La prepotente massa della soldatesca fu cagione altresì che il movimento scoppiato contro gli imperatori iconoclasti nell'Italia di mezzo non si comunicasse alla Sicilia; ancorchè i popoli quivi non meno tenacemente aderissero alle dottrine di Roma, e al culto delle immagini. Anzi nei principii dell'ottavo secolo, prima che s'intendesse parlare degli Iconoclasti, s'era suscitato in Sicilia un nuovo bollore di zelo religioso, che movea dai monasteri comunicanti col clero dell'Italia centrale, e che scoppiò in Catania per provocazioni locali; forse invidia contro gli Ebrei, quivi ricchi e potenti.[345] Levò grido in quest'incontro (725) il vescovo della città, San Leone da Ravenna, detto il Taumaturgo pei molti miracoli che gli si apposero; e tra gli altri d'avere arso vivo un miscredente, tenendol fitto sul rogo con le proprie braccia, senza pur abbronzarsi le vestimenta. Dell'auto-da-fè, sventuratamente, non può dubitarsi; poichè San Giuseppe Innografo, che visse nel corso di quel secolo, ne lodava a suo modo il Taumaturgo. Oltre la tradizione dell'Innografo, se ne serbò un'altra, che con l'andare dei tempi s'accrebbe di novelle puerili, ma pur vi si scoprono le radici del mito; cioè un'ultima distruzione di monumenti dell'antichità pagana, e la persecuzione di qualche valentuomo che si allontanasse dalle superstizioni comuni: Eliodoro, come si chiamò quella vittima, nobile uomo, candidato una volta alla sede vescovile, poi molesto nemico di San Leone, e fattosi per ambizione discepolo degli Ebrei, negromante e fabbro di idoli.[346] Dopo il conquisto normanno, i frati di Catania lavoraron tanto su quelle fole, che si trovò infine una fattura del mago, un elefante di lava, ch'oggi adorna la piazza della cattedrale: e il popolo puntualmente lo chiama col nome un po' guasto di Diotro.[347] L'elefante d'Eliodoro fin dai principii del decimottavo secolo regge su la schiena un monumento più prezioso, dissepolto dalle rovine de' tremuoti, un picciol obelisco di granito, ottagono, inciso a caratteri geroglifici, recato al certo d'Egitto sotto la dominazione romana; il quale, con emblemi tanto sospetti, non so come campasse dalle mani di San Leone.

Or noi mal possiamo raffigurar nella mente quale tempesta abbia dovuto suscitare in Sicilia, in quella stagione di roghi e di miracoli, lo editto di Leone Isaurico contro le immagini (726). I Siciliani non dissimularono. Affrontaron dapprima la collera di Leone; la quale si sfogò, com'abbiam detto (733), con aggravare i tributi sopra di loro e sopra i Calabresi, che vivevano a un di presso nelle medesime condizioni. Affrontarono indi i supplizii di Costantino Copronimo; chè ci rimangono i nomi delle vittime più cospicue: un Antioco governatore di Sicilia, il quale si vede tra gli ortodossi indegnamente insultati e straziati (766) nell'ippodromo di Costantinopoli;[348] e San Giacomo vescovo di Catania, fatto morir di fame e di sete (772) in quella persecuzione.[349] Ai tempi di Michele il Balbo e di Teofilo, il sapiente Metodio da Siracusa fu lacerato a battiture; infrantegli le mascelle; sepolto per sette anni in un carcere sotterraneo con due masnadieri, un de' quali venuto a morte lasciarono putrefare accanto ai vivi il cadavere (821-836).[350] Giuseppe l'Innografo (820) andò relegato in Creta, e venti anni appresso, in fondo delle Paludi Meotidi.[351] Del rimanente non nacque alcun tumulto nell'isola; poichè il numero dei soldati e delle fortezze vi s'aumentò in questo tempo,[352] non tanto forse per la paura dei Musulmani, quanto degli ortodossi; e poichè i beni confiscati sopra costoro erano argomento da render più che mai leale e iconoclasta il presidio. Il popolo fremendo e sopportando, tirò innanzi più d'un secolo; finchè non piacque agli imperatori di ristorare le immagini: e l'impeto col quale e' festeggiò questo avvenimento,[353] mostra che non fosse rattiepidita in Sicilia l'opinione cattolica. Ma ben lo era ogni zelo per la chiesa di Roma. Si dissipò in silenzio senza lasciar vestigio, come prima gli imperatori[354] confiscarono il patrimonio papale in Sicilia (733), e condussero i vescovi dell'isola, senza far loro troppa forza, a spiccarsi dal primate ribelle, accettare la istituzione d'un arcivescovo, forse metropolitano, nell'isola, e ubbidire al patriarca di Costantinopoli.[355] I quali provvedimenti, presi per vendetta, furono mantenuti per necessità, quando si compose una prima (780) e una seconda volta (842) la lite delle immagini. E veramente il papa occupava in Italia tanti territorii tolti direttamente o indirettamente all'impero bizantino, che a cento doppii compensavano i poderi confiscatigli in Sicilia e in Calabria. Oltre a ciò, cotesti poderi, dati senza dubbio ai soldati, non si potean ritogliere sol che si volesse. Molto meno potea la corte di Costantinopoli rendere ai papi la giurisdizione disciplinare su la Sicilia, cioè una salda catena da tirare il paese alla dominazione dei Franchi. Però i papi invano dissero ch'era mestieri di quelle entrate per accendere i moccolini a San Pietro, e invano ridomandarono la giurisdizione, finchè il conquisto degli Arabi tolse luogo a ogni querela.[356]

Dal detto fin qui si vede che per due secoli non occorsero in Sicilia altre vicende che quelle d'una piazza di guerra, ove la popolazione fosse un nulla rispetto al presidio. Perciò anche la Sicilia servì di confino per casi di maestà; chè, oltre gli esempii d'un principe arabo relegatovi nel sesto secolo,[357] e d'una principessa longobarda tenutavi in ostaggio nel secol seguente,[358] sappiamo che Costantino Quinto imperatore, tramando di ripigliare lo Stato (790), avesse disegnato di farvi deportare Irene. E costei, alla sua volta, rassodatasi nella usurpazione, mandava nell'isola, il figliuolo no, che le parve più sicuro partito di accecarlo e tenerlo prigione nel palagio, ma i cortigiani più intinti nella pratica.[359] Non guari dopo (793). erano sbalzati in Sicilia, come dicemmo, da mille pretoriani, scritto pria loro in fronte a caratteri indelebili “Armeno ribelle.”[360] È notevole che narrando questi casi il cronista Teofane ricordi la Sicilia come l'estrema provincia, o diremmo noi, la Siberia dell'Impero. E a tale in vero era condotta; se non che il sole, la fertilità del terreno e la postura in mezzo il Mediterraneo, non si poteano confiscare dai despoti. Sopravvivea con ciò tra quella gente greca e latina dell'isola alcuno effetto di civiltà: avanzi di industrie e commerci, com'abbiam detto; studii ecclesiastici, di che anche s'è fatta menzione; pittura, che vedremo esercitata da soli chierici verso la fine del nono secolo; architettura;[361] e infine le materiali delicatezze della vita, che non mancano nei tempi di decadenza. Ma gli studii, ristretti al clero regolare e secolare, non servian che di ausiliarii alla superstizione; la morale insegnata dal clero, traviante lungi assai dai semplici dettami del Vangelo e intento ai proprii interessi e ghiribizzi teologici, turbava le coscienze senza correggere i costumi nè pubblici nè privati; il sentimento della dignità umana, che solo può mantenere i buoni costumi, era soffocato necessariamente in un popolo il cui intelletto gemea tra i ceppi dei frati e dello imperatore, e il corpo sotto la sferza dell'imperatore e dei soldati. In una parola, la Sicilia era divenuta dentro e fuori bizantina; ammorbata dalla tisi d'un impero in decadenza; sì che, contemplando le misere condizioni sue, non può rincrescerci il conquisto musulmano che la scosse e rinnovò.

CAPITOLO X.

Nell'ultimo secolo della dominazione bizantina in Sicilia, furono notevoli le pratiche diplomatiche dei governatori dell'isola coi principi aglabiti. S'era parlato di tregua tra la Sicilia e l'Affrica fin dal cominciamento della eresia iconoclastica; quando Leone Isaurico volea le mani libere a reprimere i popoli dell'isola, e operare da quella su la terraferma. Stipulato un patto, com'e' pare, il settecentoventotto; i Musulmani non tardarono a infrangerlo[362] per usare le difficoltà nelle quali si travagliava il governo bizantino; tanto che pensarono di soggiogare la Sicilia, come s'è detto. I forti armamenti poi dell'isola e le divisioni dei Musulmani d'Affrica, valsero più che i trattati a mantenere la pace; finchè, surto Ibrahim-ibn-Aghlab con quei suoi intendimenti di ordine pubblico, tornò al partito degli accordi scritti, pei quali meglio si favoriva il commercio, e con quello l'azienda dello stato, assicurando le persone dei mercatanti che d'Affrica andassero a soggiornare in Sicilia o al contrario. Pertanto, dell'ottocentocinque, Ibrahim fermava tregua per dieci anni con Costantino patrizio di Sicilia. Ma nè anco questa si mantenne; perocchè, succeduti varii movimenti contro Ibrahim e in particolare a Tunis e a Tripoli, e sendo soggetta l'Affrica occidentale alla dinastia degli Edrisiti, independente dai califi e dai governatori di casa d'Aghlab, e però non legata dai patti internazionali loro,[363] avvenne che dalla costiera uscissero navi musulmane addosso ai Cristiani delle isole. Ne mandava anco la Spagna, che obbediva ad altra dinastia. Così la Sardegna e la Corsica furono assalite or dagli Affricani or dalli Spagnuoli (806-821); ancorchè i Musulmani sovente facessero mala prova, non potendo congiugnere le armi loro per la nimistà ch'era tra Omeîadi, Edrisiti e Aghlabiti, e dovendo combattere contro povera e fiera gente, e contro le forze navali italiane, che a quando a quando vi mandava Carlomagno.[364] Così anco furono infestati, com'e'pare, dai sudditi degli Edrisiti, i territorii che ubbidivano al patrizio di Sicilia.

Ma succeduto a Ibrahim il figliuolo Abu-'l-Abbâs, inaugurò la esaltazione con uno strepitoso armamento navale; gli appresti del quale non poteano rimanere occulti ai mercatanti cristiani d'Affrica, che solean dare avvisi in Sicilia. Dondechè, temendo per l'isola, Michele Primo imperatore spacciava da Costantinopoli parecchi spatarii ed un patrizio; il quale chiese invano rinforzi di navi ad Antimo duca di Napoli, ma n'ebbe da Amalfi e da Gaeta; talchè, con le navi di Sicilia, raccozzò un'armata da poter tenere in rispetto i Musulmani.[365] Nel medesimo tempo, Carlomagno inviava Bernardo, figliuolo del figliuol suo Pipino, e un cugin suo per nome Walla, a capitanare l'esercito nel reame d'Italia, che si credea minacciato dall'armamento affricano e alsì dalli Spagnuoli. E veramente costoro riassaltavano (812-813) la Corsica; sconfitti al ritorno presso Majorca dal conte d'Ampurias, rifaceano l'armata; sbarcavano, dicono gli annali cristiani,[366] a Nizza, indi a Civitavecchia. Intanto l'armata aghlabita, che sommava a cento legni o barche, navigando alla volta di Sardegna, nel giugno ottocento tredici era stata pressochè distrutta da una fortuna di mare, alla quale non furono abili a reggere que' piccioli scafi, mal costrutti, mal governati e sopraccarichi di cavalli. E perchè gli uomini si studiano a scusare la incapacità loro con gli effetti di forze superiori, narravano i campati al naufragio, e pochi mesi appresso il ripeteano in Sicilia i legati musulmani, che una voragine apertasi in mare avesse tranghiottito l'armata. Confermavan cotesto annunzio lettere d'un cristiano d'Affrica al patrizio di Sicilia; aggiugnendo essere accaduto appunto il naufragio, quando sfolgorò in cielo una meteora, che dalle lor parole sembra essere stata osservata in varii punti del Mediterraneo.[367]

Non ostante il raccontato disastro, i Musulmani infestaron tutta la state le nostre isole minori. Approdarono a Lampedusa con tredici legni; oppressero sette legni sottili mandativi dal patrizio di Sicilia ad esplorare, e uccisero le ciurme; se non che, venuto il grosso dell'armata bizantina, furono a lor volta sopraffatti i Musulmani, e passati a fil di spada. Di mezz'agosto poi, con quaranta legni saccheggiavano Ponza; indi Ischia per tre dì; e si ritraeano con grossa preda di prodotti agrarii, frati e altri prigioni, uccidendo i proprii cavalli[368] per dar luogo su le barche al bottino. Forse fu questa l'armatetta che si spinse infino a Civitavecchia; e forse erano Spagnuoli ovvero gente di Telemsen, sudditi degli Edrisiti; perocchè Abu-'l-Abbas-ibn-Aghlab, mandava tantosto ambasciatori a Gregorio patrizio di Sicilia a confermare la tregua; nè dal ragguaglio di tal missione sembra che gli Aghlabiti avessero a discolparsi delle recenti scorrerie. Sappiamo all'incontro che i legati, scusandosi degli atti ostili commessi sopra la Sicilia nello spazio di dieci anni, allegavano vicende interiori le quali convengono solamente alla dinastia edrisita.[369] Aggiugneano non volersi rendere mallevadori delli Spagnuoli, i quali non ubbidiano a loro; ond'essi lasciavan libero a chiunque di combatterli, e volentieri anco avrebbero aiutato a scacciarli dalle terre cristiane. Gli ambasciatori stessi, mentre veniano in Sicilia sopra navi veneziane, imbattutisi in alquanti legni spagnuoli, aveano stigato i Veneziani ad arderli; e vantavansi di avervi messo le mani e' medesimi.[370] Certo gli è dunque che gli Omeîadi di Spagna non entrarono nel patto col patrizio di Sicilia. Pare all'incontro che fosservi inclusi gli Edrisiti; e che ambasciatori loro fossero venuti insieme con quei di casa d'Aghlab.

Il patto portava tregua per dieci anni, scambio dei prigioni, e sicurtà ai mercatanti musulmani che potessero andare d'Affrica in Sicilia e soggiornarvi per loro negozii; e volendo tornarsi a casa, non fosse lecito di ritenerli. La quale sicurtà fu senza dubbio reciproca a pro dei Siciliani che mercatavano in Affrica. Il patrizio rese immantinenti i prigioni musulmani; mandò un segretario Teopisto a ripigliare i cristiani, e procacciare la ratificazione del trattato: il quale in fatti fu promulgato solennemente nella Dieta dei notabili a Kairewân, come afferma uno scrittore arabo testimone oculare di quell'adunanza, dal quale sappiamo il capitolo commerciale testè ricordato.[371] Gli altri particolari delle pratiche e sì delle scorrerie, si ritraggono da una epistola di papa Leone Terzo a Carlomagno, data l'undici novembre dell'ottocentotredici; importantissimo documento per più rispetti. Cotesto ragguaglio tuttavia mostra che il nunzio romano in Sicilia ebbe a superare, non solo la diffidenza che spirava al patrizio ogni uom del papa, ma alsì la difficoltà della interpretazione per due lingue diverse, dall'arabo, cioè, degli ambasciatori musulmani nel greco che si parlava in Sicilia, e dal greco nel tristo latino che il papa scriveva a Carlomagno.

Il nunzio viaggiando da Siracusa a Roma, all'entrar di novembre seppe che sette navi di Mori, credo pirati o gente di Spagna, avessero testè disertato una picciola terra presso Reggio.[372] Par che la infestagione delle Calabrie fosse cominciata fin dalla state di quell'anno o rinnovata nei seguenti, poichè ci si narra che San Fantino da Siracusa, taumaturgo del quarto secolo, vivuto da solitario in Calabria, apparve un dì, ventiquattro luglio, tra i turbini e le folgori su la spiaggia di Seminara per affondare una nave musulmana venuta a corseggiare in quelle parti. E tal miracolo, di cui si dicono testimonii i Musulmani che camparono dal naufragio, va riferito ai tempi di Leone l'Armeno (813-820), poichè un buon vescovo calabrese, autore della leggenda, aggiugne che sendo stato poscia mandato a Costantinopoli dal prefetto di Sicilia per negozii appartenenti alla provincia, l'anno terzo di Leone, San Fantino liberollo prima da una tempesta nell'Adriatico, e poi dalla collera dell'eretico imperatore.[373]

In fine la Sicilia ebbe a soffrire una incursione, della quale sappiam solo che seguì nel dugentoquattro dell'egira (27 giugno 819, a' 15 giugno 820); che capitanò la impresa Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, cugin germano del principe aghlabita Ziadet-Allah; e che i Musulmani, fatti moltissimi prigioni nell'isola, se ne tornarono in Affrica.[374] Pare indi rappresaglia, o sfogo di rabbia religiosa sotto specie di rappresaglia; poichè s'è visto che Ziadet-Allah, nei principii del regno diè favore alla fazione dei giuristi, che è a dire, al fanatismo musulmano. Del rimanente, chi primo violasse la tregua noi l'ignoriamo, nè appunto il sapean essi, non essendosi mai osservati strettamente i patti tra i due governi d'Affrica e di Sicilia, dispotici entrambi, avari e disordinati; e tra le due nazioni, che s'abborrivano per amor di Dio, ma il commercio le tirava ad usare insieme. Questo pure è certo, che tali atti d'ostilità non arrivarono al segno di tentarsi il conquisto della Sicilia innanzi l'ottocentoventisette, com'altri ha scritto sopra vaghe tradizioni.