Quanto premessero a Gregorio le cose di Sicilia si scorge dalla prima epistola che ci rimane di lui per la quale provvide a far adunare ogni anno i vescovi dell'isola a Siracusa o Catania.[131] Seguiron da presso un'altra ad amici suoi siciliani,[132] una che confortava i vescovi siciliani a mescolarsi nelle cause secolari per difendere i poveri,[133] e una che dettò profonde e diligenti riforme nell'amministrazione del patrimonio.[134] Noveransi inoltre più di dugento lettere toccanti la Sicilia, donde appariscono a chiunque i disegni suoi, e la coscienza più sollecita dei disegni che scrupolosa nei mezzi. Indi si vede che San Gregorio diè la caccia a qualche avanzo di Pagani, e allettò al cristianesimo i Manichei e gli Ebrei senza perseguitarli; anzi, quanto agli Ebrei, con una tolleranza mondana al certo, non filosofica. Più rigore usò nelle materie attenenti alla disciplina ecclesiastica; mostrando assai gelosia del patriarca di Costantinopoli; commettendo apertamente ai vescovi di tirare i popoli a passiva obbedienza verso di Roma; procacciando appo i popoli la elezione di fidati suoi alle sedi vescovili. Intese di più San Gregorio a riformare i costumi del clero secolare e regolare; nel qual capo è notevole il divieto di ammettere le donne a voti monastici avanti l'età di sessant'anni, poichè pare da più d'uno esempio che le suore giovani eran sedotte dai preti.[135] E sul punto della morale pubblica, a prendere litteralmente le parole del pontefice, l'opera sarebbe stata malagevolissima o piuttosto disperata, arrivando la corruzione al segno, com'ei diceva, di provocare il cielo a immediato sterminio della provincia: ma ce ne consola l'interesse ed uso ch'egli avea di esagerare; e ne fornisce la prova egli stesso, quando novera tra i peccati più abbominevoli i matrimonii entro il settimo grado, che due righi di dispensa or posson mutare d'incesto in sagramento. Quanto alla venalità degli officiali, San Gregorio la biasimò e la alimentò, facendo lor porgere le solite mance nei negozii del patrimonio. Con ciò patrocinava i privati appo i magistrati, largiva limosine, sovveniva questo e quello con pensioni, facea deporre il governatore Libertino che avea vietato innanzi la esaltazione sua di portar grani di Sicilia a Roma; al quale fu surrogato un Giustino, amico o ligio del papa. Più degno uso fece San Gregorio del credito che avea a corte di Costantinopoli, ricordando gli aggravii degli officiali dell'azienda imperiale in Sicilia, Sardegna e Corsica, la disperata condizione di quei popoli, e quanto errore fosse di esaurire le isole a furia di balzelli, sperando con quel danaro carico di maladizioni alimentar la guerra nella terraferma d'Italia. Infine la riforma nell'amministrazione del patrimonio papale in Sicilia va lodata di prudenza e umanità; poichè mirava ad accrescere la rendita levando a un tempo il biasimo di molestare ingiustamente i possessori vicini e di spolpare i proprii coloni. Noi ne discorreremo più partitamente trattando della condizione degli abitatori delle campagne, e diremo allora di uno errore di San Gregorio che qui vuolsi accennare. Il quale fu che, in contraddizione coi principii del cristianesimo e con le proprie azioni sue, mantenne in Sicilia la schiavitù, mentre combatteala in terraferma, e limitò la libera scelta nei matrimonii dei coloni.[136]

Tale è la somma delle cose operate da San Gregorio in Sicilia, con ambito e benevolenza; e pur con grande avvantaggio dell'isola. Ei conseguì lo effetto di trarne il danaro e il grano che aiutarono a mantenere Roma. Conseguì parimenti una smisurata riputazione in Sicilia per sè stesso e per la Chiesa di Roma; la fondazione di grande numero di monasteri col danaro dei privati, stimolati dal suo esempio; e l'aumento della dottrina e splendore della Chiesa Siciliana. In fatti, nel corso del settimo secolo i monasteri di Sicilia rivaleggiarono con quei di Roma per ricchezza, numero di frati e onore degli studii; sopratutto del canto ch'era sì in voga dopo i tempi di San Gregorio, e, com'e' pare, anco della sacra letteratura greca che in Sicilia si potea coltivare meglio che a Roma. Pertanto in quella età salivano al trono pontificale il pio Sant'Agatone (a. 678), il dotto e caritatevole San Leone II (a. 682), Conone (a. 686), Sergio (a. 687), e poi Stefano IV (768), dei quali Conone educato in Sicilia, e gli altri tutti siciliani. La Chiesa di Antiochia ebbe in quel torno due patriarchi siciliani: Teofane abate del monastero di Baya presso Siracusa (a. 681), e Costantino diacono della medesima città (a. 683).[137] Nè prima nè poi toccò alla Sicilia tanta partecipazione nei negozii della Chiesa universale. L'impulso di civiltà, chè tale era questo al certo nei bassi tempi, dato da San Gregorio, durò in Sicilia fino al tempo che l'isola, tolta alla giurisdizione del papa, ubbidì al patriarca di Costantinopoli. Ed allora il merito degli ecclesiastici siciliani si fe' strada nella nuova metropoli: onde troviamo Metodio siciliano salito a quella sede patriarcale; e Gregorio Asbesta vescovo di Siracusa, San Giuseppe Innografo e altri Siciliani, segnalarsi nelle aspre contenzioni religiose del nono secolo, sì come innanzi dirassi.

CAPITOLO III.

Mentre San Gregorio gittava le prime fondamenta della potenza temporale dei papi, un giovane pien di virtù meditava in Arabia su i principii d'una novella religione. La gente ond'ei nacque era in via d'uscire dalla barbarie. Aveva avuto, per vero, l'Arabia, in tempi remotissimi, un periodo di potenza e anco d'incivilimento. Questi s'erano sviluppati, a dispetto della natura, tra un clima ardente e un suolo penuriosissimo d'acque, sì che v'era impossibile ogni agricoltura, fuorchè in qualche lista di terreno; impossibile il soggiorno di grosse e raccolte popolazioni; negato alla più parte degli abitatori tutt'altra vita che la nomade. Donde non è maraviglia se la potenza politica si dileguasse dall'Arabia forse in tempo assai breve, come poi avvenne a quella fondata da Maometto. Dello incivilimento rimase qualche avanzo, nelle sue sedi principali: a settentrione cioè e tra ponente e mezzogiorno, ov'è più fecondo il terreno e l'Oceano tempera l'aere e agevola il commercio. Scomparvero fin anco quegli antichi popoli; dei quali altri emigrò come i Fenicii, altri decadde e menomò, altri, sterminato per violenta catastrofe, lasciò vaghe rimembranze di umana superbia, di abominazioni, di provocata vendetta del cielo.

Così durante il corso delle due civiltà greca e romana, e infino al settimo secolo dell'era volgare, l'Arabia fu poco tenuta in conto tra le nazioni. In questo periodo veggiamo nella penisola due schiatte principali. La più antica, detta di Kahtân dal vero o supposto progenitore, forse il Iectan della Bibbia, occupava le parti meridionali, ossia l'Arabia Felice degli antichi e principalmente l'angolo tra ponente e mezzodì, il Iemen, come il chiamano gli Arabi. Era schiatta mista, parlante due lingue, l'una delle quali analoga all'arabo, e l'altra no; divisa tra la vita nomade e la vita stabile: e le popolazioni stabili, dove date all'agricoltura, dove raccolte in cittadi e intese al commercio, alla navigazione, ad industrie cittadinesche; la parte più opulenta della nazione per molti secoli soggetta dove a piccioli principi, dove ad unica monarchia, in ultimo a due successive dominazioni straniere. Varie tribù erranti di cotesta schiatta, dopo soggiorno più o men durevole nell'Arabia di mezzo, come se lor indole le sforzasse ad accostarsi alla civiltà, se ne andarono verso il settentrione. Quivi fondarono due Stati: l'uno in Mesopotamia che si addimandò il reame di Hira, prima tributario, poi provincia della Persia; l'altro presso la Siria. E questo ebbe per sede Palmira; si illustrò coi nomi di Odenato e Zenobia; e, distrutta Palmira, le tribù, senza soggiornare altrimenti in grosse città, furono note sotto la appellazione di Ghassanidi: comandate alsì da un principe; soggette sempre all'impero romano, il quale occupò anche qualche città della Arabia settentrionale, Petrea, come la dissero i dominatori. L'altra gente prese il nome da Adnân, tenuto discendente di Ismaele. Più compatta della prole di Kahtân, parlava unica lingua; tenea l'ingrato e vastissimo terreno delle regioni centrali. Pastori nomadi o mercatanti di carovana, gli Ismaeliti non ubbidirono a principi; vissero nella rozza franchigia della tribù, anche que' ch'ebbero stanza ferma là dove il luogo ne concedea. Gli stranieri non s'invogliarono giammai di soggiogarli; nè essi l'avrebbero sofferto, se non che alcuna tribù riconobbe, di nome e per poco, i monarchi del Iemen, o i Persiani.

Considerati così gli abitatori dell'Arabia secondo il legnaggio, i due tronchi parranno dissimilissimi l'uno dall'altro; si comprenderà perchè si oltraggiassero a vicenda; perchè la nimistà della schiatta durasse fin sotto la potente unità dell'islamismo, fino alle remote spiagge dell'Atlantico, ove le portò insieme la vittoria. Ma se si riguardi ai costumi piuttosto che al sangue, si troveranno da una banda i soli cittadini e agricoltori del Iemen, dall'altra il rimanente di Kahtân e tutta Adnân; il grosso della nazione arabica, non ostante l'antagonismo di schiatta, comparirà ridotto ad unica stampa dalla vita nomade. La qual condizione sociale, immutabile come i deserti ove errano le tribù, è notissima per tanti ricordi univoci, da Giobbe infino ai viaggiatori d'oggidì: libri sacri, poesie, istorie, romanzi, osservazioni di dotti europei. E vuolsi da noi studiare, perchè, conoscendo gli ordini delle tribù, si spiegheranno agevolmente le vicende della nazione arabica in tutti i tempi e in tutti i luoghi.

La tribù nomade, o, come dicon essi, beduina, che suonerebbe appo noi campagnuola, è saldo corpo politico senz'altri legami che del sangue, senz'altra sanzione penale che la vergogna e il timore dell'altrui vendetta e rapacità. Quivi l'unità elementare delle società non è l'individuo, ma sì la famiglia; nè risiede vera autorità che nel capo della famiglia. Ei comanda assoluto ai figliuoli e a lor prole; agli schiavi fatti in guerra o comperati; ai liberti che rimangono in clientela; agli affidati, uomini stranieri e liberi venuti a porsi sotto la sua protezione: ei li nutrisce, li difende dall'altrui violenza, e, quando ne recassero ad altrui, ripara il torto o affronta la vendetta. Nel numero e zelo de' suoi sta la forza del capo; la ricchezza nei servigii loro, negli utensili e negli armenti: nè è mestieri autorità di legge a mantenere insieme tal corpo.

Fuori dalla famiglia cominciano le associazioni: volontarie al tutto; ma seguon anco la parentela. Così varie famiglie fanno un circolo, come lo chiamano gli Arabi dall'uso di piantare in cerchio lor tende; al quale è preposto uno sceikh, o diremmo noi anziano, più tosto che eletto, designato senza forme di squittinio dalla riputazione della persona e importanza della famiglia; talchè l'ufizio spesso diviene ereditario per molte generazioni. È capo fittizio della parentela: magistrato senza impero sopra i privati; senz'arbitrio nelle cose comuni del circolo, nelle quali dee seguire il voto dei padri di famiglia. Infine lo sceikh rappresenta, come oggi direbbesi, il proprio circolo nella tribù. La quale unisce insieme varie parentele di un medesimo legnaggio; ordinata alla sua volta come il circolo, guidata da un capo, che vien su tra accordo e necessità come quello del circolo, e regge le faccende comuni della tribù: mutare il campo, far guerre o leghe; sempre con l'assentimento degli sceikhi, fors'anco di altri potenti capi di famiglia. Suole altresì capitanare gli armati della tribù nelle scorrerie e zuffe; ma talvolta, e più spesso oggi che nei tempi andati, il condottiero è scelto a posta.

Tale è loro gerarchia, politica insieme e militare, chè mal si distingue appo i Beduini. Ordini civili, che meritino il nome, non ve n'ha. La forza mantiene la roba quando non vi basti il credito della famiglia; e se la forza non può, il furto divien legittimo acquisto. Un po' più efficace la guarentigia delle persone; perchè il circolo e la tribù vi si sentono tenuti in onore, e più volentieri pigliano le armi a vendicare il sangue, o contribuiscono con le facoltà a pagare il prezzo di quello ch'abbia sparso alcun de' loro. Il quale compenso, assurdo e iniquo in una civiltà, umano nella barbarie, è in uso da antichissimi tempi in Arabia, come nel medio evo in Europa, ove il portarono i nomadi del Settentrione; ma gli Arabi, men pazienti di freno che non sieno mai stati i popoli germanici, non soleano accettare il prezzo del sangue se non che esausti dopo lunga vicenda di omicidii. Le multe per omicidio, troppo gravi ad una sola famiglia, troppo fastidiose a tutta la tribù, si soglion fornire dal circolo; il quale indi si direbbe società di assicurazione scambievole nei misfatti: e può cacciar via gli uomini rotti; ond'essi rimangono senza mallevadore nè protettore, veri sbanditi.

Sembra ancora che tra la famiglia e la tribù talvolta si trovino parecchi gradi d'associazione intermediaria, per cagion della disuguaglianza grandissima che v'ha nel numero degli uomini delle tribù: chè se ne conta di poche centinaia, ovvero di migliaia, quasi popolazione d'una provincia. Il corpo politico indipendente che noi diciamo tribù, o, per prendere una similitudine molto ovvia, il ramo staccato dall'albero, si appella in arabico con nomi diversi,[138] secondo che si discosti più o meno dal tronco l'inforcatura ov'è tagliato il ramo: poichè ogni frazione di tribù consanguinea si accompagna alle altre o se ne spicca a suo piacimento nei liberi campi del deserto.