve intendersi del proponimento di vendetta e affranchimento che nudre ogni popolo oppresso, s’ei non è schiavo vilissimo nel sangue; perchè tutt’altra spiegazione è tolta dalle espresse parole che il tumulto avveniva: nullo comunicato consilio (loc. cit., p. 301). Questa negazione precisa di trattato precedente, dee far molto peso in un uomo come Speciale, che avrebbe forse dissimulato tacendo, ma non mai asseverata una bugia, in un fatto gravissimo e di necessità notissimo.

Crescon di forzna tali ragioni parlando di Bartolomeo de Neocastro, messinese, giurista, magistrato repubblicano di Messina nella rivoluzione (Carta del 10 maggio 1282, ne’ Mss. della Bibliot. com. di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 116), indi avvocato del fisco, e nel 1286 ambasciatore di Giacomo I di Sicilia a papa Onorio (nel di Gregorio, Bibl. arag., tom. I, pag. 4, Prefaz. del Muratori). Perch’ei si trovò, non che nel vigor dell’età, ma in mezzo a pubblici affari, in questi tempi della rivoluzione; scrisse con fresca memoria, pria del 1295, chiamando nel suo proemio ancora re di Sicilia Giacomo, e infante Federigo l’Aragonese, e conducendo la narrazione infino all’anno 1293: nè da’ suoi scritti trasparisce arte alcuna cortigianesca, ma candore e preoccupazione di patriotta messinese di que’ tempi. Il buon Bartolomeo dunque, francamente dice (cap. 16) dell’antico disegno di Pier d’Aragona sopra il reame di Sicilia, e delle armi apprestate in Catalogna; ma venendo al fatto del vespro, il narra con semplicità, in guisa da non far sospettare nè macchina celata in quel tumulto, nè reticenza nella narrazione. D’altronde è da notare, com’ei non era punto cortese verso Palermo, e scendea fino a vanti e finzion puerili per esaltar Messina sulla città sorella; vizi reciproci allora e per lungo tempo da poi, de’ quali le due città, rinsavite, or piangono e con esse la Sicilia tutta. Talmentechè scrivendo il Neocastro sotto gli auspici della rivoluzione vittoriosa, non avrebbe ei mancato, se il fatto gliene avesse dato l’appicco, dal far partecipare anche i Messinesi nella gloria del virile cominciamento; nè dal togliere all’emula città l’onore d’una subita sollevazione a vendetta, più nobile sempre di ogni pratica occulta. Se l’anonimo, lo Speciale e ’l Neocastro tacquer dunque la congiura di Procida, è da conchiudere, che o non fu, o non operò nella rivoluzione; la quale se fosse stata effetto immediato di quella, nè lo avrebbero potuto ignorare, nè avrebbero avuto la fronte di passarlo sotto silenzio.