Questi due serventesi di Federigo d’Aragona, secondo di tal nome tra i re di Sicilia, e del conte Ugone de Empuriis, sono da gran tempo conosciuti, son citati dal Crescimbeni e dal Quadrio, e se ne legge qualche squarcio nelle raccolte di poesie provenzali, e segnatamente in quella di Raynouard, t. V, p. 113 e 154. Niuno li ha pubblicato per intero, perchè si è disperato dell’intelligenza di alcuni versi. Io n’ebbi, son or parecchi anni, una copia tratta dalla Biblioteca Laurenziana; e ne capii appena quanto bastò ad accendere la curiosità, senza poter mai, nè da me solo, nè con aiuto altrui, venire a capo di diciferarli. Ne debbo adesso la interpretatone a M. Fauriel dell’Accademia delle Iscrizioni e Lettere di Francia, chiaro d’ingegno e di sapere, e verso me cortesissimo.

Io credo che meritino un posto tra i documenti della istoria, queste due epistole in rima, non molto colorite d’immagini nè di ornamenti poetici, le quali confermano e rischiarano quanto noi sappiamo delle condizioni in cui si trovò Federigo nel salire al trono di Sicilia. Egli stesso le spiega nel primo serventese; e nel secondo ne riferisce altri particolari Ugone de Empuriis, fatto poi conte di Squillaci; che fu tra i primi cavalieri spagnuoli che si gittarono dalla parte di Federigo e forse il consigliarono a quella impresa; e lo servi fedelmente in corte e in guerra; e lo salvò nella battaglia del Capo d’Orlando, allorchè sconfitti i nostri, tramortito il re, si pensava di consegnar la sua spada ai nemici. Il carattere di Federigo qual si ritrae dalle più accurate indagini storiche, ben risponde a’ concetti de’ suoi versi. Egli ha per uno scherzo la guerra; non porta rancore a’ suoi nemici aperti; sa di emesso in un’ardua impresa, ma piena di gloria; fida nello zelo dei Siciliani; si lagna con disinvoltura del fratello, senza però nominarlo; e conchiude con esprimer felicemente la costanza del suo proposito. Il suo cortigiano, anzi amico, crede bene al coraggio di Federigo, ma non par sicuro della sua abilità; spera che Giacomo non voglia perder del tutto suo fratello; e confida al par che Federigo negli aiuti degli avventurieri spagnuoli, che per altro non aspetta si pronti. Le quali particolarità ben s’accordano con ciò che ho narrato dal capitolo XIV al XVIII, nè è mestieri altro comento.

Noterò solamente che in questi versi si allude a due classi di parenti di Federigo. La prima è de’ parenti che si attendeano di Spagna, insieme con gli amici; e si riferisce manifestamente ad alcuni tra i principi del sangue reale d’Aragona, di Maiorca, e anche di Castiglia; che tra legittimi e bastardi non ce n’era penuria. Forse Federigo sperava ancora di aver seco il suo minor fratello Pietro, che mori di lì a poco nella guerra contro Castiglia; Dante il credea erede della virtù, come del nome del padre:

E se re dopo lui fosse rimaso
Lo giovinetto che retro a lui siede,
Ben andava il valor di vaso in vaso.

Purg., c. 7.

La seconda classe di parenti, non ostante il velo del numerò plurale, si riduce a un solo: al re Giacomo. Il conte Pietro, che Ugone de Empuriis prega di parlare in suo nome a Federigo, par che sia Pietro Lancia, fatto conte di Caltanissetta nel dì della coronazione di Federigo, e figliuolo di quel Corrado Lancia ch’era il favorito del re. Quanto ai soccorsi di Spagna, non sembri strano che si aspettassero non ostante la opposizione di Giacomo; perchè i cavalieri catalani e aragonesi avean dritto di prender le armi per cui lor fosse a grado: e Federigo in fatti sempre tenne molte pratiche col baroni e con le città che ubbidivano al fratello, e sperò non solo di averne soldati di ventura in suo aiuto, ma fin anco di far che la nazione trattenesse Giacomo dal muover guerra alla Sicilia.

Finalmente io penso che si possa precisamente indicare la data di queste poesie. Non furono scritte avanti il gennaio 1296, perchè Federigo, che vi è chiamato re, non fu eletto principe della Sicilia che il 12 dicembre 1295; nè ebbe il titolo di re che il 15 gennaio seguente. Non furono scritte dopo la state del 1296, perchè allora Giacomo si dichiarò contro il fratello; e nemmeno nella stessa stagione o poco innanzi, perchè Ugone de Empuriis accerta il re che non avrebbe i soccorsi di Spagna prontamente, ma si nella state. La data si dee ritirar dunque ai principi dell’anno 96: e se il conte Pietro è veramente Pietro Lancia, (chè noi non sappiamo d’altro conte Pietro che allor fosse alla corte di Federigo), i limiti allora si ravvicinano; perchè Pietro Lancia fu fatto conte nelle feste, della coronazione, in fin di marzo 1296. Appunto a questo tempo si dovrebbero riferire i due componimenti. Pietro d’Aragona poetò in provenzale, com’ era uso nelle corti della Francia meridionale e degli stati cristiani della Spagna; Costanza fu figliuola di Manfredi, letterato e poeta; la educazione di Federigo lor figlio non potea dunque esser volgare: e di fatto nol fu; e venne a compirsi in Sicilia, mentre la rivoluzione esaltava tutti gli animi, e rinvigoriva gl’ingegni. Indi è probabilissimo, che questo giovane di venticinque anni, cresciuto nello studio delle lettere, come mise il piè su i gradini d’ un trono pien di gloria e di pericoli, nella alacrità del nuovo acquisto dettasse que’ versi, che noi pongono certo tra i migliori poeti, ma fan fede della cultura del suo ingegno, e della nobiltà del suo animo.

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XLV.

Cappella di S. Maria l’Incoronata.