Le pratiche mosse di Sicilia intanto incalzavano. Un prete di Capua svelò al papa che Arigiso fosse stato per giurare fedeltà allo imperatore di Costantinopoli, e fin vestirsi e tosarsi alla greca, a condizione che gli si desse il titolo di patrizio e la investitura del Ducato di Napoli. La cosa andò tant'oltre che due spatarii dello imperatore veniano di Sicilia a ricevere il giuramento di Arigiso, quand'egli inaspettatamente si morì.[274] Al quale succeduto il figliuolo Grimoaldo che avea appreso a corte di Carlomagno a simulare e aspettar tempo, si guastò la parte principale del disegno, la quale era fondata in su le forze dello Stato di Benevento. Grimoaldo, circondato di capitani e genti di Carlo e di spie del papa, fu necessitato a volgere le armi beneventane contro il proprio congiunto che veniva a liberarlo.

Perchè la fortuna tanto avea ancora arriso alla virtù di Adelchi, che spezzatasi la pratica di matrimonio tra lo imperatore Costantino e una figliuola di Carlomagno, e coincidendo il fatto di Terracina, la corte di Costantinopoli si lasciò trasportare da insolita collera. Spacciato in Ponente con soldati un Giovanni sacellario e logoteta, ch'erano ragguardevoli uficii d'azienda, e aggiuntevi le milizie di Sicilia capitanate dall'eunuco Teodoro, patrizio e stratego dell'isola, l'oste sbarcò in terraferma. Adelchi vi si trovò; e mossero sopra lo Stato di Benevento. Scontraronsi con le genti longobarde di Benevento e di Spoleto, capitanate dai due duchi, Grimoaldo e Ildebrando; e i Greci furono rotti con molta strage, e tra gli altri il sacellario fatto prigione e poi ucciso.[275] Adelchi ebbe peggior sorte che di restar morto in campo, com'altri ha detto.[276] Sopravvivuto alla sconfitta, vide dileguare le ultime speranze di sua schiatta che sventuratamente si fondavano sugli stranieri. Pure quella battaglia, se non ristorò il reame longobardo, mantenne i Ducati a dispetto di papa Adriano, per la gratitudine e fidanza di Carlo verso Grimoaldo e Ildebrando. A capo di pochi anni venne fatto al papa di lanciar di nuovo i Franchi verso il mezzogiorno; ma la fortuna non li aiutò: Adriano morì indi a poco, e Carlomagno si trovò men disposto che mai a continuare lo aggrandimento del dominio papale.

I patrizii di Sicilia in questo mezzo si esercitarono nei maneggi diplomatici a corte di Carlomagno, con migliore fortuna che non avessero testè fatto nella guerra. Andava a Carlo in Aquisgrana un Teoctisto, legato di Niceta, patrizio di Sicilia (797); e, non guari dopo (799), un Daniele mandato a lui da Michele successore di Niceta:[277] la causa delle quali missioni si ignora; ma ci apporremmo al vero supponendo che s'intendesse a distogliere il re da alcuno assalto sopra i dominii greci in Italia, suggerito per avventura da Leone Terzo. Certo egli è che, dell'ottocento, ito Carlomagno a Roma per cingersi la corona imperiale, si parlò di una impresa, non che sull'Italia meridionale, ma sopra la stessa Sicilia, sede delle forze che manteneano ancora quelle provincie nella devozione dei Bizantini. Questo disegno fu abbandonato al pari, perchè Carlomagno non andava di buone gambe alle guerre meridionali, e avea troppe brighe nel mondo e niuna forza navale, e volle rappacificarsi con Irene; donde nacque la falsa voce del matrimonio che si trattasse tra loro.[278] Forse Carlomagno avrebbe tentato in migliore occasione la Sicilia, perchè lo veggiamo accogliere in Roma (801) un fuggitivo siciliano, uom di assai nota, Leone Spatario, ch'ei rimandava dieci anni appresso a Niceforo imperatore.[279] Ma erano pensieri vaghi e dimenticati tra cose di gravissimo momento. Quegli che non obbliava la Sicilia era il papa. Or col pretesto di farsi mediatore di pace tra i due imperatori d'Oriente e d'Occidente, or di ricomporre le liti religiose che ripullulavano dopo la morte di Irene, o di rivendicare gli infiniti patrimonii di San Pietro, sempre trovava modo di mandare al patrizio di Sicilia alcun suo fidato che spiasse gli umori del paese, gli intendimenti del governo, le novelle della corte di Costantinopoli. E com'avrebbe fatto un ministro di polizia, puntualmente e sommessamente, il papa ne ragguagliava Carlomagno.

Gittano un baleno di luce su coteste pratiche le epistole di papa Leone allo imperatore, date dell'ottocento tredici, quando si temeva in Italia un assalto dei Musulmani. Ritraggiamo da quelle che Carlomagno avea scritto al patrizio, e mandato la lettera per mani del nunzio papale; che il patrizio, in luogo di rispondere allo imperator di Occidente, s'era indirizzato al papa; e che questi, senza dissuggellare la risposta che andava a suo nome, l'avea fatto capitare a Carlomagno; aggiugnendo gli avvisi che ritraea, dal patrizio non già, ma dalla bocca del proprio nunzio. Di più, questi era stato tenuto nel palagio del patrizio in custodia d'un segretario; guardato a vista quasi parlamentario ch'entri in una fortezza assediata. Tant'oltre andavano i sospetti o i disegni del patrizio, ch'ei ragionando con l'uom del papa in ottobre, non raccontava altrimenti i fatti di Costantinopoli del luglio, che con dire chiuso in un monastero Michele Rangabe, senza far motto del successore;[280] e che infino a mezzo novembre par che Gregorio si sforzasse a dissimulare al papa il mutamento di signoria assodato già nella capitale.[281] Da cotesti indizii non si può ritrarre se il patrizio evitasse di rispondere a Carlomagno per osservare alcuna formalità diplomatica del tempo, per eludere qualche domanda che gli recava disagio, ovvero per differire a riconoscere la esaltazione di Leone l'Armeno, sperando, sia che il Rangabe risalisse sul trono, sia che ei medesimo favorito dall'esercito di Sicilia potesse tentar novità. Ciò che di certo si vede è la importanza dell'uficio di stratego e patrizio di Sicilia in questo tempo, e la scherma di astuzie con che combatteva contro il pontefice di Roma: bizantino contro papalino, proprio maestri di buona scuola!

Morto di lì a poco Carlomagno (gennaio 814), e dopo due anni anco papa Leone Terzo, e raccesa da Leone Armeno la lite delle immagini (815), avrebbe potuto per avventura la Sicilia fare scala al racquisto dei territorii perduti dall'Impero di Costantinopoli nell'Italia meridionale. Le relazioni dell'isola con quella regione di terraferma avrebbero favorito il disegno; poichè par che fossero rese più frequenti e amichevoli dall'interesse comune dei popoli. Così veggiamo i Napoletani, sotto il regno di Leone l'Armeno, mandar a cercare in Sicilia un Teoctisto per farlo capitano di loro repubblica.[282] Così anco i Siciliani esercitare commerci sì frequenti in Calabria su i confini dello Stato longobardo di Benevento, che le gabelle pagate da loro montavano a grossa somma di danaro.[283] Pertanto un novello sforzo dell'impero bizantino avrebbe trovato condizioni assai favorevoli. Ma i due soldati che regnarono successivamente a Costantinopoli, furono distolti da altre cure. Leone l'Armeno si travagliò aspramente in guerra contro i Bulgari (813-815), poi contro i frati iconolatri dell'Impero. Michele il Balbo, che l'uccise, e gli succedette (26 dicembre 820), s'ebbe a difendere da un altro vecchio commilitone, Tommaso di Cappadocia: fattosi gridare imperatore; venuto ad assediare Costantinopoli; e spento a grandissima fatica, dopo tre anni di guerra (823). Tennero dietro a cotesti travagli, lo sbarco dei Musulmani a Creta; le sconfitte degli eserciti bizantini mandativi al racquisto (823-825). Pertanto, non che pensare alla terraferma d'Italia, Michele il Balbo, non valse a reprimere per parecchi anni i movimenti di Sicilia, dei quali si dirà nel seguente libro.

CAPITOLO IX.

Ho differito fin qui a toccare le condizioni interne della Sicilia bizantina, perchè procedettero in parte dalle raccontate vicende dei due continenti tra i quali l'isola è posta. Cominciando la investigazione, dirò, innanzi ogni altra cosa, della schiatta ch'è elemento sì potente nei destini dei popoli. Fermata in Sicilia la dominazione romana, il grosso della popolazione eran Sicoli e Greci; non rimanendo più degli altri che la memoria, e forse un po' di gente punica nelle parti di ponente; la quale par che non tardasse a dileguarsi. Il conquisto portò novelli abitatori italiani, tra colonie e gente spicciolata che venía per faccende e officii; ma poche e sottili le colonie; gli altri spesso se ne tornavano; e parmi che il più potente effetto della signoria romana su la popolazione dell'isola sia stato di ritirare ai costumi e linguaggio dell'Italia i Sicoli, che, sforzati dall'incivilimento greco, stavano perdendo financo l'uso del proprio dialetto, e diremmo anzi che l'avessero abbandonato al tutto, se dovessimo stare alla lettera d'un passo di Diodoro.[284] Le torme poi di schiavi, ragunate da tante regioni e sparse nelle campagne della Sicilia, se non si consumavano senza prole, al certo il sangue loro, sterile per miseria e diverso, non creò schiatta nuova da poter contare. Gli Ebrei stanziati nelle città principali, segnalavansi meno per lo numero loro, che per lo avere e per l'odio reciproco con le altre schiatte.[285] I popoli settentrionali, come dicemmo, furon turbine passaggiero. Da Giustiniano ai Musulmani il decrepito Impero non potea mandar colonie; se non che ripararono in Sicilia i rifuggiti d'Italia e d'Affrica dei quali abbiam detto nei capitoli precedenti; e inoltre egli è probabile che a stilla a stilla s'accogliesse nell'isola qualche rimasuglio degli ospiti che vi mandava il governo bizantino: officiali pubblici, soldati delle provincie d'Europa o dell'Asia Minore,[286] e relegati per cagion di Stato.[287] Tra gli altri v'ebbe un corpo di mille uomini, avanzo delle soldatesche armene sollevatesi a Costantinopoli il settecento novantadue, che furono mandati nelle isole, sopratutto in Sicilia,[288] ove par che abbiano fatto stanza, poichè troviamo nelle guerre de' Musulmani[289] la espugnazione d'un castello degli Armeni (a. 861). Dal detto fin qui si vede che per lo spazio di mille anni non capitarono in Sicilia tante popolazioni avventizie, che potessero mutare le schiatte esistenti. S'accorda in ciò con le tradizioni storiche il ragguaglio statistico di Costantino Porfirogenito, il quale trattando dei proprii suoi tempi (911-959) o piuttosto di quelli anteriori al conquisto musulmano, scrive essere gli isolani parte Liguri d'Italia, chiamati altrimenti Sicoli, e parte Greci, ossiano Sicelioti.[290] Con denominazione più esatta si direbbero le due schiatte, italica ed ellenica, ciascuna delle quali abbracciava le genti affini a lei, sopravvenute nei due periodi delle dominazioni romana e bizantina.

Qual delle due genti prevalesse di numero non si ritrae; e forse erano e si mantennero più uguali che non si è pensato. Aiutandoci con le induzioni, poichè mancano le testimonianze dirette, troviamo, egli è vero, dal principio dell'era volgare infino al sesto secolo, moltissime iscrizioni latine pubbliche o private anco nelle principali città greche dell'isola, e latini negli ultimi tempi i titoli dei magistrati municipali; ma tra ricordi letterarii, epigrafia e nomi proprii si vede la lingua greca non aver ceduto il campo in alcun luogo.[291] Un papiro del quinto secolo che dà i nomi degli affittuali di certi poderi, ne contiene più greci che latini:[292] e alla fine del sesto secolo, San Gregorio ci parla degli abitatori greci e latini.[293] Gli annali ecclesiastici poi dell'isola, dal sei all'ottocento, ci mostrano la medesima promiscuità delle due genti: dove monasteri basiliani e dove di regole latine; esaltati alcuni Siciliani alla sede pontificale di Roma, altri a quella d'Antiochia;[294] un dei papi siciliani, Leone II (682-683), lodato per lo eloquente parlare in greco e in latino;[295] e alla fine del sesto secolo la opinione pubblica in Sicilia pendere incerta tra le Chiese di Roma e di Costantinopoli.[296] Finalmente, sendo stata alla metà dell'ottavo secolo assoggettata l'isola al patriarca costantinopolitano, scomparisce il latino, e torna su il greco negli scritti dei frati siciliani e negli scarsi monumenti d'epigrafia che ci avanzano di quel tempo. Così fatta vicenda non può condurre al supposto che la schiatta e la lingua greca in Sicilia, dopo esser calate durante la dominazione romana e le barbariche, d'un subito risalissero e occupassero tutta l'isola per virtù della dominazione bizantina. È da conchiudere più tosto che i due popoli si pareggiassero con poco divario per tutto il corso degli otto primi secoli dell'era cristiana; che ambo le lingue fossero state più o meno in uso, come ai tempi di Diodoro,[297] se pur il popolo non cominciava a parlarne già una diversa da entrambe e più vicina all'italiana; e che la influenza del governo e della Chiesa facessero prevalere negli scritti il latino prima e il greco dopo di Giustiniano.[298]

Nè tra le due schiatte si vide mai differenza di condizione legale: chè nobili e plebei vi furono in entrambe, secondo l'antica riputazione delle famiglie e le vicende della ricchezza e lo splendore delle pubbliche dignità. Della condizione di nobili e plebei non dirò altrimenti, perchè reggendosi l'isola ormai a legge romana si torna a notissime generalità: nè occorre ripetere come da Costantino in poi fosse sostituita all'aristocrazia di nascita la gerarchia dei servidori di corte e officiali dello Stato, innalzati a piacimento del despota; e come fossero al tutto ragguagliati i dritti delle persone, sì che tra gli uomini liberi non rimase che una sola distinzione di poco momento. Dico della curia, nella quale non godeasi altro privilegio che la immunità da certe pene nei casi criminali; e il governo vi ascrivea involontarii i figliuoli di militari quando non fossero validi a portare ancor essi le armi, i proprietarii di venticinque iugeri o più di terreno, e gli affittuali in grande dei poderi del patrimonio imperiale.[299] Donde è manifesto che la curia non va chiamata aristocrazia, ma veramente popolani grassi o borghesi.

Dalle città volgendoci alle campagne, veggiamo altresì oscillare le classi della società antica, e posare alfine in una condizione di mezzo tra la libertà e la schiavitù. A ben comprendere i ricordi che abbiamo di tal mutamento, in Sicilia, è mestieri studiarlo prima per generalità. Venne da due motivi d'indole diversa; la coscienza, cioè, e l'interesse: i quali allor s'aiutarono scambievolmente, sì come par che avvenga ad ogni novello passo della civiltà. I principii umanitarii di filosofia pagana, attestati dalle opere di Seneca, Plinio e Plutarco, e messi in pratica negli editti d'Adriano e degli Antonini, cominciavano a temperare i mali della schiavitù, quando sottentrato il Cristianesimo, che si allargava e metteva radici, incalzò la santa opera.[300] Intanto la esperienza mostrava che la infeconda genía degli schiavi scemasse sempre più; e, aggiunta a questo la inefficacia del lavoro comandato coi supplizii, i campi con doppia celerità deterioravano. Ma se la pace dell'Impero togliea di rifornire gli schiavi con altre torme di vinti, la decadenza universale apparecchiava in luogo di quelli torme di poveri, fossero i proprietarii minori spogliati dal fisco imperiale, o le popolazioni industriali, libere e non libere, che fuggivano per miseria dalle città. Cercando ricetto e pane nei poderi dei ricchi, l'otteneano a prezzo di rimanervi da coloni; e par che i proprietarii del suolo, vedendo la utilità che ne ritraeano, s'invogliassero ad emancipare e porre nella medesima condizione gli antichi schiavi.[301] Cotesto mutamento di sorti par che siasi accelerato dal secondo o terzo secolo in poi; perocchè ai tempi di Costantino il Grande si parla dei coloni come di notissima e frequente qualità d'uomini, e si provvede tuttavia con crudeltà a tenere obbedienti gli schiavi, ma nelle leggi dei tempi seguenti a mano a mano il nome degli schiavi divien più raro, e spesseggia ai contrario quel dei coloni.[302] Io non dirò altrimenti della condizione degli schiavi, ch'è notissima; e ognun sa come andasse in meglio da Costantino a Giustiniano. Quella de' coloni era che rimaneano attaccati al suolo essi e i loro figliuoli e i nepoti perpetuamente, e pagavano un tributo annuale per la terra assegnata; che poteano acquistare beni mobili e stabili con la propria industria, ma non alienarli senza permesso del padrone; che, fuggendo dal podere, la legge dava al padrone di ridurli in schiavitù, e concedea di ripigliarli in termine di trent'anni per gli uomini, e di venti per le donne; e che tal prescrizione, assai più lunga di quella fissata per gli schiavi, non si interrompea nè anco per morte, poichè, mancato il colono, correva a pregiudizio de' figliuoli.[303] Tal condizione dunque non differì dalla servitù della gleba dei tempi feudali, se non che per la origine: la romana sempre da contratto, se tal può chiamarsi un patto sì disuguale ed empio; la feudale talvolta da contratto, e talvolta dalla supposta ragion di guerra, che avea generato la schiavitù personale nel mondo antico, e nel mondo moderno si adopera a giustificare la servitù delle nazioni.