[359.] Theophanes, Chronographia, p. 719, 720. Per esattezza di cronologia conviene notare che l'esilio dei cortigiani seguì il 790, e l'accecamento di Costantino il 797.
[360.] Ibidem, p. 727. Teofane spiega il modo: cioè delinear le lettere con punture e versarvi sopra dell'inchiostro. Poco mancò che i carnefici non inventassero la stampa!.
[361.] Nella maggior chiesa di Mola sopra Taormina si conserva questa iscrizione, tolta evidentemente da qualche antica fortezza: ΕΚΤΙΣΘΗ ΤΟΥΤΟ ΤΟ ΚΑΣΤΡΟΝ ΕΠΙ ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΥ ΠΑΤΡΙΚΙΟΥ ΚΑΙ ΣΤΡΑΤΗΓΟΥ ΣΙΚΕΛΙΑΣ. Torremuzza (Gabriele L. Castelli), Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 65.
[362.] Tra i ragguagli dell'ambasceria affricana in Sicilia dell'813, troviamo che il patrizio rimproverava ai legati avere il governo di Sicilia pattuito con quel d'Affrica infino da ottantacinque anni, e non si essere mai osservato l'accordo. Indi il primo trattato torna al 728. Cotesti ragguagli leggonsi nella seconda delle tre epistole di papa Leone Terzo a Carlomagno, date il 7 settembre, 11 e 25 novembre 813, pubblicate dal Labbe, Sacrosancta Concilia, tom. VII, p. 1114 a 1117; e nel Codex Carolinus del Cenni, tom. II, ep. VIII, IX, X, di Leone; e le due prime anche dal Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, no. CCLXXVII, CCLXXVIII. La indizione che vi si cita, mostra che il Labbe andò errato a riferire l'epistola dell'11 novembre all'anno 812. Veggansi anche gli squarci di questi documenti presso il Pagi, ad Baronium, anno 813, §i 21, 22, 23.
[363.] Questo mi sembra il miglior modo di spiegar le parole attribuite agli ambasciatori musulmani nella citata epistola di Leone Terzo dell'11 novembre 813. Scusavansi delle infrazioni loro apposte dal patrizio di Sicilia, allegando che morto il padre dell'Amiramum (principe dei credenti) e rimaso costui bambino, era ita sossopra ogni cosa: liberatisi i servi; gli uomini liberi agognanti al poter supremo; tutti scioltisi a mal fare, come se non avessero principe sopra di sè. Ma in oggi, fatto adulto l'Amiramum, soggiugneano gli ambasciatori, ha ripigliato l'autorità, e farà osservare i trattati. Or non adattandosi cotesti particolari nè ai califi abbassidi di quel tempo, che erano signori degli Aghlabiti, nè agli Aghlabiti stessi, è forza supporre la relazione del papa, come pur la dovea essere, mutila e inesatta, e conviene indovinar ciò che vi manchi. A creder mio, vi manca che i legati venivano dai due stati, aghlabita e edrisita, e che quest'ultimo avea commesso le ostilità. Parmi infatti che per le accennate parole degli ambasciatori non si alluda alle guerre civili di Mamûn col fratello, come ha pensato M. Reinaud (Invasions des Sarrazins en France, p. 123, 124), ma piuttosto alle vicende della dinastia degli Edrisiti. Il fondator di essa morendo non lasciò figliuoli; se non che una sua donna partoriva due mesi appresso (793) un bambino, per nome anche Edrîs, al quale i Berberi si accordarono di ubbidire; e fu salutato imam, ossia pontefice e principe, all'età di undici anni. Al tempo dell'ambasceria ne avea venti; avea fondato la città di Fez, e cominciato a rassodare e allargare il dominio. A questo Edrîs convengono dunque i particolari anzidetti. A ciò si aggiunga che Ibrahim-ibn-Aghlab dopo aver tentato, e forse non da senno, di spegnere questa dinastia rivale dell'abbassida, avea fatto con essa un tacito accordo, che durava ancora dell'813.
[364.] Veggansi i cronisti citati da M. Reinaud, Invasions des Sarrazins en France, p. 121 e 122, e da Wenrich, Commentarium, lib. I, cap. III, §i 46, 47. La principale autorità, fonte delle altre, è quella d'Einhardo, e degli Annales Laurissenses, che si veggano meglio in Pertz, Scriptores, tom. I, dall'anno 806 all'812.
Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 140, sotto l'anno 206 (5 giugno 821 a 25 maggio 822), nota una scorreria del Musulmani d'Affrica in Sardegna, ove fecero preda, e talvolta vinsero, e talvolta furono rotti, ma alfine se ne andarono.
[365.] Epistola di Leone Terzo, del 7 settembre, citata a p. 224, in nota.
[366.] Einhardus, presso Pertz, Scriptores etc., tom. I, p. 199. Questo cronista, copiato dai susseguenti, riferisce all'812 i raccontati avvenimenti, non esclusa la distruzione “quasi totale” dell'armata che assalì la Sardegna. Ma l'epistola di Leone Terzo dell'11 novembre, citata a p. 224, in nota, porta positivamente il naufragio nel giugno della 6ª indizione, che fu dell'813. D'altronde si può dubitare se gli assalitori di Nizza fossero stati gli stessi di Civitavecchia, e gli uni o gli altri Spagnuoli, ovvero dell'Affrica occidentale.
[367.] Nella citata epistola di papa Leone dell'11 novembre, dopo essersi fatto menzione della lettera del cristiano d'Affrica, si aggiugne: Et hoc factum est mense junio, quando illud signum igneum, tamquam lampadam in cœlo multi viderunt. Non si ritrae dove si trovassero quei multi, e se tutti in una stessa regione.