[469.] Il ribelle 'Amer-ibn-Nafi' si difese in Tunis fino alla sua morte, che seguì di giugno 829.
[470.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 5, 6.
[471.] Leggenda della traslazione del corpo di Sant'Agrippina, epitome del martirio e canone acrostico, dei quali il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 18 seg., diè le versioni latine, e i Bollandisti, Acta Sanctorum, mese di giugno, tomo IV, p. 458 seg., inserirono le versioni, col testo greco dell'epitome e del canone. Questi al giudizio dei Bollandisti furono scritti nel X o XI secolo in Sicilia. La critica degli stessi dotti editori ha tolto alcuni dubbi del Gaetani, correggendo il tempo del martirio di Agrippina, e mostrando che il supposto miracolo fosse operato contro i Musulmani e non contro gli Iconoclasti. L'epitome, dettata, come parmi, prima del canone, è più castigata: Agareni vero, cum præsumpsissent depredari propugnaculum templi ejus, omnigena morte interierunt (άπολεία παντελεῖ παρεδώθησαν) che meglio si renderebbe: “furono compiutamente esterminati.” Il canone, come scritto in versi, aggiugne un po' di colore, che: Santa Agrippina come una colomba d'oro armata d'una croce distruggea gli Infedeli che di notte assalivano il suo castello, ec.
[472.] Ibn-el-Athîr alla fine del capitolo su la prima guerra di Sicilia scrive i nomi delle città più rilevanti, lettera per lettera secondo l'uso degli Arabi. L'ortografia che assegna al nome di questa città è, mim, ia, nun, alef, waw, cioè Minâw. MS. A, tom. I, fog. 125 verso.
[473.] Nel MS. del Beladori della Biblioteca di Leyde, nº 772, del catalogo stampato del Dozy, p. 275, del MS., non si vede il raddoppiamento della n; ma ce lo dà Ibn-el-Athîr, l. c., scrivendo: kaf, sad, ra, ia, alef, nun raddoppiata, he.
[474.] Ho messo insieme i particolari di questo misfatto, riferiti variamente dal Nowairi presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 6, e dalla cronica imperiale, Theophanes continuatus, libro II, cap. XXVII, p. 82, 83. Narra più brevemente quest'assassinio Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso, e l'accenna appena Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107. Quivi in luogo di Mazara si legga Mineo, come hanno chiaramente i MSS. di Ibn-el-Athîr e di Nowairi. Quanto al luogo dell'uccisione d'Eufemio, ho seguito i cronisti arabi, non il bizantino che le porta a Siracusa. Nella versione del Nowairi si corregga la frase del Di Gregorio in terram procubuere manus ipsius comprehensuri, e si segua quella del Caussin comme pour se prosterner devant lui, o meglio si sostituisca: in atto di baciar la terra innanzi i suoi piè. Il Rampoldi, Annali Musulmani, citando Nowairi, che punto nol dice, fa andare Eufemio ad Enna “con un corpo dei suoi aderenti rinforzato da circa 1000 Affricani.”
[475.] Veggasi il I capitolo del presente Libro, pag. 247, nota 1.
[476.] Non essendo stato giammai a Castrogiovanni, mi sono affidato alle descrizioni altrui e alle notizie scritte dal diligentissimo D'Amico nel Lexicon Topographicum Siciliæ.
[477.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e Nowairi, ll. cc.
[478.] Il simbolo va letto non Ali, nè in alcuno degli altri modi mal trovati dai numismati del secolo passato, ma certamente gheleb, verbo trilitere che significa “occupa, conquista, vince,” e, preso all'ottativo, “conquisti, vinca etc.” Da questo verbo deriva l'aggettivo Aghlab che era insieme il nome patronimico della dinastia. Indi si capisce la etimologia di tal simbolo, il significato particolare che dava unito alla voce Ziadet-Allah, ossia “trionfi la fortuna accordata da Dio,” e il doppio scherzo di parole contenuto nella leggenda.