. accadde che Michele, dicendo forse da senno a Ireneo maestro del palagio “Mi rallegro teco; la Sicilia s'è ribellata!” que' gli replicò: “Strana contentezza è questa, o signore;” e volto a un altro cortigiano gli sufolò all'orecchio tre versi: “Ecco il primo disastro che dovea succedere, preso lo stato dal dragone di Babilonia, balbuziente e amantissimo dell'oro.”[393] Dopo ciò, Simone racconta il primo sbarco dei Musulmani in Creta (822?).

La compilazione imperiale, senza segnar data precisa, dà un sincronismo diverso al fatto di Sicilia, portandolo insieme con l'impresa di Orifa nell'Arcipelago (825?). “Tra coteste vicende, dice la compilazione, Eufemio turmarca di milizie[394] in Sicilia, invaghito di una donzella che vivea nel chiostro, e che portava da lungo tempo l'abito monastico, avea cerco ancor da lungo tempo di soddisfare all'amor suo, prendendola in moglie: chè l'esempio non era lontano, nè potea parer cosa illecita nè brutta, quando poc'anzi l'avea praticato lo stesso imperatore Michele. Pertanto Eufemio, rapita la vergine dal monistero, portossela, riluttante, a casa.”[395] I fratelli di lei se ne richiamavano allo imperatore; e questi ingiungeva allo stratego di Sicilia che, sendo vero il misfatto, si mozzasse il naso al rapitore, secondo il rigor delle leggi.[396] Ma Eufemio, risaputo il pericolo, ordiva una cospirazione coi proprii soldati e con altri turmarchi compagni suoi;[397] e, sottrattosi allo stratego che andava per punirlo, rifuggissi appo il miramolino[398] d'Affrica; promettendo che gli darebbe la Sicilia e pagherebbegli largo tributo, s'ei gli concedesse di prender nome e insegne d'imperatore, e lo aiutasse di genti. Il barbaro principe accettava il partito, e s'insignoriva dell'isola, col favore d'Eufemio non solo, ma sì degli altri che avean messo mano con lui alla ribellione. Pervenuto a salti, come ognun se n'accorge, alla irruzione dei Musulmani in Sicilia, il cronista palatino esce di briga con additare ai lettori Teognosto; nè si sofferma che per raccontare un altro episodio drammatico: la uccisione di Eufemio.[399] Parlando dello stratego di Sicilia in quel tempo, ei non ne dà il nome; ma più sopra, nel racconto della guerra di Creta, avea detto che Michele il Balbo affidò il governo della Sicilia a Fotino protospatario e capitano d'Oriente, per racconsolarlo della sventura incontrata in quell'altr'isola (825), ove, mandato contro i Musulmani con grosso esercito, i suoi avean toccato una rotta ed ei se n'era fuggito, come pare, senza combattere.[400] Questo Fotino era bisavolo di Zoe imperatrice, madre del Porfirogenito. E ciò spiega perchè la compilazione imperiale aggravi tanto Eufemio, e non faccia parola dei casi della ribellione, nei quali Fotino par sia stato infelice e codardo quanto in Creta.

Venendo alla tradizione musulmana, che ha sembianze assai più genuine, è da avvertire come noi la tenghiamo da tre scrittori: Ibn-el-Athîr, che visse tra il duodecimo e il decimoterzo secolo; Nowairi, del decimoterzo e decimoquarto; e Ibn-Khaldûn, della fine del decimoquarto stesso: dei quali ho detto abbastanza nella Introduzione. Attinsero i fatti del conquisto di Sicilia ad unica sorgente, ignota a noi; se non che possiamo conghietturare che fosse compilazione fatta in Sicilia o nell'Affrica propria nell'undecimo secolo, sopra ricordi scritti ai tempi medesimi degli eventi, come ormai portava la civiltà dei popoli musulmani. Egli è evidente che Ibn-el-Athîr e Nowairi scorciassero entrambi quella cronica, poichè danno il grosso dei fatti nel medesimo ordine, e sovente con le medesime parole; ma dei particolari chi ne presceglie uno e chi un altro, secondo il genio suo: trovandosi in maggior copia appo Ibn-el-Athîr le cose militari e politiche, ed appo Nowairi gli aneddoti. Quanto ad Ibn-Khaldûn, in questo capitolo abbrevia Ibn-el-Athîr, senz'aggiugnervi una sillaba.

La tradizione musulmana corre nel tenor seguente. L'anno dugento uno dell'egira (816-17) secondo il Nowairi, e dugento undici (826-27) secondo Ibn-el-Athîr, il re dei Rûm prepose alla Sicilia il patrizio Costantino[401] soprannominato il Suda,[402] voce d'origine latina, grecizzata nei bassi tempi, che suona trincea; ed in Creta è nome geografico, noto, com'e' pare, nella guerra dei Musulmani. Il Trincea avendo fatto capitano dei soldati d'armata Eufemio della nazione dei Rûm, uom prode e intraprendente, caporione tra gli ottimati siciliani,[403] costui andò ad osteggiare la costiera d'Affrica; presevi mercatanti, vi fece bottino, e lunga pezza s'intrattenne a infestar que' mari. Poscia riseppe avere il principe commesso al patrizio dell'isola di torgli il comando e punirlo d'una colpa che gli era stata apposta: e datane contezza ai compagni suoi d'arme, li accese a ribellarsi con essolui. Donde, approdata l'armata a Siracusa, si azzuffò con le genti di Costantino, lo ruppe; una schiera, inseguitolo infino a Catania, lo prese e ammazzò; ed Eufemio fu gridato imperatore. Il quale chiamò al governo d'alcuna provincia un de' partigiani suoi, barbaro, dicesi, di nazione alemanna, forse Armeno,[404] per nome Palata,[405] cugino d'un Michele che reggea la città di Palermo; ma i due congiunti, messe insieme loro forze, disdiceano il nome d'Eufemio; movean contr'esso; e vintolo in battaglia, uccisigli mille uomini ed entrati in Siracusa, ei fu costretto a fuggirsi in Affrica con la gente che gli avanzava. Così scrivono di seconda o di terza mano i citati cronisti.[406] Il Riadh-en-nofûs, raccolta di biografie d'Affricani, compilata, come s'è detto nella Introduzione, verso la fine del decimo secolo o nell'undecimo al più tardi, sopra memorie scritte del nono, offre l'addentellato alla riferita tradizione, e dà i nomi di Eufemio e del Palata; se non che esclude il supposto delle incursioni d'Eufemio su la costiera d'Affrica, o almeno porta a credere che fossero esercitate contro i Musulmani di Spagna.[407]

Or i racconti che minutamente abbiamo esposto, messi al cimento dalla critica, lungi dal contraddirsi a vicenda, s'attagliano l'uno all'altro, meglio che non potrebbe aspettarsi in ricordi di origine sì diversa e di una età sì povera di scritti istorici. E prima, il nome del protagonista della rivoluzione siciliana concorda in tutti gli autori: chè se Giovanni diacono il chiama Euthimio, questa voce facilmente si potea confondere con Eufemio nella scrittura, e più nella pronunzia.[408] Convengono alsì tutte le memorie su la ribellione, la sconfitta, la fuga di Eufemio in Affrica: e l'Anonimo salernitano che parrebbe men degno di fede, prova pure essergli pervenuto qualche ragguaglio preciso, narrando la uccisione dello stratego in Catania, che sappiam solo da Ibn-el-Athîr e da Ibn-Khaldûn. Delle nozze con la suora o novizia, non pare nè anco da dubitarsi; se non che questa va tenuta circostanza secondaria, anzi pretesto della persecuzione d'Eufemio; poichè la corte bizantina, al par di ogni altro governo dispotico e bacchettone, avea due misure di morale: l'una larga pei principi e lor fautori, e l'altra rigorosa e intollerante, adoperata quando ci entrava di mezzo il furore teologico, la invidia o la nimistà politica. Politico del tutto fu dunque il movimento d'Eufemio, come il dicono i due più antichi scrittori, italiano e bizantino, Giovanni diacono e Simone maestro. Più difficile a fissarne appunto la data. Que' due accennano all'ottocentoventuno; e s'accorda con essi l'anno dell'egira segnato dal Nowairi, e la probabilità grandissima che i capitani dell'esercito siciliano si fossero sollevati, quando Tommaso di Cappadocia chiarito ribelle in Oriente movea contro Costantinopoli; come già lo stratego Sergio turbò l'isola quand'ei seppe Leone Isaurico assediato dagli Arabi nella capitale. E che la ribellione di Sicilia fosse durata cinque o sei anni, sarebbe tanto più verosimile, quanto Michele il Balbo non ebbe mai forze da reprimerla. Nondimeno, io penso che in quel movimento si debba supporre un intervallo nel quale la Sicilia avesse riconosciuto il governo di Costantinopoli; poichè gli Arabi nel loro ragguaglio sì particolareggiato e verosimile, chiamano lo stratego ucciso da Eufemio con un nome e un soprannome che ben s'adattano a Fotino, il quale fu promosso a quell'officio verso l'ottocentoventisei, come si deduce dalla cronica del Porfirogenito. E veramente nella scrittura arabica il nome di Costantino non è molto dissimile da quell'altro; e come assai più ovvio, dovea parer migliore lezione ai copisti. Al tempo stesso il soprannome di Suda sembra coniato apposta per Fotino. Infine la serie di fatti, che salta a piè pari il cronista palatino, par debba riferirsi, come già notai, all'avolo di Zoe imperatrice.

Si potrebbe argomentare da tutto ciò che il movimento siciliano avesse avuto due periodi; l'uno dalla esaltazione di Michele il Balbo alla elezione di Fotino; l'altro dalla persecuzione d'Eufemio alla sua fuga in Affrica. I quali due periodi, sì vicini tra loro, furono, com'avvien sempre, confusi in un solo dalla tradizione verbale e dai compendiatori; e in quel solo primeggiò il nome, rimase infame, d'Eufemio: e il tempo si riferì dagli uni al principio, cioè all'ottocentoventuno; dagli altri al fine, cioè all'ottocentoventisei. Dall'ottocentoventuno all'ottocentoventicinque i condottieri ch'erano arbitri della Sicilia, forse uccisero un primo patrizio Gregora o Gregorio; forse Eufemio si prevalse, al par che gli altri capitani, di quei turbamenti, ma non ne fu motore principale; forse i turbamenti non trascorsero fino all'aperta ribellione; ovvero Michele il Balbo, non potendo con un esercito, la represse con un finto perdono. Ma Fotino mandato a dar sesto alla Sicilia, sendo favorito dell'imperatore e spregiato dai soldati, prosontuoso e codardo, e volendo fare ammenda della fuga di Creta con qualche grande impresa di polizia in Sicilia, diè opera a spegnere i condottieri più baldanzosi, tra i quali primeggiava Eufemio. In luogo di ricercare il crimenlese, chè non si potea fare onestamente nè senza pericolo, trovò un sacrilegio chiarito o incerto; trovò i fratelli della sposa, tiranni domestici delusi, o pacifici cittadini ingiuriati da un soldato che si fea lecito ogni cosa: e per tal modo, col manto della morale e della religione, Fotino si provò a spezzar la prima verga del fascio. Se non che l'accusato era in sull'armi; gli altri condottieri s'accorsero dell'arte grossolana dello stratego, e videro il proprio pericolo in quel d'Eufemio: donde raccesero immantinenti la rivoluzione. Così mi raffiguro l'andamento dei fatti. Io pongo la sollevazione militare contro Fotino nell'anno ottocentoventisei. La sconfitta, la morte di costui, la effimera esaltazione di Eufemio, la sollevazione di due altri condottieri contro di lui e il novello combattimento di Siracusa, ond'ei fu costretto a fuggire, si debbono credere per filo e per segno come li narrano gli Arabi, e collocare nel medesimo anno ottocentoventisei. Soltanto aggiugnerei ch'Eufemio, detto da Ibn-el-Athîr capitano di soldati d'armata, e da tutti gli Arabi guerreggiante su le costiere d'Affrica, avesse dalla parte sua le milizie siciliane che montavano l'armata dell'isola; perchè, tra gli eventi di Costantinopoli e di Creta, non è da supporre che venisse in Sicilia il navilio imperiale. Altri soldati del presidio, stranieri e mercenarii, si sollevarono al certo con Eufemio; ma non andò guari che i loro capitani, massime i due cugini alemanni o armeni, non parendo loro aver guadagnato abbastanza, e corrotti forse dall'oro imperiale, si rivoltarono contro il novello signore, e gridarono il nome di Michele il Balbo. Riportarono la vittoria i traditori; e nondimeno rimase ad Eufemio non poco séguito tra i Siciliani, come lo dice espressamente la cronaca del Porfirogenito, e come si vedrà ancora dalla narrazione degli Arabi. È indi manifesto che i due elementi dai quali nacque il moto militare dell'ottocentoventisei, tosto si separarono. Le armi mercenarie, come pietra che si gitti in alto, ricaddero verso il loro centro di gravità, ch'era il dispotismo di Costantinopoli. Le milizie siciliane tentarono di spiccarsi dall'impero greco, sì come avean fatto un secolo innanti quelle dell'Italia centrale; ma oppresse da forze più ordinate, nè potendo trovar sostegno nello sfacelo della società civile, si gittarono per disperazione al peggior partito: chiamarono un potentato straniero; e affrettaron così la morte della nazione greco-sicola, ch'era andata decadendo e consumandosi, ormai da mille anni, dopo l'entrata di Marcello a Siracusa.

CAPITOLO II.

In questo tempo la guerra civile posava appena nello stato aghlabita, nè era spenta per anco a Tunis, principal porto di quello; ma tal commozione, in luogo di portare spossamento e abbandono come in Sicilia, avea raddoppiato l'attività della giovane colonia. Tra gli uomini grandi che producea l'islamismo in sua virtù, segnalavasi allora Abu-Abd-Allah-Ased-ibn-Forât-ibn-Sinân, cadi della capitale, vecchio settuagenario. Oriundo di Nisapûr nel Khorassân, e però di sangue straniero, era cliente costui della tribù arabica dei Beni Soleim; era nato il centoquarantadue (759-60) ad Harrân in Mesopotamia; e 'l padre venendo con l'esercito dei Khorassaniti al racquisto dell'Affrica, l'avea recato bambino di due anni a Kairewân. Fatto soggiorno in quella città, e indi a Tunis, e divenuto colono, forse proprietario, Forât avea potuto dare al figliuolo la dispendiosa educazione che s'apparteneva a giureconsulto. Donde Ased, studiato il Corano in Affrica, ripartì a diciott'anni per l'Arabia; ascoltò a Medina le lezioni di Malek-ibn-Anas, famoso tra i dottori principi dell'islamismo; e venuto quegli a morte, passò in Irak appo i discepoli di Abu-Hanîfa; e compiè poi gli studii sotto Ibn-Kâsim, onor della scuola di Malek in Egitto.[409]

Pieno la mente di quegli alti pensieri dei dottori orientali, fece ritorno Ased in Kairewân del settecento novantasette, e aprì scuola di dritto leggendovi il Mowattâ del primo suo maestro e un comento ch'ei par n'abbia fatto con la scorta d'Ibn-Kâsim; la quale opera, dal nome dell'autore, fu addimandata l'Asediìa. Crebbe la sua riputazione a tale, che in Affrica il tennero come dottore principe.[410] Donde nei moti dell'aristocrazia contro Ibrahim-ibn-Aghlab (810-811), un capo per nome Amrân-ibn-Mogiâled cercò di trarlo a sè con lusinghe, poi con minacce; ma Ased troncò le pratiche rispondendo ai messaggieri di Amrân, che s'egli fosse ito al campo dei sollevati avrebbe gridato: “l'uccisore e l'ucciso cadranno entrambi nel fuoco eterno.”[411] Da ciò si vede che, al par degli altri giureconsulti d'Affrica, abborriva sì la guerra civile, ma non parteggiava punto per Ibrahim. Ma quando Ziadet-Allah, tra' due bocconi amari che gli eran porti, amò meglio ingozzare l'opposizione legale dei dotti che la violenza delle milizie, chiamò Ased-ibn-Forât l'anno dugentotrè (818-19) a cadi di Kairewân; persuaso, dicono le biografie, dalle assidue esortazioni d'un Ali-ibn-Homeila; e non veggono che il motivo del consigliere e del principe era di dare un'arra di conciliazione alla parte moderata, nella quale primeggiava di certo Ased. Ziadet-Allah, non volendo punto deporre l'antico cadi, Abu-Mohriz-Mohammed, uom dotto e pio e particolarmente riverito da lui, sforzato quasi a dar la suprema magistratura ad Ased, glielo aggiunse nell'uficio; talchè si videro, con esempio unico o rarissimo, due cadi d'una medesima scuola nella stessa città.[412] Tal magistrato fu di grande momento nel nono secolo, quando lo innalzarono a splendore le riforme di Harun-Rascid[413] e la crescente civiltà; e quando i principi musulmani non avean per anco ministri di Stato ordinarii e permanenti, e gli interpreti della legge divina s'arrogavano di regolare tutte le umane faccende. Così veggiamo i due cadi del Kairewân fare or da giudici civili e criminali, or da padri spirituali di Ziadet-Allah; da assessori del santo ufizio che venía già in voga appo i Musulmani,[414] e da consiglieri di stato. Ben avvenne che interrogati da Ziadet-Allah, sul caso di un zindîk, o, diremmo noi, miscredente che dovea sentenziarsi dal principe, Ased e Abu-Mohriz oppugnassero insieme l'avviso d'un terzo giureconsulto, il quale volea a dirittura la morte dell'accusato: e i due cadi vinsero appo Ziadet-Allah il partito di perdonargli, pentendosi; il che quel virtuoso scettico ricusò.[415] Ma del rimanente i due giuristi, poco diversi per età e dottrina e discepoli entrambi di Malek, discordavano sempre, forse per gelosia, certo per indole; per l'animo forte dell'uno e pauroso dell'altro; per lo veder chiaro e lontano del primo e gli scrupoli del secondo. Il dissoluto e crudele Ziadet-Allah richieseli una volta su la misura di voluttà che gli fosse lecita nel bagno; e Ased pensando che il Corano concedeva il più, non volle contendergli il meno; ma Abu-Mohriz, con una distinzione degna del Padre Sanchez, seppe trovar pronto il peccato e accrescere a sè medesimo la riputazione di santo.[416]

Rifulse in ben altro caso la virtù di Ased. S'eran levate in arme contro Ziadet-Allah, come già narrammo (825), tutte le milizie d'Affrica; e capitanate da Mansûr Tonbodsi, avean messo il campo sotto Kairewân; chiamavano i cittadini a seguirle nella ribellione. Usciti allora a parlamentare i due cadi e condotti dinanzi a Mansûr che sedea tra i caporioni dell'esercito: “Su,” diss'egli ai cadi “siate con noi, s'egli è vero che questo tiranno vi sembri il flagello dei Musulmani!” “È vero: ed anco dei Giudei e dei Cristiani,” rispondeva tremando Abu-Mohriz. Ma Ased: “Non eravate voi stessi,” proruppe “non eravate poc'anzi i suoi partigiani e fratelli? Com'è che adesso ci richiedete di amistà contro di lui, quando nè egli nè voi avete mutato costumi? Ah no: se noi bastammo a tenerlo a segno quand'egli aveavi intorno, tanto meglio il faremo or ch'è solo.” A queste parole scoppiò una tempesta nel campo. I più feroci corsero addosso ad Ased e al compagno, sì che a mala pena rifuggironsi in città. E i cittadini non ascoltaron quel grande:[417] tra le ire della rivoluzione e i rancori del principe che la spense, par che Ased per brev'ora sia venuto in uggia agli arrabbiati delle fazioni estreme. E forse fu in questo tempo, e favellando per beffa a qualche sciocco il quale si credea da più di lui perchè più forte gridava, che Ased si vantò della eccellenza dei suoi nomi proprii. “Io son Ased” disse (che significa lione), “e quale belva non cede al lione? Figliuol son io di Forât” (così pronunziavano la voce Eufrate), “nè altro fiume ha miglior acqua. L'avol mio appellossi Sinân” (ch'è de' nomi della lancia), “e questa è in vero fortissima tra le armi.”[418] D'altronde, coteste millanterie erano in voga appo gli Arabi, e ve le manteneano le tradizioni poetiche di lor gente. E Ased, ancorchè d'origine straniera, n'era imbevuto, com'uom di lettere ed erudito ch'ei fu, anche meglio che giureconsulto, come pretende un biografo.[419] Più che la coltura e la dottrina, la storia dee notare in lui il gran pensiero di racchetare l'Affrica portando la guerra in Sicilia, e la forza d'ingegno e d'animo con che vinse tal partito, e lo mandò ad effetto ei medesimo, a prezzo della propria vita.[420]