Ibn-el-Athîr, citato di sopra, dà Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab come già esercente la carica di governatore di Sicilia nel 220. Poi narra ch'ei fu ucciso lo stesso anno, ed eletti successivamente dopo di lui, Fadhl-ibn-Ia'kûb ed Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah. (MS. A, tomo I, fog. 124 verso.) In ultimo, quasi dimenticando cotesti nomi e date, registra nel 236 la morte di Mohammed-ibn-Abd-Allah, governatore di Sicilia, dopo 19 anni di egregio governo; ma egli dubita di così fatta tradizione, aggiungendo la solita frase di scappatoia: “Del resto, la verità la sa Iddio.” (MS. A, tomo II, fog. 2 recto; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto.)

Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 120; Abulfeda, Annales Moslemici, ann. 237; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 8, ed Ibn-Abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 20 verso e 21 recto, replicano il nome di Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab, e la tradizione dei 19 anni di forte e savio governo, finito per morte il 236 o il 237 e cominciato, come dice il Nowairi con evidente sbaglio di computo, il 225.

Ibn-Abbâr, infine (MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 148 verso), porta il nome di Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah-ibn-Ibrahim-ibn-el-Aghlab, che “assestò (dice egli), ed egregiamente resse la Sicilia dall'anno 221 ch'ei vi fu mandato, per tutto il tempo della sua vita.”

Comparando le quali testimonianze, e notando la fede che merita ciascuna, è evidente lo errore di tutti gli altri, fuorchè il Baiân, e Ibn-Abbâr; e che Ibn-el-Athîr, seguíto da Ibn-Khaldûn, che il vero nome dapprima, e poi con troppa fretta ripetè lo errore altrui. Lo errore stava nel confondere i tre anni di governo di Mohammed-ibn-Abd-Allah (217 a 220), e i sedici di Ibrahim (220 a 236), e far dei due fratelli un solo personaggio che avesse retto la Sicilia per 19 anni.

Chiarito or questo punto, rimarrebbe un sol dubbio, cioè se il padre di Ibrahim, chiamato Abd-Allah, fosse stato figliuolo di quell'Aghlab, dal quale prese nome la dinastia, ovvero del costui figliuolo Ibrahim primo principe d'Affrica; e perciò se il governatore mandato in Sicilia il 220 fosse stato cugino germano di Ziadet-Allah, ovvero nipote, figliuolo cioè del fratello che avea regnato prima di lui. Rimane il dubbio, io dico, per lo nome di Ibn-Ibrahim che si legge in Ibn-Abbâr, e ch'io ho scritto in corsivo nella citazione; ma come il MS. di Ibn-Abbâr che ho sotto gli occhi è copia moderna e scorretta, così io credo si debba sopprimere questo grado di genealogia, e stare al nome dato dal Baiân.

[515.] Baiân, tomo I, p. 98. La sola data dell'arrivo in Sicilia e il nome del nuovo governatore Abu-'l-Aghlab-ibn-Ibrahim-ibn-Abd-Allah leggonsi in Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, e Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 109.

[516.] Baiân, l. c.

[517.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso.

[518.] I Bizantini, il cui navilio fu sì formidabile per cagione dei legni incendiarii, non chiamavanli con nome speciale. I dromoni, ch'erano lor navi da fila, portavano uno o più tubi di metallo, onde schizzava il fuoco greco alla guisa delle lance a fuoco d'oggidì; e gli artiglieri, drizzando quella lingua di fiamma come voleano, ardean la nave nemica. Aveano oltre a ciò piccioli tubi, pentole e altri artifizii di fuoco da lanciare a mano o con macchine. Veggansi a tal proposito le Institutions militaires de l'empereur Léon, versione francese del Maizeroi, p. 136 seg.; e Reinaud et Favé, Du feu grégeois, pag. 103 a 112.

Presso i Musulmani il nome di (nave) incendiaria apparisce la prima volta, credo io, verso l'813; facendosi menzione da Ibn-el-Athîr d'una harrâka con la quale il califo Amîn solea andare a diporto sul Tigri. Poi, questa denominazione occorre al tempo delle Crociate nel significato di barca da fiume, battello, gondola; ma tuttavia alcuni scrittori arabi la definivano: “galea con un ordegno da gittar fuoco.” Da tale contraddizione tra il nome e il fatto, è nato disparere su la qualità di nave che si dovesse intendere sotto il nome di harrâka; ostinandosi i dotti a credere che si trattasse sempre di una sola qualità di nave: e le varie opinioni su tal punto si leggono nelle note dei signori Reinaud, Extraits etc. relatifs aux Croisades, p. 415; ed E. Quatremère, Histoire des Sultans Mamlouks par Makrizi, tomo I, p. 143, e tom. II, parte I, p. 24 e 25.