Tengon lo stesso metro due altri contemporanei catalani, Ramondo Montaner e Bernardo D’Esclot, dei cui scritti infino a qui non si è fatto abbastanza tesoro nelle istorie di Sicilia; perciocchè il primo da pochi dei nostri, in pochi luoghi fu citato; il D’Esclot è stato ignorato più di lui, non ostantechè il Surita lo venga nominando di tratto in tratto negli Annali d’Aragona. Montaner nacque in Peralada nel 1265 o 1275 (chè ci ha una variante nel suo testo.—Barcellona, 1562); militò sotto Piero d’Aragona, Giacomo e Federigo di Sicilia; e nel 1325 o 1335, tornato vecchio in patria, si die’ a stender la Cronaca. Soldato di ventura, superstizioso, vantator di sua gente, e soprattutto dei re, storpia nomi e fatti, massime favellando d’altri paesi; e intorno i casi di Carlo d’Angiò e degli ultimi principi di casa Sveva innanzi il 1282, reca strane favole, con stile talvolta vivace, talvolta noioso per moralizzar troppo, sempre pien di religione, di civil senno e di esperienza militare. Ondechè nei fatti di questa Cronaca, (che spesso sembran tolti di peso dalle narrazioni volgari de’ guerrieri e marinai, e spesso confusi nella memoria dell’autore, che incominciò a scrivere nel sessantesim’anno dell’età sua,) è da andare con assai riguardo di critica; massime ne’ primi tempi della dominazione aragonese in Sicilia, ne’ quali non è certo se Montaner venisse nell’isola. Questo autore fa parola (cap. 25 a 42) del proponimento di Pietro a vendicare Manfredi e Corradino, ed Enzo (egli aggiugne, chiamandolo Eus); e degli armamenti che preparava. Senz’altro passa, nel cap. 43, a raccontare il tumulto di Palermo, nella festa a una chiesa presso il ponte dell’Ammiraglio, che invero non è discosto dalla chiesa di Santo Spirito. Dice delle ingiurie alle donne; e che i Francesi col pretesto di frugare per l’arme los metian la ma (così in suo catalanesco) e les pecigavan e per les mammelles, e poi zoppicando continua a raccontar l’andata di Piero in Affrica; dove a magnifìcare il suo re, fa venire, con vele negre alle galee e vestiti a gramaglie, gli ambasciatori di Palermo e delle altre città; li fa parlar da fanciulli e da schiavi; e sì via procede nella narrazione.
Ben altra gravita istorica s’ammira nel D’Esclot, cavalier catalano, che scrisse nel 1300 (D’Esclot, tradotto in casigliano da Raffaele Cervera.—– Barcellona 1616, Pref. del traduttore; e Notizia del Buchon, innanti la ed. del genuino testo catalano.—– Parigi 1840). Questo autore non è scevro di tale spirito nazionale che trascende alla vanità; ma il veggiamo benissimo informato de’ fatti, penetrante nelle cagioni, pregevole per ordine nella narrazione e dignità di stile. Porta in compendio parecchi documenti, che con molta fedeltà rispondono agli originali pubblicati gran tempo appresso in altri paesi. Nondimeno pende troppo a parte regia, ma senza viltà. Costui tace al tutto i disegni del re d’Aragona; degli armamenti dice che fossero apparecchiati per la impresa d’Affrica, che assai minutamente descrive. In Affrica, fa venire a Pietro gli ambasciatori di Sicilia; e da lui accettar il reame, confermando tutte le leggi, privilegi, e costumi del tempo di Guglielmo II. Descrive il fatto del vespro, come gli altri contemporanei di maggiore autorità, cagionato dagl’insopportabili aggravi, e nato per le ingiurie alle donne, e le percosse agli uomini che sen querelavano. Tutti questi casi, non affastellati, nè discorsi sbadatamente, ma con estrema diligenza e nesso d’idee (lib. 1, cap. 17, della traduz. spagnuola; o cap. 77 e seg. del testo catalano).
Ma posti da canto gli scrittori di parte nostra, noi troviamo il vespro nella stessa guisa rappresentato dagl’indifferenti e dagli stessi avversari. L’autore della Cronaca intitolata: Praeclara Francorum facinora, che fu certo Francese, dice di non modicum apparatum di Pier d’Aragona; e dei sospetti che destò in papa Martino e in re Carlo. Indi narra come i Palermitani uccideano, succensa rabie, Gallicos qui morabantur ibidem..... Deinde regi Carolo tota Cicilia fuit rebellans, et supra se Petrum regem Aragonum in suum defensorem ac dominum vocaverant, etc. (Duchesne, Hist franc. script., tom. V, pag. 786, anno 1281)» Or che questo Francese, il quale non fa un secco cenno del caso, nè se ne mostra male informato, parli dì preparamenti di Pietro, e non di congiure, ma della sollevazione, è secondo me non lieve argomento.
Degli scrittori italiani, vari d’umori e molti anco Guelfi, è lunga la lista. Il Memoriale dei podestà di Reggio, scritto in questo tempo da un Guelfo senza cervello, non risparmia i Siciliani, nè Pietro; scrive (in Muratori, R. I. S., tom. VIII, p, 1155) che si trattava di matrimonio tra un figlio di Pietro e una figliuola di Carlo; che l’Aragonese s’infinse di andar sopra gl’infedeli, e: sub specie pacis et parentelae abstulit fraudolenter, etc. il regno di Sicilia. Questo fraudolenter non si riferisce ad altro che alle sembianze di pace, perchè la Cronaca narra del vespro (ibid., p. 1151) che i Siciliani rebelles fuerunt regi Karolo, e uccisero i Francesi. Nulla di congiura coi baroni siciliani; anzi aggiugne, che Pietro fe’ l’impresa di Sicilia aiutato dal re di Castiglia e dal Paleologo.
La Cronaca di Parma, contemporanea anch’essa, narra il caso un po’ diversamente dagli altri. Un Francese percosse del piè un Palermitano; indi la rissa, il grido universale, e la strage; et Siculi miserunt pro dicto regi Aragonae; e continua una breve narrazione degli avvenimenti (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 801, anno 1282). Non vi è traccia di accordi nè di trame.
Fra Tolomeo da Lucca, pure contemporaneo, particolareggia le pratiche di Pier d’Aragona col Paleologo, e afferma aver visto il trattato. Papa Martino, a sollecitazione di Carlo, scomunicò l’imperator greco; questi mandò a Pier d’Aragona, Giovanni di Procida e Benedetto Zaccaria da Genova, con moneta; l’Aragonese allestiva l’armata; domandato dal papa, rispondea: taglierebbesi la lingua anzi che dir lo scopo. Dietro ciò viene il tumulto di Palermo, scoppiato per le molte ingiurie che si soffrivano; e seguon minutamente i fatti. Una sola vaga parola ci ha da notare, che la rivoluzione seguì, fovente il re Pietro, per le sollecitazioni della moglie. Ma tra tanti minuti ragguagli, nulla di venuta del Procida in Sicilia, di congiura co’ baroni; e quel fovente si riferisce senza dubbio al favor che poi diè alla rivoluzione, o a qualche vago incoraggiamento prima (Tolomeo da Lucca, Hist. ecc., lib. 24, cap. 3, 4, 5, in Muratori, R. I. S., tom. XI, pag. 1186, 1187; e lo stesso negli Annali, ibid., pag. 1293).
Ferreto Vicentino, autor d’una Cronaca dal 1250 al 1318, nel qual tempo probabilmente ei visse, reca similmente le pratiche dell’imperator greco e del re d’Aragona; le esortazioni fatte a questi da Giovanni di Procida; il danaro dato, e gli armamenti. Del resto è poco esatto; porta l’andata di Pietro, di Catalogna a Messina direttamente; e fa pattuire il duello nel tempo dell’assedio di quella città, per evitare la strage. Non parla de’ Siciliani senza biasimo; e notevol è ch’ei dice chiamato Pietro dai maggiori del regno, che, ammazzati i Francesi, avean preso iniquamente lo stato; il che esclude ogn’idea di cospirazione antecedente di costoro col re (in Muratori, R. I. S., tom. IX, pag. 952, 953).
In un’antica Cronaca napolitana (Raccolta di Croniche, Diarii ec, Napoli 1780, presso Bernardo Perger, tom. II, pag. 30) leggiamo: «1282. L’isola de Sicilia se rebellò contro re Carlo I e donasse a re D. Pietro de Aragona; quale rivoltazione fo per violentia che un Francese volse fare a una donna.»
Giordano, nel Ms. Vaticano, non altrimenti narra il vespro, che con le parole: Succensa est primo stupenda rabies, propter enim enormitates Gallicorum (in Raynald, Ann. ecc., 1282. §. 12).
Paolino di Pietro, contemporaneo, mercatante fiorentino, e scevro, per quanto si ritrae, da studio di parte in queste nostre vicende, racconta la sollevazione in queste parole, che per la grazia della lingua e semplicità antica ci piace trascrivere: E incominciosse in Palermo, perchè andando ad una festa per mare, alquanti di Palermo fecero lor segnore, e levaro un’insegna per gabbo ed a sollazzo; ed alquanti Francesi per orgoglio la volsero abbattere; e quelli non lasciando e difendendola, vennero alle mani; e i Palermitani non curandoli in mare, ed i Franceschi non credendo ch’elli avessero l’ardire, combattero ed ucciserli. Per la qual cosa la terra fu sotto l’arme; e li Franceschi combattendo con li Palermitani, per paura di non morire tutti, si difesero, ed ucciserli tutti, e grandi e piccioli, e buoni e rei. E poi alla sommossa di Palermo, che parve opera divina ovvero diabolica, tutte le terre di Sicilia fecero il somigliante; sicchè in meno d’otto dì in tutta la Sicilia non rimase, niuno Francesco. Il re di Raona, sentendo questo, fece ambasciatori, profferendo avere e persona, e ritornò diqua, non avendo sopra Saracinì acquistato niente; ed arrivò in Sardegna; ed ivi stando ebbe dai Siciliani ambasciadori e sindachi con pien mandato; e andò in Sicilia; e di volere si fece loro re (Muratori, R. I. S., Aggiunta, tom. XXVI, pag. 73). La quale narrazione, ancorchè diversa dal vero, prova che in Italia s’incominciò a raccontare diversamente il fatto del vespro, errando talor nelle circostanze, e più sovente nelle cagioni, perchè più facile è; ma che Paolino di Pietro s’imbattè solamente negli errori dei fatti.