Non così il grave scrittore degli Annali di Genova. Fu questi Giacomo d’Auria, o Doria, che gli Annali, principiati da Caffari, continuò dal 1280 al 1293. Uomo d’alta affare nella repubblica, per carico pubblico ei scrisse le cose de’ suoi stessi tempi, viste con gli occhi propri, o ritratte da testimoni degni di fede, nel popol di Genova, mercatante e navigante, che avea commerci frequentissimi con Sicilia e anche con Napoli; tantochè alcune galee genovesi vennero ad osteggiar Messina a’ soldi di re Carlo; e Genovesi eran anco entro Messina e in altri luoghi di Sicilia nel tempo della rivoluzione; e più numero nè militarono nelle armate nostre e nemiche nelle guerre seguenti. Donde ognun vede se abbian questi annali pregio di esattezza, sano giudizio, e anco, fino a un certo punto, imparzialità; non vedendosi piegare a nessun lato la narrazione dei fatti; e potendosi francamente conchiudere, che lo scrittore tenesse più al dover d’istorico, che agli umori della propria famiglia ghibellina. O lo scrittore premette espressamente, che furono causa del tumulto le oppressioni e aggravi de’ Francesi; che furono occasione gl’insulti che fean essi alle donne, eas inhoneste alloquentes et tangentes. Sicque subito tumulto surrexit in populo; nè parla punto di macchinazioni; ma con grande esattezza nota i fatti; ed espressamente porta chiamato re Pietro dai Siciliani, mentr’era in Affrica, e non avea nulla operato d’importanza (Muratori, R. I. S., tom. VI, pag. 576, 577). Quanto valga questa testimonianza degli Annali di Genova non occorre dimostrarlo.

Più forte sarà quella di Saba Malaspina. Le istorie del quale si han divise in due parti: la prima che giugne infino al 1275, pubblicata, tra gli altri, dal Muratori (R. I. S. tom. VIII); la continuazione infino al 1285, per noi importantissima, data in luce dal di Gregorio (Bibl. arag., tom. II). Questi dotti nelle prefazioni notavano la gran fede che si debba all’istorico, prestantissimo secondo i suoi tempi. Ei fu Romano (de urbe, leggesi nel fin della istoria, in di Gregorio, loc. cit., pag. 423), decano di Malta, e segretario di papa Martino IV; e scrisse negli anni 1284 e 1285, con fresca memoria de’ narrati avvenimenti. Nel principio del libro protesta: nec ambages inserere, aut incredibilia immiscere, sed vera, vel similia; quae aut vidi, aut videre potui, vel audivi communibus divulgata sermonibus: e ben potea tener la parola stando appresso Martino, quando la corte di Roma era centro della politica di tutta cristianità e governava al tutto il regno di Napoli nei pericoli della siciliana rivoluzione; talmentechè è probabilissimo, che lo stesso Malaspina scrivesse molte delle sentenze e bolle di Martino, e trattasse gli affarì più gravi; è certo ch’ei ne fu appieno sciente. Infatti la narrazione sua, quando tocca i processi della corte di Roma contro Pier d’Aragona, s’accorda perfettamente con gli originali al presente pubblicati; quando scorre i vizi del governo angioino, si riscontra con le leggi di quello, o le contrarie promulgate appresso il vespro; e vi si legge: frequentissime vidi ... vidique occasione custodiæ ... vidi quoque gravius ... vidi plus, ec., con che si dichiara espressamente testimone oculare. Inoltre, narrando i fatti del vespro, ci apprende e ordini pubblici, e nomi, e aneddoti lasciati indietro fin dagl’istorici nazionali, come sarebbe la immediata federazione de’ Corleonesi co’ Palermitani, che si riscontra appunto col diploma del 3 aprile 1282; ond’è manifesto che Malaspina vantaggia per informazione ogni altro scrittor di que’ tempi. Nè della veracità sua sarebbe da dubitare, fuorchè quando biasima Pier d’Aragona e i Siciliani, in ciò che torni a lode o scusa loro non mai; perchè Malaspina fu perdutamente guelfo; e guelfamente scrive; acerbo contro noi, contro re Pietro, cui chiama lione e serpente; lodatore di re Carlo, se non che amichevolmente si duole che per negligenza non raffrenasse le ribalderie de’ suoi, delle quali scrive con maggior ira, per due cagioni: risentimento di animo giusto al veder così fatti soprusi; rammarico d’un guelfo, che sapea sol per questi levata sì fiera tempesta contro la sua parte. Malaspina conduce così questo periodo.

Discorre le angherie degli oficiali di re Carlo; indi alcuni avvenimenti d’Italia pria della morte di Niccolò III; e qui incomincia a parlare di Pier d’Aragona. Porta come Giovanni di Procida e Ruggier Loria lo confortavano a venire al conquisto di Sicilia; com’ei si armava; quali sospetti destò in Carlo, nel re di Francia, negli stati Barbareschi. Ripiglia poi le cose d’Italia dopo la morte di Niccolò; passa ai preparamenti di Carlo contro il Paleologo alla mala contentezza che accrebbero ne’ suoi sudditi; al mal governo dei vicari di Carlo in Roma. E con un’apostrofe lunghissima a quel re, gli torna a mente averlo lodato a cielo per tutta Italia, e avere commendato la sua dominazione; ma non sapergli perdonare due colpe: avarizia e negligenza. «Tante battaglie, sclama, hai vinto e vinceresti; e inespugnabili stanno questi due vizi!» Salta di qui al fatto del vespro (Bibl. aragonese, tom. II, pag. 331 a 354); il quale appone agli oltraggi recati alle donne e non ingozzati dagl’indocili nostri bravi: il progresso della rivoluzione ritrae in guisa da non lasciar sospetto d’una trama che si sviluppi, ma dar evidenza lucidissima d’una sedizione, che inonda di sangue la capitale, e, fatta gigante, invade tutta l’isola. Malaspina non fa parola, nè prima nè poi, di congiura, d’intesa qualunque tra re Pietro e i baroni o le città siciliane (ibid., pag. 354 a 360); nè in tutta la sua narrazione se ne vede orma. Nè questo egli aggiugne a’ rimbrotti che mette in bocca a re Carlo nell’accettare il duello (ibid., pag. 388); nè altro appone a Pietro, che essersi armato prima; e aver, dopo lo sbarco in Affrica, domandato a papa Martino aiuti che non poteva ottenere, per trarne pretesto a voltarsi all’impresa di Sicilia, ove i popoli, già ordinati in repubblica, lo chiamavano al trono. Questo è dunque il peggio, che un focoso partigiano della corte di Roma e di re Carlo, ma verace e inteso dei fatti, sapesse scrivere della siciliana rivoluzione! niuno mi dirà che Malaspina non potesse saper la congiura; che, saputala, avesse ritegno a bandirla a tutto il mondo! Dante in tre versi ritrasse compiutamente il vespro:

Quella sinistra riva che si lava
Di Rodano, poich’è misto con Sorga,
Per suo signore a tempo m’aspettava;

E quel corno d’Ausonia che s’imborga
Di Bari, di Gaeta e di Crotona,
Da onde Tronto e Verde in mare sgorga.

Fulgeami già in fronte la corona
Di quella terra che il Danubio riga
Poi che le ripe tedesche abbandona;

E la bella Trinacria che caliga
Tra Pachino e Peloro, sopra il golfo
Che riceve da Euro maggior briga

Non per Tifeo, ma per nascente solfo,
Attesi avrebbe li suoi regi ancora
Nati per me di Carlo e di Ridolfo,

Se mala signoria, che sempre accora
I popoli soggetti, non avesse
Mosso Palermo a gridar: Mora, mora.

Parad., c. 8.