Ma i Berberi aborigeni, come debbon dirsi non vi essendo memoria di altri abitatori innanzi a loro, vinceane di gran lunga anche per lo numero e per la estensione del territorio tutte le razze intruse. Stendeansi dall'Atlantico ai deserti non esplorati che finiscono a Levante con la valle del Nilo; correano dal Mediterraneo agli altri deserti che arrivano al Tropico e al Sûdan, o vogliam dire paese dei Negri; dimodochè le tribù berbere più o meno sottomesse penetravano per ogni luogo il territorio romano; e le tribù, o meglio diremmo nazioni independenti, lo premeano dalla parte di mezzogiorno e di ponente. La gagliarda e fiera gente berbera, inaccessibile di tutti i tempi alla civiltà, mosse d'Oriente, come il mostra la stampa della schiatta caucasica che ha in volto, e come il portano le sue tradizioni serbateci dagli scrittori romani e dagli arabi. I libri punici in fatti, consultati da Sallustio, li diceano popoli della Media e dell'Armenia venuti in Occidente con Ercole; lo scrittore armeno Moisè di Corene e Procopio li credettero Cananei cacciati di lor terra da Giosuè; degli Arabi, chi li ha fatto Himiariti[184] o vogliam dire della schiatta dell'Arabia Meridionale; e chi ha appiccato la genealogia loro anche a Canaan; tradizioni mitiche, come ognun se ne accorge, tra le quali potran decidere i dotti quando si sarà studiata meglio la lingua berbera, e si conosceranno un poco certi altri antichi idiomi dell'Asia anteriore, come sarebbero gli ariani e gli himiariti. Intanto, dalla tradizione, al par che dal linguaggio, parecchie tribù berbere sembrano senza dubbio d'origine semitica; ovvero, se tutta la gente berbera il sia, quelle sembran passate in Occidente in tempi men rimoti, talchè il dialetto loro abbia ritenuto molto più delle voci e forme semitiche. Il nome generico di Berberi par sia stato messo in uso la prima volta dagli Arabi, poichè fino ai tempi del conquisto loro la appellazione generale di coteste schiatta fu Mauri Barbari, come troviamo in Procopio; alla quale gli scrittori europei dei tempi più bassi ne aggiunsero altre, d'Affricani, e, con manifesto errore, di Punici, e fin anco Cartaginesi: oltrechè, ad accrescere la confusione, ricorre sempre negli scritti loro la indeterminata appellazione di Saraceni. Tra coteste false denominazioni etniche de' popoli primitivi dell'Affrica, quella di Mori, ch'è più antica, ci è divenuta anco familiare ne' romanzi, ne' poemi, in architettura e financo nelle storie; ma io preferirò, come assai più determinata, la voce Berberi, alla quale si son attenuti giustamente i dotti. È parso ad alcuni eruditi d'Europa che gli Arabi abbian tolto di peso tal voce dalla latina Barbari; e al contrario gli scrittori arabi traggono la etimologia dal loro vocabolo berber, che significa borbottare, e diconlo anche di parlare in gergo rozzo e straniero. Gli uni e gli altri credo si appongano al vero; poichè gli Arabi conquistatori dell'Affrica settentrionale tanto più agevolmente doveano adottare il nome che trovarono in uso tra i popoli inciviliti del paese, quanto avea significato nel loro proprio linguaggio, e il significato si confaceva appunto al caso. Ma v'ha di più: il valore primitivo di questo vocabolo nell'idioma greco, che lo comunicò a tutti gli altri dell'Europa, è identico a quel che ritenne in arabico il verbo berber. Come notollo il Gibbon, Barbaro nell'Iliade non è detto che di favella rozza e aspra; nè pria de' tempi di Erodoto si vede usata cotesta voce com'appellazione dei popoli non parlanti il greco; donde poi si venne mutando il significato, come ognun sa, fino a quel che ha preso nelle lingue moderne. La stessa voce borbottare, che mi è occorsa testè traducendo il detto verbo arabico, vi consuona tanto e sì a capello ne rende il significato, che potrebbe riferirsi per avventura alla medesima origine[185].
Tale essendo la divisione etnologica dell'Affrica Settentrionale, non è mestieri aggiungere che facean base al governo bizantino le schiatte nuove, frequenti nelle parti orientali più che nelle occidentali, industri, snervate e cristiane; anzi sì zelanti nella fede, che la Chiesa Africana ai tempi suoi levò quel grandissimo grido che ognun sa. Al contrario i Berberi, che aveano sì ostinatamente combattuto la dominazione di Cartagine, poi la romana, non lasciavan tranquilla la bizantina; ma non bastavano ad abbatterla per essere sì divisi, nimicantisi tra loro senza perchè; diversi anco di religione, adorando chi le stelle, chi un idolo, chi un altro; e qualche tribù giudea, altra cristiana di nome. Il reggimento bizantino resisteva a così fatti nemici mercè la ordinata amministrazione d'una provincia ricca, la disciplina militare, le molte fortezze, il navilio. E queste forze eran tali, che nei principii del settimo secolo Eraclio governatore dell'Affrica avea occupato il trono di Costantinopoli, e che il patrizio Gregorio, deputato da lui a regger la provincia, levossi in aperta ribellione (646) quando vide fortuneggiare l'impero assalito dagli Arabi.
Gli Arabi non prima avean messo piè in Egitto che irruppero in Affrica. A'mr-ibn-A'si occupò Barca, Tripoli e Zuâgha (641-643), gli abitatori della quale si rifuggirono in Sicilia.[186] A'mr, levata di quei paesi una grossa taglia, ardea d'andar oltre: quando il califfo Omar gli comandò di ritrarsi; temendo di far troppo grande l'Impero, e come presago del gran sangue che dovea costare l'Affrica. Similmente parecchi compagni del Profeta, pochi anni appresso, dissentivano dall'impresa proposta dal novello capitano d'Egitto al califfo Othman, che gli era fratel di latte; ma questi, sendosela fitta in mente, pose di nuovo il partito nel consiglio, e, vintolo, affrettò i preparamenti in persona; li aiutò coi proprii danari; e avviò da Medina una eletta di guerrieri delle tribù modharite e del Iemen; i quali coi rinforzi presi in Egitto sommarono a ventimila tra cavalli e fanti. Condotti da Abd-Allah-ibn-Sa'd, quel medesimo che pochi anni appresso guadagnò la battaglia navale delle Colonne, mossero, non lungi dalla costiera, infino al golfo di Hammamet, e trovarono l'esercito di Gregorio, dentro terra, tra Sufetula e Cartagine (647). Per certo non combatteano sotto Gregorio centoventimila uomini, come scrissero alcuni cronisti arabi; per certo nè quegli avea promesso la man della figliuola e centomila monete di oro a chi uccidesse Abd-Allah-ibn-Sa'd; nè Abd-Allah-ibn-Zobeir con trenta cavalieri soli andò ad uccider lui nel bel mezzo delle file bizantine, e prendersi la figliuola che pugnava a cavallo con un ombrello di penne di pavone; nè pare probabile che il pregio del bottino montasse a tal somma prodigiosa, che, toltane la quinta, ne toccò tremila dinar ad ogni cavaliere e mille a ogni pedone. Cotesti episodii, ignoti ai più antichi scrittori arabi, messi innanti da quei di tempi più bassi e accettati per necessità dagli storici europei, sono stati distrutti non è guari da un insigne orientalista.[187] Ma piacemi di poter dare, in luogo di quelli, alcuni particolari, non pubblicati per anco, e autentici come io credo, ritraendosi da un discorso, che gli Arabi serbavano tra i lor modelli di eloquenza. Abd-Allah-ibn-Zobeir, che fu l'Ulisse di quella impresa, sopraccorso con rapidissimo viaggio a Medina, narrava la vittoria in pubblica concione, permettendolo il califfo: dicea che intimato agli Affricani l'islam o il tributo, e rifiutato l'un e l'altro, i Musulmani, temporeggiarono per due settimane in faccia all'esercito nemico: poi il capitano li esortò a combattere per la causa di Dio e guidolli alla battaglia; la quale aspramente si travagliò il primo giorno con molto sangue d'ambe le parti e avvantaggio di nessuna. “Venne la notte, proseguiva Abd-Allah, e i Musulmani a recitare il Corano, che s'udiva tra loro appena un susurro, come il ronzio delle api; i politeisti a sbevazzare e trastullarsi. La dimane, ripigliata la zuffa, Iddio ci fe' star saldi e ci accordò la vittoria, verso il tramonto del sole. Grandissimo è stato il bottino; la taglia pattuita sì grossa, che il quinto solo torna a cinquecentomila monete: ma forse n'avremo altri due tanti. E così io ho lasciato i Musulmani ricreati e sazii di preda, e son venuto nunzio al principe de' Credenti.”[188] Il patto cui si allude era stato chiesto da' vinti, quando videro sparse le gualdane a battere il paese e struggere e rapire ogni cosa. Raccolto quanto tesoro potè, l'esercito musulmano si ritrasse a capo di quindici mesi dal dì che avea passato la frontiera d'Egitto.[189] Un diligente scrittore porta che in questo tempo gli abitatori della penisola di Scerik, che guarda la Sicilia, si riparassero nella lor città di Kalibia (Clypea), e di lì a poco nella vicina isola di Pantellaria; ove alzaron fortezze e stettero lunga stagione, finchè non andò a snidarli un'armata musulmana.[190] Ma più probabile mi sembra che la fuga in Pantellaria seguisse una ventina d'anni dopo, quando la infestagione si venne a mutare in conquisto.
Perocchè gli Arabi saviamente audaci, non sendo per anco cresciuti di numero con assimilarsi i popoli vinti, tennero nelle prime vittorie uno di questi due modi. Ne' paesi ove parea loro di stanziare, poneano un grosso campo come i Romani, e occupavano qualche città: di che è esempio il disegno di A'mr-ibn-A'si, che si affortificò a Fostat, presso al Cairo d'oggi, e fece d'Alessandria un ribat, o, a modo nostro di dire, una piazza di frontiera; ove lasciò in presidio la quarta parte delle genti da scambiarsi ogni sei mesi con un'altra quarta parte che scorrea la costiera, mentre le altre due quarte rimaneano col capitano.[191] Al contrario nelle regioni troppo lontane facean grosse correrie, movendo dalle piazze di frontiera e quivi tornavansene col bottino e le taglie, come abbiam detto di Cipro, della Sicilia e dell'Affrica. Ma sovente accadea che l'agevolezza della vittoria, le occasioni che nasceano, e il rigoglio delle tribù arabe presto ingrossate di clienti stranieri, allettassero ad occupar coteste provincie, come le altre di cui si è detto.
E così appunto seguì in Affrica dopo quattro novelle guerre o scorrerie, che s'avvicendarono dal secentocinquantaquattro al secentosettanta,[192] una delle quali fu ordinata dal califo Mo'âwia a chiesta di popolazioni cristiane dell'Affrica, cui la tirannide di Costante avea mosso a ribellione. Il pensier del conquisto si dee riferire ad O'kba-ibn-Nafi', il quale in gioventù avea capitanato i primi cavalli arabi passati d'Egitto a infestar la terra d'Affrica, e, più maturo, comprese che la si potea tenere facendosi strumento delle popolazioni berbere. Mo'âwia il secondò con dargli comando independente dal governatore dell'Egitto, l'anno cinquanta dell'egira (670); ed ei poneasi con diecimila cavalli a Barca, ove fe' opera ad attirarsi i Berberi dei contorni. Risoluto poi andò a piantare in mezzo all'Affrica propria un alloggiamento che fu chiamato il Kairewân,[193] ove l'esercito musulmano stesse sicuro con le famiglie e lo avere. Elesse il sito dentro terra, a una giornata di cammino dal porto di Susa, in terreno boschivo e sano, ove sorgea un picciol castello romano, che gli Arabi chiamano Kamunia. Della scelta si disputò a lungo tra il capitano e i principali dell'oste, con ragioni non da Barbari. Volean gli altri tirarsi verso le spiagge per stare più pronti alle offese; O'kba rispondea che era meglio assicurar la capitale da' subiti assalti delle armate bizantine. Temeano quelli da una vicina palude tristi esalazioni nella state e umidità nell'inverno; ma egli mostrò ch'era forza incontrare que' disagi, poichè la palude difendea un terreno da tenere in pascolo i cameli che servono a trasportare l'esercito nostro, diceva il capitano, e i Berberi e i Greci la prima cosa che farebbero, sarebbe di venirceli ad ammazzare alle porte proprio della città, con improvvisa scorreria.[194] Vinto così il partito e condotte le genti là dove ei pensava fondare Kairewan, O'kba solennemente n'espulse gli antichi ospiti. “Belve e serpenti,” gridò “noi siamo i compagni dell'Apostol di Dio; partitevi di qui o sarete sterminati.” E le bestie a sgombrare quetamente portando seco i lor nati, e i Berberi a convertirsi, dicon le croniche, nè v'ha ostacolo a crederlo. Con un'altra scena troncò le dubbiezze degli Arabi, che, messisi a fabbricar la Moschea, andavan cercando la dirittura della Mecca, la kibla, com'essi dicono, alla quale il Musulmano dee guardare quand'ei fa le preci. Mentre gli altri osservavan le stelle il meglio che poteano, egli ebbe un sogno; diè di piglio alla bandiera; seguì una voce sovrumana; e, dove quella gli disse “resta,” fisse in terra l'asta e fe' innalzar la Moschea cattedrale. Costruirono anche il palagio del governo, le case dei grandi, gli abituri della minor gente: di argilla la moschea, di canne le case, dice un antico scrittore;[195] nè pensarono per lungo tempo a mutare in lor uso gli avanzi d'architettura romana che offriva il luogo.[196] Oltre a ciò posero alberghi, o com'essi dicono menzil, pei viandanti, a giuste distanze lungo le strade della provincia.
In cinque anni questi ordinamenti progrediano, e O'kba portava le armi sempre più verso ponente tra le tribù berbere; quando il califo il depose; unì di nuovo l'Affrica all'Egitto, e un novello capitano, per nome Abu-Mohâgir, imprigionò O'kba e smantellò il Kairewân: pensando forse che invano si sarebbe prodigato il sangue dei Musulmani nell'indomabile provincia, e che piuttosto era da pigliare i Berberi con le buone. In fatti egli avea tirato a professare l'islamismo un potente lor capo per nome Koseila, quando, salito al trono Iezîd, e tornato O'kba in credito a corte e resogli il governo d'Affrica (681-2), ristorò la sua città, ripigliò con tanto più ardore i suoi disegni e alla sua volta mise in catene Abu-Mohâgir. Con ciò fe' nuovi miracoli e nuove imprese: scaturir fontane quando l'esercito era per morir di sete; debellare eserciti bizantini e orde di Berberi; e altre ne convertì, com'ei credeva, e vittorioso trascorse infino a Tanger e Sus dell'Atlantico, ove, spinto il cavallo nelle acque, levando la mano verso il cielo, profferì que' noti detti che il mare solo rattenealo dal portare il culto del vero Iddio sino agli ultimi confini del mondo.
Pur le gonfie parole accompagnan sì raro i savii fatti, che O'kba, pria d'andare a guazzare il cavallo nell'Oceano, non pensò a' Bizantini che stanziavano a Cartagine e nelle altre città del Mediterraneo troppo dure a intaccare; ma, scansandole, era ito per la regione a mezzodì dell'Aurès, donde passò a settentrione, forse nella provincia d'Algeri o d'Orano. Peggio fece a trattar come vinti quei Berberi, che cominciavano a parteggiare per lui dopo essere stati sgarati in battaglia, ma non voleano ingozzare gli oltraggi ch'ei facea loro per superbia, o sol perchè Abu-Mohâgir aveva usato umanamente con essi. Narrasi, tra gli altri fatti, ch'ei richiedesse Koseila di scannare e scorticare un montone; per la cucina, dicono i cronisti; probabilmente in sagrifizio per mangiarne e dispensarne ai poveri, com'è uso appo i Musulmani; il che ad O'kba dovea parere atto di carità e religione, e al principe convertito, servigio da beccaio. Rispose non mancargli servi che il facessero. Ma il capitan arabo persistè, minacciò e volle essere ubbidito per forza. Koseila ubbidì: quand'ebbe finito, senza fiatare, si astergea le insanguinate mani sulla barba, e, domandatogli il perchè, rispondea melenso: “fa bene al pelo.” Vi fu chi comprese la muta rabbia di quell'atto e ne ragguagliò O'kba; ma il fiero vecchio se ne rise. Koseila intanto, indettatosi coi Bizantini, si levò improvviso in arme; e corsogli addosso O'kba impetuosamente con le poche forze che avea intorno, finse di fuggire finchè tirò gli Arabi a Tahuda a piè dei fatali monti Aurès, ove circondolli con infinita moltitudine di Berberi e aiuti bizantini. Già gli Arabi sentian suonar l'ora estrema. Era tra loro Abu-Mohâgir che O'kba traeasi dietro incatenato sospettandolo di tradimento o infingendosene; il quale proruppe a recitar due versi d'antico poeta, che avea pianto d'avere i ferri mentre i suoi s'apparecchiavano alla battaglia. O'kba, all'intenderlo, scorda le offese; lo fa sciorre; gli dice che salvisi con la fuga poichè non è tenuto a combattere: e Abu-Mohâgir risponde non bramar altro che di morire coi Musulmani; e s'arma, e ponsi al fianco del capitano. Spezzarono i foderi delle spade, imitandoli gli altri guerrieri: e avventatisi tra i Berberi virtuosamente caddero; campando pochissimi dalla strage (683). Koseila tra non guari s'insignorì di Kairewân; le reliquie degli Arabi si ritrassero di nuovo a Barca. Questo fine ebbe la prima prova di occupazione permanente dell'Affrica. O'kba seppe meglio imaginarla che mandarla ad effetto: uomo di costante proponimento, e prodigioso valore in guerra; ma poco atto a maneggiar le fila di un gran disegno, e meno a raffrenare le proprie passioni; troppo uso a fidarsi in quel piglio tra di fanatico e di commediante che ha accresciuto la sua fama appo i posteri.[197]
Così mossi i Berberi a guerra nazionale contro gli invasori, cui da principio avean creduto nemici dei soli Romani, il contrasto si fe' ostinato, sanguinosissimo; ebbe fasi diverse: sospeso talvolta per stanchezza; ripigliato per novelle cagioni che si sviluppavano dalla conquista; continuato fin quando le due schiatte si unirono sotto una stessa fede e uno stesso vessillo di guerra; acceso anche in Spagna e in Sicilia; durato sei secoli: nè finì che quando gli Arabi di dominatori divennero soggetti. Nè l'impero dei califi, nel fior della sua potenza, incontrò in alcun'altra provincia popoli che più disperatamente gli resistessero: costretto suo malgrado al conquisto dell'Affrica; ove mandò cinque eserciti a far vendetta l'uno dell'altro e ad incontrar la medesima sorte.
Dirò di questa lotta assai brevemente, astenendomi dai particolari il più che potrò. Entro pochi anni, gli Arabi vendicarono la strage di Tahuda; ruppero gli eserciti collegati de' Berberi e Bizantini e ammazzaron Koseila; ma intanto un'armata, allestita in Sicilia, occupò Barca, rimasa vota di difensori (688-9); e il capitano arabo vittorioso, Zoheir-ibn-Kais, affrettandosi alla riscossa con una picciola schiera, non guadagnò che l'onore di entrare nella città e morirvi con la spada alla mano.[198] Cinque anni appresso, escita appena la casa Omeiade dalla guerra civile di Abd-Allah-ibn-Zobeir, il califo comandava al capitan d'Egitto Hassân-ibn-No'mân di pigliare tutte le entrate della provincia, tutta la gente e attrezzi da guerra, e andare a far dell'Affrica ciò che gli paresse. Il quale, messi insieme quarantamila uomini, tirò dritto a Cartagine (693-4); ruppe i terrazzani e il presidio usciti a combattere; e pose tale spavento nella città, che i principali cittadini se ne fuggirono su le navi, chi in Sicilia e chi in Spagna; ed egli, facilmente sforzati que' che rimaneano, saccheggiò, fe' prigioni, diè opera a tagliare li aquidotti e diroccare frettolosamente quanto si potea; e non tardò a tornare dentro terra contro i Berberi dell'Aurès. Tra i quali, come avvien sovente nei moti nazionali, correndo le eccitate imaginazioni alla superstizione, era surta una novella Zenobia, regina della tribù di Gerâwa, per nome Dihâ, più nota sotto l'appellazione di Kâhina che le dettero gli Arabi, che è a dire indovina; alla cui voce profetica e bizzarro furore, congeniale alla schiatta loro, s'erano unite le altre tribù. Scontratasi con l'esercito di Hassân su le rive del fiume Nini presso Bagaia, ch'oggi va nella provincia di Costantina, la Kâhina ruppe gli Arabi con memorabile strage: e di lì a poco un patrizio Giovanni, venuto con le forze navali di Costantinopoli e di Sicilia, ripigliò Cartagine; Hassân con le reliquie dell'esercito fu ricacciato di nuovo a Barca. La profetessa poi sciupò la vittoria. Da una mano rimandò liberi i prigioni arabi, fuorchè un solo che adottò per figliuolo, il quale la tradì mandando avvisi ad Hassân. Dall'altra mano scatenò i suoi a guastar le città e i colti dell'Affrica propria, per annichilare, diceva ella, que' futili beni che attiravano il nemico. Ma fe' contrario effetto, perchè le popolazioni industri delle altre schiatte, parte emigrarono in Spagna e nelle isole, parte mandarono a profferire aiuto agli Arabi, i quali s'apprestavano a nuovo sforzo di guerra.
Donde tornato Hassân con una armata e un esercito, ruppe i Berberi, e uccisa la Kâhina nella sconfitta che avea vaticinato, com'è uso dei profeti senza poterla evitare, le tribù dell'Aurès, ormai spicciolate e sbigottite, si sottomessero; pattuirono di dar dodicimila ausiliari contro i Berberi non domi e contro i Greci. Indi movea Hassân per la seconda volta all'assedio di Cartagine; prostrava in parecchi scontri le forze bizantine; rimanea padrone del golfo; e sì stringea la città per mare e per terra, che il presidio finse di domandare l'accordo profferendo il tributo, e in mezzo alle trattative imbarcata ogni cosa di notte su le navi ch'erano in porto, quetamente se ne fuggì. Tentato invano di resistere in altri punti della costiera, il patrizio Giovanni con l'armata si allontanò per sempre dall'Affrica (698): Hassân, entrato in Cartagine, compiè l'opera della distruzione col ferro e col fuoco, lasciando picciol presidio, come per vedetta, e fabbricovvi, scrivon gli Arabi, una moschea, che è a dire serbò ed acconciò a quest'uso qualche antico edifizio. Infine, tornato a Kairewân, si volse ad ordinar la provincia; posevi gli uficii d'azienda, e assoggettò al tributo fondiario gli abitatori di schiatte europee, e dei Berberi tutti quelli che non avean fatto la professione dell'islamismo;[199] ma ai Berberi convertiti diè la parte dei tributi e delle terre che lor toccava come a guerrieri musulmani. Così gli Arabi fermarono per la prima volta il dominio su quella parte dell'Affrica settentrionale che oggi è compresa nelle reggenze di Tripoli, Tunis, e provincia di Costantina, senza estendersi per anco più a ponente. Dal nome d'Affrica propria che davano i Romani alla parte più importante di questa regione, gli Arabi la dissero tutta Ifrikia; e secondo lor geografi si stende dalla grande Acaba che sorge tra Barca e Alessandria, infino a Bugia. Di lì all'Atlantico chiamarono Maghreb che suona appo noi occidente, e diviserlo in Maghreb del mezzo tra Bugia ed Orano, ed estremo Maghreb, da Orano in poi. E coteste loro denominazioni geografiche noi adopreremo per lo innanzi; se non che scriveremo a modo nostrale Affrica in luogo di Ifrikia.