A’ lettori italiani, o nati in qualunque altra terra ove s’estenda la presente civiltà europea, io non ricorderò la rigorosa esattezza istorica della Divina Commedia intorno i fatti d’Italia; la possanza di quella mente a scrutar le cagioni delle cose, e stamparle ne’ pochi tratti co’ quali suol delineare un gran quadro, sì che nulla vi resti a desiderare; l’autorità infine dell’Alighieri, come contemporaneo al vespro. E a chi noi sente con evidenza, non dimostrerò io, che quelle parole, in bocca di Carlo Martello, tolgano affatto il supposto di congiura baronale. Noterò bene che Dante, qui non solo tratteggiò la causa, ma ancora una delle circostanze più segnalate del tumulto, che fu il perpetuo grido: «Muoiano i Francesi, muoiano i Francesi!» Onde que’ tre versi resteranno per sempre come la più forte, precisa e fedele dipintura, che ingegno d’uomo far potesse del vespro siciliano. E, secondo me, vanno errati quei commentatori i quali, seguendo il racconto tenuto finora per vero, veggon l’oro bizantino recato da Giovanni di Procida a Niccolò III, nello:
E guarda ben la mal tolta moneta,
Ch’esser ti fece contro Carlo ardito.
Inf., c. 19.
Il cenno che nel cap. V abbiam fatto del pontificato di Niccolò, basterà a mostrare, ch’ei fu ben ardito contro Carlo pria del 1280, quando si suppone, sulla testimonianza del Villani, questa corruzione. L’avea spogliato delle dignità di vicario in Toscana e senator di Roma, battuto e attraversato in mille guise Niccolò, dal primo istante che pose il piè sulla cattedra di san Pietro (Murat. Ann. d’Italia, an. 1278); onde l’ardimento contro Carlo, più tosto si deve intendere di questi fatti certi, che del supposto disegno della congiura, che per certo non ebbe effetto dalla parte di Niccolò, trapassato nel 1280. E le parole, mal tolta moneta, meglio stanno alla non dubbia appropriazione delle decime ecclesiastiche e del ritratto degli stati della Chiesa (Veg. Francesco Pipino, op. cit., lib. IV, c. 20), che alla baratteria di cui vogliono accagionare l’alto animo dell’Orsino. Del resto, tinto o no che sia stato il papa nella cospirazione, ciò non proverebbe che la cospirazione partorisse il vespro; anzi, se Dante quella conobbe, e al vespro die’ un’altra cagione, più forte argomento è dalla mia parte. Nè è da lasciare inosservato il silenzio del poeta su questo Giovanni di Procida, morto nel 1299, il quale se fosse stato autor della ribellione di Sicilia, Dante non avrebbe pretermesso di locarlo tra i grandi, o buoni o ribaldi; ma egli nol giudicò degno dell’uno nè dell’altro.
Passando dalle tradizioni scritte ai diplomi, si potrebbe credere che la corte di Roma, entrata in sospetto di re Pietro, sol per gli armamenti che si vedean fare ne’ porti della Spagna pensasse a lui più fortemente, quando ebbe l’annunzio della sollevazione siciliana. Così nella bolla data il dì dell’Ascensione del 1282, cioè 37 giorni dopo il vespro di Palermo, querelasi il papa (Raynald, Ann. ecc., 1282, §§. 13 a 15), che molti protervi intenti a molestare re Carlo e la Chiesa, si sforzassero a raccendere in Sicilia la fiamma della discordia; ad id sua stadia inique congerunt; ad id suarum virium potentiam coacervant, manus presumptuosas apponunt, et etiam occulti favoris auxilium largiuntur.... onde ammonisce i re, feudatari, cittadini e uomini qualunque (ibid. §§. 16 e 17), che non si colleghino con le comunità di Sicilia ribelli, nè lor diano consiglio, aiuto, o favore. Ma queste pratiche accennate dalla corte di Roma, tutte presenti e non passate, quand’anche si riferissero a Pietro, sarebber quelle presso la repubblica siciliana per farsi chiamare al trono, non le macchinazioni che produssero il vespro.
Ma poichè re Pietro venne in Sicilia, apertamente il papa a 18 novembre 1282, il dichiarava involto nelle pene minacciate con questa prima bolla (Raynald, Ann. ecc. 1282, §§, 13 a 18): e fermato in questo tempo il duello tra i due re, s’ingegnava a distorne l’Angioino con più ragioni; tra le quali è, che temesse sempre le frodi di quel nimico, che la Sicilia, non in sui fortitudine brachii, sed in papali rebellione detestanda siculi, occupavit; quin verius, de ipsorum rebelliunm ipsam occupatam jam tenentium manibus, clandestinus insidiator et furtivus usurpator accepit (Raynald, Ann. ecc., 1283, §. 8). Così privatamente a Carlo. Colorì più scure, e pur sempre vaghe, le accuse nel processo indi messo fuori per depor Pietro dal regno di Aragona, ch’è dato d’Orvieto a 19 marzo 1283 (Raynald, Ann. ecc., 1283, §§. 15 a 23; Duchesne, Hist. franc. script, tom. V, pag. 875 ad 882). Ivi si legge che la tempesta, quod execranda Panormitanae rebellionis audacia inchoavit, et reliquorum Siculorum malitia, Panormitanam imitata, rosequitur, non cessava; sed per insidias Petri regis Aragonum.... invalescere potius videbatur.... poichè Pietro, dictorum rebellium se ducem constituit et aurigam. Perchè vantando il dritto della moglie, si adoperava con frodi e insidie, machinatis ab olim, prout communis quasi tenebat opinio, et subexecutorum consideratio satis indicabat et indicat evidenter. Indi, quaesito colore di osteggiare in Affrica, venne in Sicilia, concitando sempre più i popoli contro la Chiesa; e con le città e ville si strinse in confederazioni, patti e convenzioni, o piuttosto cospirazioni e scellerate fazioni; sicchè già usurpava il nome di re, e confermava nella ribellione, non solo i Palermitani, ma sì gli altri Siciliani, e in particolare i Messinesi, che già stavano in forse di tornare alla ubbidienza. Sciorinati poi i supposti dritti della romana corte sul reame d’Aragona, onde Pietro avea anche violato la fedeltà feudale, torna a quella burla, che il papa non sapea ingozzare, dell’impresa d’Affrica, che il fatto mostra, ei dicea, macchinata apposta, ut, opportunitate captata, commodius iniquitatem quam conceperat parturiret. Maxime cum per suos nuncios missos exinde, pluries eosdem Panormitanos sollicitasse, ac ipsis in presumpta malitia obtulisse consilium et auxilium diceretur. E così per tutti i versi mostrando re Pietro caduto nelle scomuniche, e aggressor della Chiesa, dalla quale tenea il regno d’Aragona, scioglie i sudditi dal giuramento di fedeltà, si riserba a concedere ad altri il regno, ec. Non è da pretermettere, che in questo processo medesimo il papa accusa il Paleologo, già d’altronde scomunicato, di exibito, a Piero, consilio, auxilio ac favore; nec non pactis confoederationibus conventionibus initis cum eodem, come allora argomenti di verosimiglianza persuadeano, e portava la voce pubblica; ma nondimeno non parla giammai di cospirazione d’entrambi co’ Siciliani. Nè punto ne parla nell’altra bolla indirizzata a’ prelati di Francia il 5 maggio 1284, narrando i motivi della concessione delle decime ecclesiastiche per la guerra d’Aragona; ove le accuse sono la finta partenza per l’Affrica, e la occupazione della Sicilia, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6; citata ma non pubblicata dal Raynald). Questa stessa frase leggasi nel breve del 9 gennaio 1284, pubblicato qui appresso, docum. XIV. Similmente nella bolla data d’Orvieto il 10 maggio 1284, trascritta in un diploma del cardinal Giovanni di Santa Cecilia, dato a Vaugirard, presso Parigi, il 7 luglio 1284, con cui papa Martino commetteva al cardinale di predicar la croce contro re Pietro, gli si appone che: de procedendo in Africam pretento colore, concinnatis dolis, et insidiis machinatis contra nos, eamdem Ecclesiam et carissimum in Christo filium nostrum Carolum Sicilie regem illustrem, nulla diffidatione premissa, quod proditionis non caret nota, procedens, insulam Sicilie, terram peculiarem ipsius ecclesie, licet iam memorato Sicilie regi rebellem, adhuc tamen eiusdem ecclesie recognoscentem dominium et nomen publice invocantem, militum et peditum caterva stipatus invadere ac occupare, etc. (Archivi del reame di Francia, J. 714, 6). In somma Martino, francese e papa, cieco nel devoto amore a Carlo, più cieco nella rabbia contro la siciliana rivoluzione, sforzavasi a mostrare, che Pietro avesse nudrito antichi disegni, tenuto qualche pratica; e che, quando l’audacia palermitana incominciò la rivoluzione, avesse usato questa opportunità per togliere il regno a quei che l’avean tolto a Carlo, presentandosi armato in Affrica, e sollecitando i Siciliani per messaggi, sì che il chiamarono. E questo appunto scrivea Saba Malaspina, nè più. Il papa non dice il re d’Aragona altrimenti traditore, che per esser venuto in Sicilia ostilmente, senza prima sfidarlo. Ei rileva con molto studio tutte le crudeltà del vespro; ma non accagiona nè punto nè poco del vespro il re Pietro, al quale non lascia di trovar colpe, anche ne’ fatti più lontani, e fin col mentire che senza la sua venuta i Messinesi si sarebbero calati agli accordi. Quel medesimo fatto poi che nella sentenza del 19 marzo 1283 è il capo principale dell’accusa, cioè le sollecitazioni fatte d’Affrica a’ Siciliani per chiamarlo re, toglie netto ogni accordo di congiura; perchè è evidente, che se la esaltazione sua si trovava già da gran tempo fermata co’ Siciliani, non era mestieri or procacciarla con brighe e messaggi. Se dunque l’avversario più fiero che fosse al mondo contro il re d’Aragona e i Siciliani, non trattenuto da riguardo alcuno, in un processo fondato sopra fallacia di vecchi ricordi o romori che chiamava pubblica voce e sopra motivi di probabilità, non die’ espressamente quella origine al tumulto del vespro, mentre ammontava e supposti e calunnie, posso dire che rinforzano il mio assunto le stesse parole di Martino IV.
Il conferman quelle di papa Onorio; il quale ne’ capitoli messi fuori l’anno 1285 a riformazione del reame di Napoli (Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 30), ricordate le angherie che l’imperador Federigo incominciò, e Carlo aggravò, continua: reddiderunt etiam praedictorum consequentium ad illa discriminum non prorsus expertum, prout Siculorum rebellio, multis onusta periculis, aliorumque ipsam foventium persecutio manifestant, etc. Nè altramente ei scriveva al cardinal Gherardo nello stesso tempo, attestando le gravezze, afflizioni e persecuzioni del governo angioino, aver cagionato sì fieri turbamenti (in Raynald, Ann. ecc., 1285, §. 11): e pur Onorio seguiva strettamente la politica della corte di Roma contro la dominazione aragonese in Sicilia!
Lo stesso re Carlo non disse di Pier d’Aragona nè di congiura nella lettera di maggio 1282 a Filippo l’Ardito (Docum. VI); e ne’ trattati del duello di Bordeaux, non apponeva a Pietro, che vagamente: di essere entrato in Sicilia «contro ragione e in mal modo.» E fallito il duello, volendo diffamar l’avversario, ricantò pure che pria dell’occupazione di Sicilia si trattava un matrimonio tra una sua figliuola e un figlio di Pietro; spiegò quelle prime sue parole per pravità, infedeltà, e tradimento; ma tra tanti rimbrotti, non fece mai parola di trama co’ Siciliani (Diploma in Muratori, Ant. It. Med. Æv., Diss. 39, tom. III, pag. 650 e seg.).
Carlo lo Zoppo nel diploma del 22 giugno 1283, contro alcuni tristi officiali e consiglieri del re suo padre, scrisse: ipsi quotidie diversa gravamina et quaelibet extorsionum genera suadebant; ipsi vias omnes excogitabant per quas insula Sicilie a fide regia deviavit (Buscemi, Vita di Giovanni di Procida, Docum. 5).
Nel diploma di Carlo I, dato il 5 ottobre 1284 (Docum. XXIII), ove sottilmente si discorrono le vicende della siciliana rivoluzione in quel modo che Carlo amava a presentarla, e si carica di rimbrotti re Pietro, non si fa parola di congiura nè punto nè poco; ma che Pietro stato per lo innanzi amico, entrando di furto in Sicilia, gli si era presentato novello improvviso nemico. Slmilmente ne’ diplomi delle concessioni feudali a Virgilio Scordia di Catania (Doc. XXXVI), d’altro non si parla che di: suborta generaliter in insula nostra Sicilie guerra.... e di sequens invasio quondam Petti olim regis Aragonam. E nel medesimo tempo in un altro diploma del 20 luglio tredicesima Ind. (1301), che promettea guarentige alla terra di Geraci, disposta a tornare sotto il nome angioino (r. arch. di Nap., reg. 1299–1300, fog. 71, 82), leggesi: scrutinio itaque debite meditationis diligentius advertentes, quod officialium clare memorie domini patris nostri effrenata concitante licentia, insula nostra Sicilie et subsequenter postmodum nonnulle universitates civitatum, castrorum, casalium et villarum oac speciales persone Calabrie, vallis Gratis, terre Jordane et Basilicate, principatus et aliorum locorum regni Sicilie citra farum, in rebellionis culpam cadentes, a fidelitate sancte romane matris Ecclesie atque nostra se turpiter abdicerunt, etc. Finalmente la rivoluzione del vespro non si accenna con altre parole che Siculorum gravis et periculosa commocio nel diploma di Carlo II (Docum XXXIX).