Or la popolazione rurale della Sicilia durò a un di presso le medesime vicende che abbiamo notato nel rimanente dell'Impero. Tolta una picciola mano di affittuali, chiamati conduttori,[304] i quali nè anco è da supporre liberi in tutti i casi, coltivavano le campagne i coloni[305] e gli schiavi,[306] che sembrano talvolta confusi nell'uso volgare del linguaggio, come di fatto lo erano nella abiezione e nella miseria. Il Cristianesimo, o almeno i Cristiani di quel tempo e di molti secoli appresso, non abborrirono la servitù men cruenta della gleba; il clero la mantenne più tenacemente che i laici stessi nelle sue proprietà; e un pontefice santo e grande, Gregorio I, lodato tanto per la carità verso gli altrui schiavi nella terraferma d'Italia, ribadì le catene dei coloni dei poderi papali in Sicilia. Smesse, egli è vero, le taglie su i loro matrimonii; smesse i furti che l'azienda pontificia solea fare, frodando que' miseri nel prezzo e nella misura dei grani, obbligandoli a supplire le derrate, che, mandate a Roma, si perdessero per fortuna di mare, e richiedendo il censo pria che si vendessero le raccolte.[307] A tuttociò rimediava San Gregorio: ed era insieme giustizia e prudenza di buon massaio. Ma quando la coscienza gli richiedeva un atto magnanimo, entrò di mezzo la cupidigia che già sedea presso al trono pontificale, e con lei l'altra tentatrice a profanazione, che fu l'ambizione politica. Il sommo vescovo si ricordò soltanto ch'era proprietario; pensò falsamente che la libertà dei coloni di Sicilia potesse scemare le entrate e indi attraversare i disegni suoi a Roma: e vinta dal comodo presente la logica morale, San Gregorio, non solo non disdisse la servitù della gleba, ma vietò ai suoi coloni di maritare i figliuoli con gente d'altri poderi.[308] Non debbo tacere infine che San Gregorio discordò talvolta da' nobilissimi suoi principii in fatto della schiavitù propriamente detta. Nell'atto di emancipazione dei due schiavi romani Montano e Tommaso, dato del cinquecento novantasei, seppe ei ben dire: “Che se il Redentore s'incarnò per spezzare i ceppi dell'umanità, ottima cosa era di manomettere e rendere all'antica franchigia gli uomini, creati liberi dalla natura e sottomessi dal dritto delle genti al giogo della servitù.”[309] Seppe egli ancora, con nobile dispregio della ragion fattizia delle leggi, comandar che si manomettessero gli schiavi de' Giudei.[310] Ma non emancipò nè punto nè poco gli schiavi del patrimonio in Sicilia; e, quel ch'è peggio, talvolta ne donò altrui;[311] fece perseguitare e minacciare di gastighi severissimi que' che fuggivano o si nascondeano in altri poderi;[312] ed è manifesto ch'ei lasciasse non uno nè pochi schiavi, ma torme intere, e che diciannove successori suoi nel pontificato li mantenessero sotto l'abominevole giogo, poichè ottanta e più anni dopo la morte di San Gregorio gli schiavi erano gran parte della ricchezza della Santa Sede. E veramente sappiamo che Giustiniano Secondo, per far cosa grata a papa Conone, gli rimetteva (686) “la famiglia” del patrimonio di Sicilia e di Calabria, ch'era tenuta in pegno per debiti verso il fisco;[313] la qual famiglia non può significare altro che schiavi, poichè si staggiva come gli armenti, e poichè la legge fiscale permettea di prendere gli schiavi[314] ai debitori, e non pretendea nulla da' lor coloni.[315]
Il tardo rivolgimento sociale che in dieci secoli avea fatto men disuguali le condizioni delle persone, mutò anche un poco la proporzione delle possessioni territoriali. Due movimenti contrarii operavano in ciò. Tendea l'uno ad agglomerare: e nascea dal decadimento generale; dalla menomata popolazione; dalla rovina dei proprietarii minori, che non potean durare le gravezze e molestie del fisco; dalla iniqua industria dei ricchi che si pigliavano i rottami di cotesti naufragi, dopo averli affrettato con le usure; dai lasciti alle chiese, che si moltiplicarono in Sicilia ai tempi di San Gregorio; e infine dall'avaro dispotismo, il quale aumentava a dismisura il patrimonio imperiale con le confiscazioni. All'incontro portavano a spicciolare le proprietà, la legge romana su le successioni, e l'utile pratica di dare in proprietà ai coloni le terre che coltivassero, e mutare il tributo personale in canone su la proprietà.[316] L'azienda imperiale avea tentato lo stesso espediente con circostanze alquanto diverse infin dal quarto secolo, quando una parte del patrimonio di Sicilia e di Sardegna fu conceduta in enfiteusi a picciole porzioni insieme con gli schiavi,[317] e poco appresso si accordò ai domini utili di quei poderi la franchigia dalle tasse straordinarie, come la godeano i beni tutti del patrimonio.[318] Qual dei due movimenti prevalesse, sarebbe difficile a provare. Nondimeno nei soli ricordi che abbiamo, che sono dei tempi di San Gregorio, veggiam lasciati a chiese o monasteri di Sicilia i beni di piccioli proprietarii; e par assurdo a supporre che non ve ne fossero molti altri nell'isola.[319]
Più oscure e scarse notizie possiamo spigolare intorno l'industria del paese. Il sol fatto che mi sembri certo è che i latifondi non addetti a pascolo si coltivassero a picciole porzioni, e che perciò la cultura in grande fosse finita con la dominazione romana che l'avea recato nell'isola.[320] Principal prodotto del suolo fu sempre il grano.[321] In secondo par che venisse la cultura della vite.[322] Quella dell'ulivo, che ai tempi greci avea arricchito gli Agrigentini, sembra abbandonata, e tornato di fatto agli abitatori dell'Affrica propria il privilegio di fornir l'olio d'ulivo all'Italia e ad altre nazioni occidentali. Perocchè si ritrae che, quando gli Affricani pagaron le prime taglie ai vincitori musulmani, il capitano Abd-Allah-ibn-Sa'd, vedendosi recare un mucchio di monete d'oro, domandava a un cittadino come le guadagnassero, e quegli, postosi a cercare intorno, e trovata un'uliva: “Ecco donde le caviamo,” disse ad Abd-Allah; “i Romani non hanno ulivi, e comperano l'olio nostro con quest'oro.”[323] La denominazione di Romani, che qui significa abitatori d'Italia, è da estendersi nel presente caso anco alla Sicilia; sapendosi che vi si importava olio d'Affrica nel nono secolo, nell'undecimo, e fino al duodecimo.[324] Certo egli è poi che la Sicilia nei principii del nono secolo avea frequenti commerci con lo stato degli Aghlabiti, e che parecchi mercatanti musulmani stanziavano nell'isola.[325]
Se questi particolari provano che non fosse spenta al tutto la industria in Sicilia, non mancò al certo per lo governo bizantino. Quell'ingordigia fiscale che spogliò l'Impero prima che il facessero i Barbari, non risparmiò le tre isole italiane poste sotto un solo amministratore, che si chiamò il razionale delle Tre Provincie. Noi le veggiamo sottomesse al sistema generale d'azienda: il tributo diretto su le proprietà e su le persone; le gabelle su le merci e su le industrie; le aggiunte straordinarie alla prima gravezza, o, come chiamavanle, le superindizioni; le leve di soldati che si compensavano in danaro; le leve de' marinaj; infine le estorsioni degli officiali onde si raddoppiava il peso: delle quali maladizioni tutte abbiamo più o meno qualche vestigio nelle memorie della Sicilia.[326] I Goti nel breve dominio loro fecero un novello censimento delle proprietà; rimessero debiti e tasse straordinarie.[327] Tornaron tutti i mali con la signoria bizantina; sì che alla fine del sesto secolo il fisco in Corsica obbligava i debitori a vendere i proprii figliuoli; in Sardegna il giudice avea posto una taglia sul battesimo; e in Sicilia un officiale subalterno staggiva ad arbitrio le possessioni: e ci vorrebbe un volume, scrivea San Gregorio, a divisar tutte le iniquità che ho risaputo di costui.[328] Non pochi imperatori a volta a volta esacerbaron cotesti mali, come abbiam detto di Costanzo e di Leone Isaurico, che aumentò d'un terzo la tassa diretta in Sicilia e in Calabria (a. 733) per punire que' popoli della propensione al culto delle imagini, e della gioia che provavano a veder fallire gli sforzi suoi contro l'Italia di mezzo.[329]
Risalendo dal popolo al governo, e lasciati da canto gli altri ordini subalterni, che poco montano[330] e non differivano da quei delle altre provincie, dirò solo dei corpi municipali, elemento di governo proprio del paese, conservato come inoffensivo e comodo strumento d'amministrazione, e sopravvissuto alla dominazione che sì lo spregiava. Le municipalità della Sicilia, avanzo delle repubbliche greche, nei primi tempi che seguirono il conquisto romano, ebbero condizioni disuguali secondo la importanza delle città e i rapporti che avean tenuto con Roma nelle precedenti guerre. Indi ne veggiamo tre maniere: confederate, immuni e vettigali; alle quali poi se ne aggiunse una quarta, che eran le colonie romane: e la differenza principale stava nella gravezza e nome dei tributi che fornivano a Roma. Viveano del resto un po' più o un po' meno largamente, secondo le proprie leggi, e sotto i proprii magistrati, che ritennero le antiche appellazioni, dove greche, di Proagori, Gerapoli, Anfipoli; dove latine, di Quinqueprimi, Decemprimi, e anche di Senati per antica o novella influenza di quel linguaggio. E dissi proprii magistrati, perchè li eleggeano i cittadini, que', s'intenda, delle famiglie privilegiate per ricchezza e antico soggiorno; il qual dritto di suffragio spesso diè luogo a contese e indi a provvedimenti del governo romano che modificava a poco a poco gli antichi statuti e li tirava a uniformità.[331] La decadenza poi delle cittadi e l'accentramento della potestà politica, par che ragguagliassero al tutto la condizione dei municipii siciliani, e certamente mutilarono l'autorità loro. Dopo Costantino, questa era già ristretta a una giurisdizione civile, forse non dissimile da quella de' conciliatori o giudici di pace dei tempi nostri,[332] alle cure edilizie, e all'ingrato officio di scompartire tra i cittadini il peso delle tasse dirette, delle quali l'erario richiedeva, o per servirci della voce tecnica d'allora, indicea la somma ai municipii, e questi la suddivideano in quote personali secondo i catasti e con l'arbitrio che necessariamente v'entrò, sendo la contribuzione diretta non solo fondiaria ma anco testatica. La gravità del quale officio portò ad affidarlo non ai magistrati municipali propriamente detti, ma alla curia, come chiamossi, ch'era senza dubbio il corpo degli elettori alle cariche municipali:[333] infelici privilegiati, disposti forse ad abusare il dritto loro a danno delle classi povere, ma condannati a pagar caro l'abuso. Perocchè, dovendo sopperire del proprio le quote che non si potessero riscuotere, furono oppressi da così fatto peso, tra la insaziabile avarizia del governo e la universale decadenza che facea abbandonare le terre. Indi, come ognun sa, i decurioni fuggivano il tristo onore; si facean soldati, preti, romiti; e il governo, mettendo tra parentesi quell'ardente e intollerante suo zelo religioso, li facea strappare dall'altare e dal chiostro, e ricondurre per forza a lor sedie curuli.[334] Così la necessità del fisco portò a mantenere l'ordine fondamentale delle municipalità. Rinforzolle un altro provvedimento, nato sotto l'infausto regno di Valentino dai soprusi della burocrazia. Dico della istituzione dei difensori eletti dalla plebe: ombra di tribunato, o a dire propriamente, avvocati del popolo, che avean dritto a essere intesi dai giudici, dai governatori e dal principe; il quale officio poi si accordò anche all'ordine ecclesiastico; e, occupato infine dai vescovi, accrebbe non poco la loro potenza civile in Occidente. Molti documenti provano che così fatto sistema municipale fosse pienamente osservato in Sicilia, e ci mostrano in varie città i titoli di possessori e curiali, di padri e primi e decemprimi, e di difensori; cioè gli elettori, gli antichi magistrati municipali e il nuovo officio: ai quali collettivamente son indirizzati rescritti dei principi per negozii di giurisdizione municipale. Inoltre un rescritto imperiale, dato alla fine del quarto secolo, attesta che le città di Sicilia, siccome quelle d'altre provincie, ritenessero i beni lor proprii. E come in appresso non v'ha legge che abbia innovato quegli ordini, e li veggiamo andare innanzi bene o male per ogni luogo, non è dubbio che le instituzioni municipali durassero nell'isola fino al conquisto dei Musulmani.[335]
Dai corpi intermedii rivolgendoci al principato, non possiam fare che un cenno del sistema generale dell'Impero. Questo, come ognun sa, riteneva i vizii non la forza dell'antico reggimento dei Cesari, spogliato d'ogni avanzo di libertà e contigiato all'asiatica; assicurato dalla compiuta separazione dell'ordine militare dal civile; dalla vastità di quest'ultimo; e infine dall'accordo che Costantino iniziò, e compierono i successori, accordo col clero cristiano che prestò all'Impero il pastorale, e n'ebbe in cambio l'aiuto della borsa e della spada. Il qual congegno di corruzioni, ch'è servito poi di modello a tutti i despoti dell'Europa da Teodorico infino ai giorni nostri, non bastando a resistere all'impeto dei liberi popoli settentrionali, nè poi degli Arabi, e sendo ormai l'Impero scorciato e aperto d'ogni dove agli assalti, convenne riformare alla meglio le divisioni territoriali, e rinforzare l'autorità dei governatori. Smesse perciò le suddivisioni amministrative in prefetture, diocesi e provincie, che furon già convenienti al mondo romano, il principato bizantino, verso l'ottavo secolo, modestamente si scompartì in ventinove temi, come li dissero con voce nuova: divisione militare che si confuse con la civile, affidandosi entrambi i poteri a unica mano. La Sicilia, la quale ai tempi di Costantino si noverava tra le diciassette provincie d'una delle tre diocesi soggette al Prefetto del Pretorio, diè nome adesso a un tema, in cui andaron comprese anco la Calabria, la città di Napoli e costiera.[336] Il governatore dell'isola, che dopo Costantino avea avuto titolo di Correttore e talvolta di Consolare, poi sotto i Goti di Conte di Siracusa, ripigliò ai tempi di Giustiniano l'antica denominazione di Pretore, e infine fu detto Stratego, novello nome militare, e chiamossi patrizio, quando ei d'altronde avea tal dignità.[337]
Il fatto statistico che sovrasta a ogni altro, e che spiega dassè solo tutta la povera storia della Sicilia bizantina, è la qualità delle forze militari raccolte nell'isola. Nella decadenza di quel tempo gli eserciti ogni dì più che l'altro diveniano bande di mercenarii. L'Impero, come aggregato fattizio di varie genti tenute insieme dall'abitudine, dalla religione e dalla forza, non potea spirare ormai ai soldati l'amore d'una patria, sepolta tanti secoli innanzi. A ciò s'aggiunga che la popolazione della Grecia, cuor dell'Impero, la progenie di que' forti che avean vinto il mondo sotto Alessandro, ora, infeminita nelle industrie e nella superstizione, rifuggiva dalle armi; lasciavale prendere ai Barbari o agli abitatori delle frontiere, ed ella si riscattava con danari dal servigio militare. Il disordine dell'azienda allentava ancora i legami che debbono stringere il soldato al paese; perocchè le entrate pubbliche, menomate insieme col territorio e con la prosperità dei popoli, dilapidate dai ministri, consumate per soddisfare all'orgoglio e spesare i misfatti del principe, non più bastando al mantenimento degli eserciti, vi si trovò un comodo e pericoloso rimedio. Già fin dal quarto secolo veggiamo che i terreni soliti a distribuirsi ai veterani si dessero col carico di far militare i figliuoli.[338] Poscia, aumentandosi le strettezze dello erario e la mollezza dei popoli, e scemando il pregio della proprietà fondiaria, s'ebbe ricorso più sovente a cotesti beneficii militari, e ne fu alterata l'indole. In vece di proprietà ai veterani, accordossi l'usufrutto ai soldati in attuale servigio, e s'affidò l'amministrazione ai capitani loro. Le terre al certo si toglieano dal patrimonio imperiale, impinguato a furia di confiscazioni; e talvolta, senza aspettare la incorporazione, si dava ai soldati il godimento dei beni mobili o stabili staggiti ai debitori del fisco. Così avvenne che pagandosi malvolentieri dal papa le tasse su i patrimonii di Calabria e di Sicilia, gli fu presa anco la famiglia di que' poderi, e data in pegno ai soldati, dice il cronista,[339] cioè conceduto loro l'usufrutto degli schiavi, che poi il crudele Giustiniano Secondo rilasciò gratuitamente al papa (686-7).
Il numero dei beneficii militari tanto andò crescendo, che nei principii del decimo secolo la più parte dell'esercito era mantenuta in tal guisa. I capitani intanto s'erano dati ad alienar le terre; a frodare lo Stato, facendo comparir nelle file paltonieri condotti a poco prezzo, in vece d'uomini usi alle armi: donde qual maraviglia, sclamava l'imperatore Costantino Porfirogenito vietando ansiosamente così fatte magagne, qual maraviglia se la repubblica così tosto è ita a precipizio?[340] Ma la viltà dei soldati non sembra il solo inconveniente del beneficio bizantino: forma di amministrazione militare scompagnata da un ordinamento sociale che le desse alcuna virtù, come avvenne nei feudi germanici e nei giund arabici. Il beneficio bizantino mutava i guerrieri dell'Impero in famigliari temporanei dei capitani; cioè peggio che vassalli feudali o socii di tribù; non contrappeso al dispotismo, ma pessimo strumento da fare e disfare despoti; non milizie capaci di abituarsi ad alcuna carità verso le provincie ove stanziavano, ma stranieri sempre rinnovati e disposti ad opprimerle con fresca ingordigia. In fine, la debolezza di tal genía di mercenarii costrinse gli imperatori a condurre con grossi stipendii schiere di veri soldati di ventura, che almeno sapessero menar le mani.
Sola eccezione tra la corrotta milizia fu il navilio, come affidato a quella classe della popolazione greca e italica, cui l'aspra vita del mare non avea lasciato agio a guastarsi. Mercè cotesta buona schiatta il navilio bizantino mantenne infino al duodecimo secolo la disciplina; avvantaggiossi sopra le altre genti per la pratica del navigare e il maneggio degli ordegni di guerra; rinnovò spesso gli esempii dell'antica virtù, e ne lasciò eredi le repubbliche italiane del Tirreno e dell'Adriatico, e la monarchia di Sicilia. Componendosi l'armata bizantina di due parti, imperiale, cioè, e provinciale, la virtù di quest'ultima fu rinforzata dalla carità del municipio, ch'era ormai la sola patria. Indi ebbero tanto valore fin dall'ottavo secolo il navilio di Venezia e quel di Napoli, città quasi independenti; e par che anco si segnalasse nelle fazioni di cui abbiamo ricordo il navilio siciliano, ancorchè spesso confuso dai cronisti con quello dell'Impero.[341]
Or divenuta la Sicilia, infin dal settimo secolo, come baluardo occidentale dell'Impero e fortezza avanzata oltre la frontiera in mezzo a due potenti nemici, i principi bizantini necessariamente vi posero grosso presidio della milizia che abbiamo descritto, e necessariamente dettero larga autorità militare, civile e anco politica al capitano supremo del presidio, o vogliam chiamarlo stratego dell'isola. E perchè coteste armi straniere soverchiavano la sola forza propria del paese, ch'era il navilio provinciale, il popol siciliano non partecipò alle vicende che succedeano nella sua terra, altrimenti che come spettatore o vittima: fece plauso, maledisse, pianse, e non si mosse. Indi veggiamo dopo la raccontata sollevazione militare del seicentosessantotto, l'esercito di Sicilia provarsi tre fiate nel corso di un secolo a dare un despota all'Impero. La prima quando, stretta Costantinopoli dalle armi del califo, Sergio stratego di Sicilia fe' gridare imperatore un Tiberio, che presto fu spento per la virtù e fortuna di Leone Isaurico; il quale mandava a Siracusa Paolo suo fidato ministro: e questi svolgea gli officiali dell'esercito e l'armata di Sicilia; costringea Sergio a rifuggirsi appo i Longobardi; troncava il capo a Tiberio; ad altri il naso, per ignominia, o mozzava i capelli; altri vergheggiava o bandía; perdonava ai rimagnenti; e così ponea fine (718) al pericoloso moto.[342] Meno agevole a reprimere il secondo, che scoppiò mentre la corte era agitata dall'ambizione della ortodossa e snaturata Irene. Elpidio, uom d'alto affare, mandato al governo di Sicilia (781), per allontanarlo dalla reggia, e colpito indi a poco d'una accusa di maestà, cioè di resistere alla usurpazione d'Irene, cercò salvezza nella aperta ribellione. Aiutandolo il malcontento dei Siciliani e del presidio, prese titolo e insegne d'imperatore, e combattè le forze che veniano di Costantinopoli ad opprimerlo: se non che, vinto in parecchi scontri, si fuggì col tesoro pubblico in Affrica (782); ov'ebbe onori da principe,[343] e le croniche musulmane cel mostrano dodici anni appresso guerreggiante in Asia Minore contro i Greci, sotto i vessilli del califo.[344] La terza rivolta militare portò in Sicilia la dominazione musulmana per opera di un altro condottiero che seguì lo esempio d'Elpidio.