La popolazione siciliana per otto secoli avea tenuto tal consuetudine con quella dell'Italia centrale, qual se l'isola si fosse venuta a porre alle foci del Tevere: tanta era la frequenza dei negozii attenenti al governo, ai commercii, e un tempo agli studii liberali, poi alla religione; sempre e più che ogni altra cosa alla cultura delle terre. Le irruzioni degli stranieri infino a Totila nulla mutarono a questo ordine di cose; avendo l'isola con rurale docilità seguíto le sorti della terraferma, nella quale tutti i vincitori vennero a stanziare. Ma nel sesto secolo, il conquisto bizantino e il longobardo, accaduti con sì breve intervallo, scomposero que' legami. Il primo trasferì a Costantinopoli i negozii dipendenti dal governo, ch'erano molti, e importantissima tra quelli l'amministrazione dei poderi della Corona. Il secondo (a. 568-575) divise l'Italia in due parti, una dei vincitori, l'altra dell'impero bizantino; la quale si componea delle isole e di brani in terraferma frastagliati a caso come da tremuoto: la punta cioè della Penisola; alcune strisce di costiera qua e là sovr'ambo i mari; nel centro, Roma con varii pezzi di territorio infino all'Adriatico. Or la parte soggiogata dai nuovi Barbari si trovò naturalmente in guerra col governo bizantino; e più grave effetto era su l'animo d'ogni uom romano il terrore di quegli atrocissimi principii della dominazione longobarda; il macello dei maggiori cittadini, lo spogliamento delle facultà, la profanazione delle chiese, le persecuzioni e sovente il martirio degli ortodossi per man di quegli eretici ariani e dei loro ausiliari idolatri; gli ordini civili distrutti; gli abitatori degradati da ingiuriose leggi; la più parte fatti servi o poco manco. Pertanto ogni comunicazione si chiuse tra la Sicilia e le misere regioni stanza e preda dei Barbari. Al contrario mutaronsi poco o nulla i rapporti materiali della Sicilia coi paesi rimasti al nome bizantino, e i morali si strinsero ed accrebbero. E ciò intervenne per cagion dei molti Italiani che si rifuggivano nelle isole; per la fratellanza che spirava la comune oppressione di tutte le province occidentali dell'impero; e sopratutto per procaccio dei papi, che ormai aveano acquistato grandissimo séguito in Sicilia.
CAPITOLO II.
A creder le pie leggende locali, il cristianesimo ebbe precoci e splendidi principii in Sicilia. San Pietro, dicono, s'affrettò a mandarvi d'Antiochia (a. 44) i primi vescovi: Marciano a Siracusa, Pancrazio a Taormina. Vennero pochi anni appresso, Berillo a Catania, Libertino a Girgenti, Filippo a Palermo, Bacchilo a Messina. I quali tutti perseguitati e persecutori, abbattono tempii pagani, rintuzzano oracoli, uccidono dragoni; Marciano, ascoso nei laberinti sotterranei della capitale, vi compone un altare con l'effigie della Vergine ed è strangolato da' Giudei; Maria e Teja incontrano alsì il martirio a Taormina per serbar castità; e presso lor tombe s'innalza il primo monistero di donne dell'orbe cristiano. Cotesti racconti, ancorchè accettati alla rinfusa nei libri della corte di Roma, furono messi in forse pei principii del decimottavo secolo, da due grandi eruditi siciliani, Giambattista Caruso e Giovanni di Giovanni.[119] Agli argomenti loro parmi da aggiugnere, che gli Atti degli Apostoli, narrando sì minutamente il viaggio di San Paolo a Roma (a. 61 ) e com'egli fosse soprastato per tre dì a Siracusa,[120] non fan parola, secondo lor costume, di correligionarii o amici trovati in quella città; donde al certo non si confermano i fasti di San Marciano. Volgendoci a un altro ordine di critica, basta accennare che le tradizioni dette ripugnino ai fatti generali della storia ecclesiastica del primo secolo; che ci si vegga la gerarchia, non del primo ma del quinto o sesto secolo; anche passando sotto silenzio quel monastero di suore e culto d'immagini. La ignoranza poi di chi scrisse le leggende chiaro apparisce dalla poca o niuna parte che vi si dà a San Paolo, massimo propagator del vangelo nelle schiatte greca e latina.
Egli è probabile che non dall'Oriente ma da Roma venissero in Sicilia i semi del cristianesimo; nè pria delle persecuzioni di Nerone. Del rimanente si può accettare dalle leggende l'itinerario della nuova fede nell'isola, correggendovi sì la cronologia e gli episodii; perchè quel cammino non discorda dalle condizioni dei Siciliani nel primo secolo, e perchè d'altronde si sa come le agiografie contengan sempre, tra molta lega, un po' di buon metallo, e rispettino sopra ogni altra cosa la verità delle notizie geografiche. Il cristianesimo fu, in origine, l'incivilimento degli oppressi; ma non tutti gli oppressi n'erano capaci allo stesso modo. Dovea precorrere alla grossiera fede del volgo lo zelo di spiriti convinti o innamorati: e però in Sicilia quelle speculazioni metafisiche, quei peregrini principii di morale, quella tendenza d'associazione e di carità, non poteano esser compresi che nelle città; dovean trovare accoglienza tra i sottili ingegni greci, prima che nella gente latina più tenace alle realità; doveano durare grandissima fatica a penetrar quella mista e insalvatichita popolazione rurale. I pochi cristiani dell'isola, non vinta per anco la forza d'inerzia delle masse, ebbero a combattere le forze vive del principato, dell'aristocrazia e dei dotti; le quali, vedendosi ormai minacciate dalla nuova potenza che sorgea nel mondo, fecero ogni opera ad abbatterla. Indi per gran tratto del terzo secolo e nei primi anni del quarto, scorreva in Sicilia il sangue dei martiri. Si illustravano allora i nomi, rimasti sì popolari, di Agata, Lucia, Ninfa, Euplio e molti altri; Lentini, culla un tempo della rettorica greca, si rendea celebre per la eroica costanza e numero dei cristiani. Nel medesimo tempo altri discendenti de' Sicelioti si fortificavano nel culto nazionale di Cerere o di Venere Ericina, con gli argomenti di Porfirio, capitato nell'isola per osservare l'Etna e fattovisi a scrivere (verso il 270) un trattato a difesa del paganesimo. Il filosofo Probo da Lilibeo, che visse in quella età, e i molti discepoli ch'ebbe Porfirio nel suo lungo soggiorno in Sicilia, combatterono insieme con lui questa guerra neoplatonica contro il cristianesimo: e i sofismi loro tornarono vani al par che i supplizii a fronte del principio morale dei novatori. Posate le persecuzioni; succeduto alla tolleranza il favore del governo, e al favore uno impetuoso zelo, la più parte dell'isola confessava la fede di Cristo. I sanguinarii editti di Teodosio poi accrebbero per forza il numero dei proseliti; fecero chiudere gli ultimi tempii pagani; e pur non bastarono a sradicare le antiche superstizioni della popolazione rurale. Infino agli ultimi anni del sesto secolo, che appena si crederebbe, se ne scoprono le vestigia in Sicilia, come in Sardegna; poichè le epistole di San Gregorio fan parola di idolatri che il vescovo di Tindaro durasse fatica a convertire, e di schiavi pagani, comperati dai Giudei di Catania per iniziarli a lor setta.[121]
Insieme con la Chiesa Siciliana già adulta, emerse, ai tempi di Costantino, la gerarchia. Ebbe al certo origine popolare in Sicilia come per ogni luogo; ebbe stretto legame con la gerarchia di Roma per la consuetudine che passava tra i due paesi: legame di fraternità sotto la persecuzione, poi di riverenza, infine di soggezione, quando l'ordine ecclesiastico s'informò dall'ordine amministrativo dell'impero. Pertanto fin dai principii del quinto secolo veggiamo chiaramente il vescovo di Roma far da metropolitano nell'isola; consecrare i vescovi di quella; scrivere loro direttamente per gli affari di disciplina; chiamarli a sinodo a Roma; dar licenza per la dedicazione delle basiliche; delegare or uno or un altro all'esercizio di sua giurisdizione nelle cause ecclesiastiche; provvedere alla visitazione delle chiese: il quale ordinamento non fu mutato che nell'ottavo secolo, come innanzi diremo. La riverenza del vescovo di Roma in Sicilia s'accrebbe necessariamente a misura che quel s'inalzava alla supremazia ecclesiastica in Occidente, e che i conquisti dei Barbari lo rendevano protettore di tutto il clero occidentale. E la Chiesa Siciliana seguì senza contrasto tutte le dottrine e riti di Roma: fu provincia quieta ancorchè non ignorante; ausiliare fedele della metropoli, ancorchè non vi sia nato alcuno scrittore di primo ordine nè ortodosso nè eretico. Il clero non par sia stato irreprensibile; del resto non numeroso nè turbolento: pochi al certo i monaci, di regola forse basiliana; e vi si aggiunse una colonia di Benedittini a Messina, se pur v'ha questo di vero in una leggenda che ci occorrerà di esaminare nel quarto capitolo di questo libro.[122]
Ma un altro vincolo fortissimo avvinse la Sicilia al papato in quei bassi tempi; e fu la proprietà territoriale, avanzo dei vasti patrimonii acquistati dai cittadini romani tra con le arti di Marcello e di Verre, o raggranellati ora per gli sforzi d'onesta industria, or con l'usura. Non prima fu lecito alle chiese di possedere beni, che lo zelo dei nuovi convertiti, l'artifizio del clero datosi ad avviluppare le coscienze in una rete inestricabile di peccata, il baratto dei perdoni, l'assiduità al letto di morte sopra animi stemprati dalla infermità agitati da tante paure, la confusione delle opere di pietà con le opere di carità, la eloquenza e dottrina fatte retaggio esclusivo del sacerdozio; tutti questi potenti motivi, moltiplicarono le donazioni e i lasciti pii: e più dopo la occupazione dei Barbari, quando i beni mondani de' vinti divennero sì precarii e sì rinvilirono. Così furono largheggiati alle chiese italiane vasti tratti di terreno in Sicilia, che nel linguaggio dei tempi si chiamavano fondi o masse. La Chiesa di Milano nel sesto secolo possedea nell'isola un patrimonio di questa fatta;[123] un altro n'ebbe la Chiesa di Ravenna;[124] ed uno di gran lunga più dovizioso la Chiesa di Roma, che d'altronde tenea tanti altri poderi in tutta Italia e fuori. Al dir di papa Adriano I, il patrimonio di Sicilia proveniva da donazioni non meno d'imperatori che di privati. Vaste erano le possessioni e sì sparse in tutta l'isola, principalmente presso Siracusa, Catania, Milazzo, Palermo, Girgenti, che talvolta i vescovi di Roma preposero all'amministrazione due rettori che sedeano a Siracusa e a Palermo, come al tempo antico i questori nelle due province, siracusana e lilibetana. Del rimanente un autore bizantino della fine dell'ottavo secolo fa montare il ritratto in Sicilia e in Calabria a tre talenti e mezzo d'oro,[125] classica e incerta cifra statistica. I poderi, come ogni altro dell'isola, si coltivavano da conduttori e rustici, delle quali condizioni di persone tratteremo a suo luogo; notando sol qui che la Chiesa Romana riscuoteva una tassa nei matrimonii dei suoi rustici: strano transatto tra l'antica ragione che avea negato il nome di matrimonio ai congiugnimenti degli schiavi, e la nuova fede che costituivali in sacramento. Molte altre orribili avanie anco pativano i conduttori e rustici della Chiesa; avanie forse comuni a tutta la popolazione rurale della Sicilia, e per lo più aggravate dalla negligente amministrazione di mano morta, com'oggi ben si chiama.[126] Così fatti abusi furono mitigati da San Gregorio al tempo di cui dicevamo in su la fine del capitolo precedente, ed al quale convien che torni la narrazione.
La chiesa di Roma non si potea sottomettere di queto ai Longobardi, flagello della gente latina, e, oltre a ciò, incapaci ad occupare tutta la Penisola com'avean fatto i Goti. Donde, invece di piaggiare i nuovi Barbari, dovea la Chiesa far opera a scacciarli con le armi che fosse in poter suo di muovere, le bizantine cioè e le italiane; dovea rinforzare le bizantine con la riputazione sua in Italia e fuori. Sopratutto, non bastando l'impero a difendere Roma minacciata dai Longobardi e dalla fame, dovea la Chiesa salvar dassè sola la città eterna, le cui tradizioni politiche e religiose faceano aspirare il vescovo al primato in Italia e in tutta cristianità.
Così fatto intento, consigliato al paro dalle passioni e dagli interessi, ma debolmente procacciato dai papi nei primi venti anni del conquisto longobardo, par che infiammasse l'animo di San Gregorio. Uomo di illustre sangue, grande avere, illibati costumi, indole gentile inchinata alla mestizia, dotta a mo' dei tempi ancorchè nemico della letteratura classica che gli puzzava di paganesimo, facile scrittore ancorchè inelegante, pronto parlatore, posato e robusto ingegno, perseverante, saldo nei proponimenti, pieghevole nei mezzi, operoso, insinuante, sottile ricercatore dei fatti altrui, buon massaio dei denari ma non per sè stesso, caritatevole e liberale con accorgimento anzi con astuzia, destro a usare le altrui debolezze e fino gli altrui vizii, ma a buon fine; e pieno il generoso petto di giustizia, di umanità, di religione e di zelo per la Chiesa di Roma: i quali sentimenti diversi gli pareano un solo; sì che in ultimo lo zelo ecclesiastico predominò e soffocò tutti gli altri quando gli si opponeano. Gregorio, primo del nome tra i papi, santo nel calendario romano e grande nella storia, fu specchio di virtù cristiana con quelle macchie di ruggine connaturali per la umana debolezza a tal virtù, le quali crescendo in certi tempi e in certi luoghi hanno occupato e guasto tutto il terso metallo; e n'è nata la bruttura che si chiama volgarmente gesuitismo. Gregorio, pria che il pontificato lo abilitasse a mandar ad effetto il disegno politico che accennai, disperando della vittoria, volle apparecchiare, com'e' parmi, un sicuro asilo alla Chiesa ortodossa di Roma e d'Italia. La virtù delle armate bizantine e il genio dei Longobardi, alieno sempre dalle cose del mare, gli designarono a ciò la Sicilia.
Donde, lasciato appena l'uficio municipale di prefetto per cercare più certa via di potenza in un chiostro di Roma (a. 575), Gregorio fondava del proprio sette monasteri: uno in quella città e sei in Sicilia. Tal disuguaglianza di liberalità non può apporsi a capriccio. Sendo Gregorio nato a Roma, di famiglia romana e amorosissimo dei concittadini suoi che viveano in necessità e angustie spaventevoli, si è cercato di spiegare il fatto in varii modi. Altri ha imaginato ch'ei possedesse beni nell'isola, il che non pare, nè basterebbe. Altri che Silvia sua madre fosse siciliana,[127] il quale supposto è gratuito al par che insufficiente a sciogliere l'enimma. A me pare che il bandolo si trovi negli scritti di San Gregorio stesso. Non prima esaltato al pontificato, lo veggiamo provvedere con estrema sollecitudine che si raccogliessero a Messina i frati calabresi testè cacciati in Sicilia da un novello romore d'armi longobarde; i quali andavano per l'isola miseri e vagabondi.[128] Ora ognun sa che più numero assai di Italiani s'era rifuggito in Sicilia parecchi anni innanzi (a. 576), quando i Longobardi corsero le province di mezzo della Penisola; nel quale scompiglio i chierici recaron secoloro gli arredi delle chiese che poi non voleano rendere:[129] e non è mestieri di citazioni per provare quanta povertà straziasse tutti quegli esuli. Però San Gregorio non potea largire le proprie facultà in opera più caritatevole, nè più utile all'Italia e a Roma stessa, che di aprir loro un ospizio. Quella mente, in quella età, non poteva imaginare altro ospizio che il monastero. I sei che ne fondò bastavano a ricettare, se non tutti gli esuli, almeno i più degni e capaci a disciplinare e agguerrire questo nodo di frati che combattessero su i dubbii confini della religione e della politica; tenessero in Sicilia una propaganda romana contro la sede di Costantinopoli, la quale attraea le popolazioni di linguaggio greco; apparecchiassero séguito alla Chiesa di Roma, venendo alla dura estremità di riparare in Sicilia cacciata dai Barbari; e potessero in fine, secondo gli eventi, ripassare in terraferma a gridar la croce contro gli Ariani. San Gregorio mentr'era privato, com'ei pare, coltivò a questo medesimo intento l'amistà di ragguardevoli famiglie siciliane.[130]
E quand'egli, sforzato o forse secondato dallo amor dei Romani, salì alla cattedra di San Pietro, il disegno su la Sicilia si allargò, come tutti gli altri della sua mente. Non è del mio subietto discorrere di quanto momento fosse stato questo gran Romano sul secol suo con le azioni e con gli scritti; nè ricorderò la conversione di popoli lontani; la riverenza e terrore della religione aumentati; l'autorità civile arrogatasi tra per la influenza che gli usi dei tempi davano ai vescovi e per la lontananza e impotenza dell'impero bizantino; il nome della sede romana esaltato; le arti assiduamente adoperate a ciò or con animo sincero, or con malizia: la morale, cioè, la filosofia, la teologia, la disciplina e ambito del clero, la solenne liturgia, il grave canto, le leggende superstiziose; senza lasciare intentato veruno argomento che potesse scuotere l'intelletto, cattivare l'animo, illudere i sensi. L'effetto generale del pontificato di San Gregorio fu che, aspirando al primato spirituale, ei si accostò necessariamente alla dominazione temporale; dove più dove meno secondo gli ostacoli. Così a Roma e nell'Italia di mezzo il patrocinio suo con l'andare dei tempi divenne principato. Così in Sicilia l'influenza ch'ei volle esercitare ebbe men libero campo, e nondimeno lasciò tante vestigia che i papi, molti secoli appresso, con quella loro prodigiosa tenacità, si provarono a mutarla anche in signoria. L'influenza di San Gregorio in Sicilia passò al certo la più larga misura che potesse darsi al primato ecclesiastico, e si volse a due particolari intendimenti. Un fu lo antico, rincalzato ed esteso, cioè di render la Sicilia cittadella del clero italiano, nella quale il papa fosse padrone degli animi, poichè i corpi li tenea l'impero bizantino. L'altro intendimento sembra di cattar favore, perchè l'amministrazione del patrimonio papale, secondata dai governanti, dagli ottimati e dall'universale, rendesse maggior frutto, da sovvenirne largamente il popol di Roma, chè meglio si difendesse dai Longobardi e sempre più s'affezionasse ai papi.