Tornato il fuggente imperatore a Costantinopoli, incrudelì per sospetti di stato; fe' uccidere il proprio fratello; continuò le persecuzioni contro i sostenitori delle due volontà; e alternando fierezza e viltà, com'è proprio de' tiranni, vezzeggiò i successori di papa Martino, e pensò di fuggire i luoghi e il popolo che gli ricordavano il parricidio. Indi si favoleggiò che uno spettro lo inseguisse porgendogli una tazza piena di sangue, e gli dicesse: “Bevi, fratello!” Dilungandosi dalla metropoli ove mai più non tornò, Costante faceva atto di sputarla per odio, e per paura vi lasciava la moglie e i figliuoli, ritenuti come pegno dal popolo tumultuante. Egli, cercando sempre il pericolo da lunge e fuggendolo da presso, venne in Italia (663) a far guerra ai Longobardi; provocolli, e poi non aspettò lo scontro loro a Benevento; e vedendo sconfitto un grosso di sue genti, in fretta visitò Roma, raccolsevi quante cose di pregio rimaneano nelle chiese, fino il bronzo ond'era coperto il tetto del Panteon; e, incalzato da' Longobardi, passò in Sicilia; si chiuse con la corte e i tesori a Siracusa. E in vero ei disegnò di porvi la sede dell'imperio; come già Eraclio l'avol suo, prima di liberarsi con eroico sforzo da' Persiani e dagli Avari, era stato per tramutarla in Affrica. Al quale pensiero sembra mosso Costante dalla spaventevole forza degli Arabi che parea dovessero occupare da un dì all'altro tutta l'Asia Minore, mentre i popoli settentrionali incalzavano da un altro lato: ed egli è evidente che, disperando di tenere Costantinopoli, non si potea scegliere più sicura nè più comoda stanza alle forze vitali dell'impero, che la fertile isola cinta dai porti di Messina, Siracusa, Lilibeo e Palermo, donde le armate avrebbero signoreggiato il Mediterraneo, e agevolmente si sarebbe ripigliata l'Italia. Le guerre civili che sopravvennero tra i Musulmani allontanarono poi quel gran pericolo; e gli avvenimenti nati in Sicilia fecero svanire al tutto il disegno.
Perchè la rapacità di Costante aiutava a maraviglia il clero siciliano, pieno di profondissimo odio contro di lui, per essere l'isola devota al Pontefice di Roma, e molto accesa contro i Monoteliti. Costante, in sei anni che soggiornò a Siracusa, fe' sentir la vicinanza dell'augusta persona, con le strabocchevoli gravezze poste su l'isola, e su le vicine terre di Calabria, Sardegna e Affrica: tasse su la proprietà, tasse su la industria, tasse per l'armamento del navilio, che a memoria d'uomo non se n'era sofferto mai tanto cumulo; e confiscati con ciò i vasi sacri, e separati, dice la cronaca, i mariti dalle mogli, i padri dai figliuoli, con che può intendersi l'imprigionamento dei debitori del fisco, o qualche partaggio dei coloni addetti ai poderi del patrimonio imperiale che fosse stato venduto e distratto. I popoli d'Affrica, per minor male, chiamaron di nuovo i Musulmani. Quei delle isole e di Calabria si credeano condotti a inevitabil morte, come troviamo ne' ricordi ecclesiastici; e coloro che scrissero tai parole, al certo ripeteanle a viva voce, e con lunghi comenti, ai disperati sudditi di Costante.
E un dì, entrato il tiranno nel bagno di Dafne, un gentiluomo della sua corte, per nome Andrea figliuolo di Troilo, che il serviva e ungeagli il corpo con sapone, gli versò addosso un'urna d'acqua bollente, e lo finì dandogli dell'urna in sul capo (15 luglio 668). Trovato morto Costante nel bagno, nessuno cercò il come; i soldati altra cura non ebbero che di gridare imperatore un nobil giovane Armeno di nascita, per nome Mizize; e tutta l'isola applaudì[175]. Il clero partecipò o esultò tanto nel regicidio, che mezzo secolo appresso Gregorio Secondo, minacciandolo Leone Isaurico della medesima sorte di papa Martino, rimbeccavagli si ricordasse egli di Costante e del cortigiano, che, accertandolo i vescovi di Sicilia della eresia dello imperatore, immantinente lo avea trucidato.[176]
Allato a cotesta spiegazione storica d'un papa si vuol porre quella degli Arabi contemporanei, per mostrar come diversamente si sciogliesse a Roma e in Oriente il noto caso: se lice uccidere re tiranno. Narrata la battaglia delle Colonne e l'abbandono d'Alessandria che ricadde nelle man de' Musulmani, i Romani, dice la tradizione, sforzaron Costante a uscire con l'armata contro il nemico: “Ma Iddio mandò sovr'essi una tempesta che affondava tutte le navi, fuorchè quella di Costante; la quale scampò, trasportandola i venti in Sicilia. Dove interrogato dalla gente e narrati i casi suoi: “Hai svergognato la Cristianità,” replicarongli i Siciliani, “ed hai fatto perire i suoi campioni. Or se ci assaltino gli Arabi, dove troveremo chi ne difenda?” E Costante rispondea: “Quando salpammo, l'armata era forte: che volete se ci scoppiò addosso la tempesta?” Ma i Siciliani, fatto scaldare un bagno vel ficcano per forza, gridando egli invano: “Sciagurati! che il mare inghiottì i vostri prodi, e voi ora ammazzate il re vostro.” “Facciam conto che sia annegato con gli altri,” replicarono; e spacciaronlo: ma lasciarono andare quanti eran venuti con lui su la nave.” Nel quale racconto ognun può scoprire non solamente uno squarcio del vero, ancorchè vestito alla foggia degli Arabi di quei tempi; ma anco un vago cenno d'assalto sopra la Sicilia. E notabil è a tal proposito lo stesso errore d'alcuni cronisti musulmani, che affrettando di quattordici anni la morte di Costante, la pongono l'anno trentuno dell'egira, il quale in parte risponde al secentocinquantadue, data della prima impresa di Sicilia.[177]
Nè andò guari che i Musulmani riassaltarono l'isola. Parmi priva di fondamento la supposizione moderna che ve li abbia chiamato Mizize, perchè gli Arabi in quel tempo non potean sembrare valido aiuto in un'isola sì lontana dalle provincia loro; nè quivi si vedea cagione di tôrsi in casa il nemico, poichè il nerbo delle armi bizantine stanziava nell'isola, e questa parea sicura al tutto dagli assalti di Costantinopoli. Ma quivi la corte, e gli officiali civili e militari, temendo non rimanesse la sede dell'Impero in Sicilia, arsero di zelo per lo giovinetto Costantino figliuolo di Costante. Dondechè con maravigliosa prestezza e precisione ragunarono tanti brani di forze terrestri e navali di Ravenna, Campania, Sardegna e Affrica; ed ebbero tanto séguito nello esercito di Sicilia, che appresentatosi Costantino a Siracusa in primavera del secentosessantanove, Mizize fu abbandonato da tutti, riconosciuto legittimo imperatore Costantino, e chiamossi ribellione il colpo di Stato fallito. Costantino a capo di pochi mesi tornossene all'antica capitale.[178] Probabil è ch'egli sguernisse di soldati la Sicilia, per tor la voglia di crear qualche altro imperatore; e che i Musulmani i quali tenean gli occhi aperti su la nuova sede dell'Impero nemico, cogliessero questa occasione di spogliarla.
Vennero d'Alessandria su dugento navi, condotti da Abd-Allah-ibn-Kais della tribù di Fezâra, arrisicatissimo condottiero che afflisse i Cristiani del Mediterraneo in cinquanta scorrerie navali; e alfine fu ucciso in luogo detto Marca, probabilmente in Italia.[179] Abd-Allah irruppe in Siracusa con molta strage; se non che i cittadini rifuggivansi nelle montagne e nelle più munite rôcche dell'isola. Dopo un mese, fatto gran cumulo di preda, prese varie terre o piuttosto battuto il paese qua e là coi cavalli, i Musulmani si rimbarcarono. Portaron via, dicono gli scrittori cristiani, i tesori delle chiese e i bronzi rubati da Costante a Roma. Dicono i Musulmani, come s'è visto sopra nel testo di Beladori, che si trovò nel bottino gran copia d'idoli fabbricati di preziosi metalli e di gemme: e che il califo Mo'âwia li mandò ai mercati degli idolatri d'India, sperando che ne conoscessero e pagassero il pregio. Ma l'universale dei Musulmani fieramente scandalizzossi di un pontefice che rivendeva i lavorii di Satan.[180]
A questa impresa del secentosessantanove, un monaco Benedettino, vivuto cinquecent'anni appresso, innestò sue fole di sanguinosa strage nel monastero dell'Ordine a Messina, e sopratutto di guasto a moltissime città e terre che i Benedettini possedessero in Sicilia. Tal racconto si trova in una serie di leggende apocrife e falsi documenti, con che si fece prova nel duodecimo secolo a gabbare i principi, e carpir qualche pezzo dell'immenso patrimonio che si fingea tolto a que' pii cenobiti. Non senz'arte, si fe' menzione dei poderi da una mano nelle geste dei martiri, dall'altra mano nei supposti diplomi; e tra le une e gli altri, si attribuì ai Benedettini la proprietà di mezza Sicilia: terreni in tutti i luoghi di cui si conoscessero i nomi nella storia antica; e intere città poste sotto la signoria loro fin dal sesto secolo, come potean esserlo nel duodecimo. Ma traditi sempre più dall'ignoranza, gli autori della frode, che mi sembran parecchi, senza escluder l'Abate di Monte Cassino a quel tempo, presero tropp'alto il volo nelle leggende: fecero cominciare gli assalti dei Musulmani un secolo avanti Maometto, e trucidare San Placido, con trenta tra frati e suore che viveano nel suo monastero di Messina, proprio l'anno cinquecentoquarantuno, da un barone agareno che lor piacque di chiamare Mamuca, mandato con l'armata spagnuola da Abdallah, capo di setta saracena in quelle parti, tiranno zelantissimo nel promuovere il culto di Moloch e della stella Lucifero. Ciò tanto o quanto potea passare nel duodecimo secolo; pur la novella non prese allora, nè fruttò. Ma verso la fine del secol decimosesto, per procaccio de' Gesuiti, si rifrustarono quelle memorie; si cercarono a Messina, e, com'è naturale, si trovarono le tombe e le ossa dei martiri, e fino il piombo, che i Barbari infedeli avean loro versato in gola; e il dotto e scaltro Sisto Quinto, in un tempo di tanta gloria letteraria della patria nostra, soscrisse un breve dato il tredici novembre millecinquecento ottentotto, nel quale comandò che si festeggiasse il giorno di quel martirio per tutto l'orbe cattolico; e infelicemente replicò i nomi dei crudelissimi Abdallah e Mamuca, tiranni saraceni, invasori della Sicilia al tempo di San Benedetto e di Giustiniano. Accorati e confusi a tanto sbalzo d'anacronismo, i dotti scrittori ecclesiastici del medesimo secolo decimosesto e dei seguenti, se ne cavarono con accettare il fatto del martirio, e dichiararne apocrifa la sorgente, che eran gli atti di Gordiano: il solo frate scampato, come diceasi, alla barbarie di Mamuca. Ma mentre la falsa leggenda rimanea così in commercio, nessuno ebbe pietà dei documenti usciti dalla stessa fucina. Il Baronio li disse falsi, nè più nè meno; il Pagi rincalzò con pari severità; il Mabillon, Benedettino, sospirando ratificò il giudizio; e il siciliano Di Giovanni li rigettò con meritato disprezzo. Tra quelli appunto si trova una supposta lettera di papa Vitaliano per lo risarcimento dei guasti recati da Musulmani ai poderi benedettini di Sicilia nella scorreria del secentosessantanove. E com'ei pareva opportuno di fare rosseggiare il sangue dei martiri, quantunque volte si trattasse dei beni del monastero, una appendice posta alla leggenda di Mamuca, aggiunse quell'episodio dei martirii al supposto saccheggio del secentosessantanove. Infine la erudizione, la ignoranza e la impudenza, sbrigliaronsi in una seconda appendice che fe' partecipare i Benedettini delle stragi e guasti della notissima impresa di Ibrahîm-ibn-Ahmed nel novecentotrè. Dove lo scrittore, dopo aver detto delle immense possessioni del monastero depredate e degli infiniti monaci uccisi in Sicilia, si ride un po' troppo dei lettori, conchiudendo: “e chi vuol sapere le passioni di tutti quei martiri, vada a cercarle nelle biblioteche di Costantinopoli.”[181]
CAPITOLO V.
Dopo le raccontate scorrerie del secentocinquantadue e secentosessantanove la Sicilia ebbe a sentire il peso dei Musulmani, non più di Levante, ma dell'Affrica, ove la schiatta arabica si rinforzò d'una potente schiatta straniera e insieme con quella divenne sì formidabile in tutte le parti occidentali d'Europa. Però è mestieri toccare alquanto le condizioni di tal nuova provincia musulmana. Il tratto di terreno che serpeggia dai confini dell'Egitto fino allo stretto di Gibilterra tra il mare e la catena dell'Atlante o i deserti, ubbidiva al nome bizantino, o romano, come affettavan chiamarlo tuttavia. Distingueano gli antichi questa regione sotto varii nomi, cominciando dalle due Mauritanie alla estremità di ponente, indi Numidia, Affrica propria che prendea lo Stato odierno di Tunis e la parte occidentale di quel di Tripoli fino al golfo della grande Sirte, e via seguitando, Cirenaica, Marmarica e la provincia Libica che confina con l'Egitto; Paese di vario aspetto; dove orrido e arso, come le più inospite regioni dell'Arabia, dove lieto di vegetazione, temperato di clima e vivificato dalla man dell'uomo. Perchè prima i Cartaginesi e poi i Romani vi avean recato il genio del lavoro, che creava più che la guerra e la barbarie non guastassero; e, pur dopo l'invasione dei Vandali, v'erano rimase importanti città e maggior tra tutte Cartagine, risorta dalle sue rovine; e vi fioriano ancora industrie e lucrosi commerci.
Teneano l'Affrica settentrionale quattro generazioni d'uomini, diversissime d'origine e di numero. La più moderna era un pugno di gente germanica che alcuni autori arabi chiaman Franchi; e Leone Affricano, Goti: senza dubbio gli avanzi dei Vandali rimasti dopo l'impresa di Belisario.[182] Innanzi a loro per numero ed anzianità di soggiorno venian le popolazioni pelasgiche, d'Italia cioè e di Grecia, portate dalla dominazione romana: le quali gli scrittori arabi a lor modo chiamano i Rum. In terzo poteansi noverare gli altri stranieri gittati, direi quasi, dal mare su la costiera, forse in parte discendenti dei Fenicii, miscuglio di tante schiatte simile a quel che oggi dicesi nell'Algeria Mori, o Moreschi, non sapendosi qual altro nome dar loro che uno indefinito e antico; e forse per la medesima ragione gli Arabi li chiamarono Afârik, o Afôrika, ossia Affricani, accorgendosi che non fossero nè Germani nè Pelasgi nè Berberi.[183]