Giunto Eufemio su la costiera d'Affrica, mandava incontanente a Ziadet-Allah in Kairewân a chiedere aiuti, e offrirgli la sovranità della Sicilia;[421] in questi termini: ch'ei medesimo tenesse l'isola con titolo e insegne d'imperatore, e ne pagasse tributo al principe aghlabita.[422] L'uscito faceva assegnamento sugli avanzi dell'armata siciliana che lo seguitavano, e su i molti partigiani lasciati nell'isola; e fidavasi spezzare le armi del Palata con le armi affricane, e di coteste poi disfarsi con quante magagne gli offrisse il caso o l'ingegno suo. E così pensan sempre i deboli mettendosi a scherzare coi forti; e i più avventurati, come fu Eufemio infino alla sua morte, riescon sì ad aggiustare qualche parte di lor macchina; ma, presto o tardi, necessariamente succede un contrattempo che fa rovinare il tutto, e dà l'acquisto a chi ha in mano la possanza. Da un altro canto, com'e' pare, sbarcavano in Affrica oratori del Palata, mandati a studiare il disegno del nemico:[423] e Ziadet-Allah pendeva irresoluto.
Nondimeno adunò a parlamento i notabili del paese, tra i quali fu disputato a lungo su la giustizia e utilità di quella guerra. Ingiusta pareva ai più, reggendo tuttavia la tregua dell'ottocentotredici; ma rispondeasi essere stata violata da' governanti della Sicilia, ritenendo prigioni parecchi Musulmani, com'aveva affermato Eufemio a Ziadet-Allah. Consultati su tal dubbio i due cadi, Abu-Mohriz avvisava si pigliasse tempo a chiarir meglio il fatto; Ased, all'incontro, volea che lì lì se ne domandasse ai medesimi oratori di Sicilia. “E come crederemo” ripigliò Abu-Mohriz “a ciò che diran costoro a carico o a difesa di sè stessi?” E Ased a lui: “Su le parole degli ambasciatori fermossi già la tregua, e su lor parole si spezzerà.” E focoso continuava: “Non vi sbigottite, o Musulmani, ha detto il sommo Iddio, non vi sbigottite; chiamate le genti all'islam, e avrete il primato sopra di quelle! Ubbidiamo dunque al divin precetto, in vece d'appigliarne sì tenacemente alla tregua con gli Infedeli, e rimarremo al di sopra!” Mutato per tal modo da Ased il centro della quistione, e messo innanzi un argomento al quale niun Musulmano potea dir contro, Ziadet-Allah interrogò gli oratori, tra i quali si trovava, forse da interprete, un Musulmano; i quali risposero: “È vero, sono stati imprigionati i vostri in Sicilia, ma a ragione; poich'essi non se ne andarono a tempo debito.”[424] Così non sinceraronsi punto i dotti musulmani della infrazione della tregua, nè cessarono di ripugnare alla guerra di Sicilia:[425] ma il pretesto v'era; il fanatismo religioso e le cupidigie mondane gli dettero forza di ragione; e il principe, i guerrieri, il popolo trovarono, senza meno, che il solo Ased intendesse bene la legge.
Fu discorsa insieme la utilità della impresa. Messo da altri il partito di infestare la Sicilia, senza farvi stanza nè porvi colonie, levossi a contraddirlo un Sehnûn-ibn-Kâdim. “Quanto v'ha,” dimandava costui “tra la Sicilia e l'Italia?” “Si va e viene due o tre volte dal levare al tramonto del sole,” gli risposero. “E tra la Sicilia e l'Affrica?” ripigliò; e quelli: “V'ha un giorno e una notte di viaggio.” “Oh, se pur avessi l'ale, non vorrei volar su quest'isola,” conchiudea Sehnûn; scherzando sul proprio nome che si dà in Affrica a un uccello assai scaltrito. Quest'arguzia per altro non giovò. I più, a una voce, deliberarono la guerra; ma d'incursione, non di conquisto.[426]
Allora Ased, che non si era tanto affaticato per una scorreria, pensò di portarla dassè al fine che si proponea, non ostanti tutti i dottori; e indi si fece, senza rispetti, a chiedere il comando dell'oste che ambivano parecchi altri uomini di maggior seguito per nobiltà di schiatta ed esperienza di guerra. E non curando Ziadet-Allah tal novella ambizione del giurista, forse facendosene beffe, quegli si volse al popolo, e andava brontolando: “Ve' che non mi vogliono, perchè mi tengono uom da nulla! Han saputo ben trovar nocchieri che governino le navi; che bisogno or hanno di chi le faccia andare secondo il Corano e la Sunna?”[427] Ma tanta riputazione ebbe Ased nell'universale dei cittadini da lui esortati e infiammati alla guerra sacra, che Ziadet-Allah piegossi, con tutta quell'indole sua imperiosa, e fece ammenda della passata ripugnanza. Appresentatoglisi Ased, e chiestogli che, secondo, i sacri statuti, or che l'avea fatto capitano, lo deponesse dal magistrato: “Non fia mai” rispose il principe, “ch'io te ne rimuova. Ben v'aggiungo l'officio di capitano che è di più alto grado, ma vo' che tu ritenga anco il primo, e che sii detto cadi emiro.” E così fu fatto, continua il cronista contemporaneo Ahmed-ibn-Soleiman, nè mai s'è visto prima nè poi nello Stato d'Affrica cumulare in una persona quelle due dignità.[428]
Si allestiva in questo mentre l'armata nel porto di Susa, ov'Eufemio fu mandato ad aspettare con le sue genti.[429] Quando ogni cosa trovossi in puntò, data la posta all'esercito a Kairewân, Ased movea con quello alla volta di Susa; e all'uscita della città l'accompagnavano, per fargli onore, i primarii tra i dotti con la gemâ', ossia municipalità, e tutta la corte del principe; che Ziadet-Allah non volle che rimanesse addietro alcun de' suoi famigliari. A Susa poi si fece la mostra dell'oste. Narra un testimonio di presenza che Ased, commosso dal nobile spettacolo, gli squadroni schierati in faccia, a tergo e ai fianchi, il volteggiare, delle bandiere al vento, l'annitrio dei cavalli, il frastuono dei tamburi, fatto silenzio, orò in queste parole: “Non v'ha altro Dio che il Dio uno, il Dio che non ha compagni. Affè di Dio, valorosi guerrieri, nè avolo nè padre ebbi io che mi lasciassero signoria,[430] e pur uomo al mondo non fu mai onorato di eletto séguito al par di questo; nè lo spettacolo che ci sta dinanzi agli occhi io l'ho visto mai, fuorchè negli scritti. Su, dunque, sforzate alacremente gli animi, affaticate i corpi nel cercare scienza, e fatene tesoro, nè siatene sazii giammai, nè mai vinti da' travagli ch'ella v'arreca, e sappiate che ne conseguirete il guiderdone in questa vita, e in quella ch'è da venire.”[431] Nè ci danno altro della orazione di Ased i biografi, eruditi che ne presero quel tanto che lor pareva onorasse il mestiere; come i frati cronisti del medio evo notavan solo dei principi il bene o il male fatto al monastero. Duolmi pertanto non avere ricordi più larghi, e dover sopperire con gli sforzi delle generalità, le quali se bastano a tratteggiare i tempi, mal ci aiutano a delineare le fattezze degli uomini, in cui la natura è sì svariata e capricciosa. E veramente da quelle parole di Ased trapela la vanità dell'uomo nuovo e l'orgoglio del dotto, e par vedere Cicerone pavoneggiarsi con la corazza indosso; ma son soppressi al certo, come cosa di minor momento, gli alti sensi che resero sì potente Ased nel tumulto degli animi della colonia, dico il fervore religioso e militare, la virtù del primo secolo dell'islamismo, al quale tornavan sempre col pensiero i giureconsulti di quel tempo, e forse Ased sopra ogni altro. Notevol è che il conquisto di Sicilia, promosso da questo grande, fu l'ultimo al tutto della schiatta arabica, e l'ultimo dello islamismo in Ponente. In Levante, le insegne dell'islam s'eran anco soprattenute da cento anni, nè ripigliarono la via dei conquisti che lunga pezza appresso, in mano della schiatta turca: sopra l'India, cioè, nello undecimo secolo, coi Gaznevidi; sopra l'Europa, nel decimoquinto, con gli Ottomani.
CAPITOLO III.
S'era adunato al bando della guerra sacra il fior de' guerrieri musulmani dell'Affrica: Arabi, Berberi, soprattutto della tribù di Howâra,[432] rifuggiti Spagnuoli e il giund, frequentissimo di Persiani del Khorassân;[433] e tra tutti notavansi molti uomini di dottrina e di consiglio.[434] Sommò lo esercito a settecento cavalli e diecimila fanti; il navilio a settanta o secondo altri cento barche, senza noverarvi l'armatetta d'Eufemio.[435] Sciolsero dal porto di Susa[436] il quindici di rebi' primo dell'anno dugentododici dell'egira,[437] che torna al tredici giugno ottocentoventisette; e drizzandosi alla più vicina punta della Sicilia, posero a terra le prime navi, il sedici giugno, a Mazara, ov'Eufemio avea partigiani, o volle schivare il Lilibeo come città assai munita. Ased, fatti sbarcare immantinente i cavalli, soprastette tre dì, attendendo forse il rimanente delle navi; nè fu sturbato, se non che capitò una torma di cavalli degli aderenti di Eufemio; i quali il cadi fece pigliare e rilasciolli poichè li ebbe conosciuto.[438] Pur non fidandosi di Eufemio, quando fu ora di venire alle mani, chiamatolo a sè, gli dicea breve: non aver mestieri di ausiliarii; si mettesse in disparte con le sue genti; ma pigliassero una divisa per distinguersi da' nemici, perchè i Musulmani per errore non li offendessero. E così furono costretti a fare. Un ramoscello di pianta salvatica, messo per fregio all'elmetto,[439] notò cotesti sventurati che non avean più amici nè patria, nè altra bandiera che della privata vendetta: messi per primo supplizio a guardare con la braccia incrocicchiate il successo della battaglia.
Decisiva la battaglia che sovrastava; poichè trovandosi i Musulmani su la costiera, e avendoli aspettato lungamente il Palata, e ragunato tutte le forze dell'isola, delle due cose dovea seguir l'una, o ch'ei li rituffasse in mare, o che sconfitto da loro lasciasse l'isola senza difese. Capitanava cencinquanta mila uomini, dicono certi cronisti musulmani, per non restar di sotto agli scrittori cristiani che lor n'han fatto uccidere trecentomila da Carlo Martello a Tours: pur senza dubbio l'oste siciliana avanzava molto di numero quella di Ased.[440] Saputo che il Palata si fosse venuto a porre in una pianura che prese il nome da lui[441] il cadi usciva in ordinanza da Mazara[442] il quindici luglio[443] e schierò l'oste musulmana a fronte alla greca. Aspettò, secondo il costume degli Arabi,[444] la carica de' nemici: tutto solo innanzi le file tenendo in alto il pennon del comando, ripetea sottovoce il capitolo Ja-Sin, il cuor del Corano, come lo chiamò Maometto, lugubre preghiera che suolsi recitare ai moribondi. Così tre secoli appresso stava il gran Saladino nei campi di Siria all'appiccar della zuffa. Ma a vedere un uomo incanutito su i libri e nel fôro incontrar sì securo le lance bizantine, dovea parer miracolo ai guerrieri affricani. Mentre ci tremava il cuore in petto, scrive un di loro per nome Ibn-abi-'l-Fadhl, mentre ci tremava il cuore per Ased, ei fornì tutta la sua prece, e a un tratto volgendosi a noi: “Son questi,” disse, “i medesimi Barbari della costiera d'Affrica; i vostri schiavi! Non li temete, o Musulmani!” E sparve il campo di mezzo: e Ased trovossi avvolto il primo tra gli squadroni nemici. N'uscì tutto intriso del sangue che gli scorrea per l'asta della lancia, lungo il braccio e infino all'ascella, afferma il narratore maravigliato dalla fierezza del vecchio cadi.[445] Di quella degli altri, ch'era virtù comune tra gli Arabi, non ne fa motto alcun dei cronisti; e descrivono questa giornata, come cento e cento altre, tutti con una diceria: che aspra fu la mischia; che Dio dissipò i nemici; che grandissima preda fecero i Musulmani, di cavalli, ricchezze, bagaglio; che menarono strage degli Infedeli. Il Palata rifuggissi a Castrogiovanni, ove, non tenendosi sicuro, passò in Calabria, e fu morto.[446] Donde si vede che la sconfitta, com'avviene sempre quando il popolo diffidi dei governanti, produsse incontanente nuove turbolenze tra le soldatesche e nelle città: ma nulla v'approdò la parte d'Eufemio, che si era infamata chiamando i Musulmani.
Il vincitore intanto tirava a dirittura vêr la capitale. Lasciato presidio a Mazara sotto un Abu-Zeki della tribù di Kinâna, e occupate varie altre castella che assicurassero la linea d'operazione dell'esercito, Ased ratto percorse la strada romana della costiera meridionale, com'ei pare, fino alla foce del Salso o poc'oltre; donde poi pigliò la via dei monti che mena a Siracusa per Biscari, Chiaramonte e Palazzolo, l'antica Acri.[447] Quanti Siciliani non perdettero l'animo al primo disastro, avean raccolto ad Acri, credo io,[448] le poche armi che rimaneano nell'isola; e speravano, tra la fortezza del luogo e l'astuzia, intrattenere l'esercito musulmano, tanto che si munisse Siracusa. Però, appressandosi Ased, vennero a trovarlo oratori, dei primarii del paese, con lor fole di accordo: che sottometterebbersi e pagherebbero la gezîa, purch'egli non andasse oltre. E Ased, raggirato, al dir dei cronisti arabi, soprastette alquanti dì,[449] e riscuotè una prima taglia di cinquantamila soldi d'oro, che tornano a un di presso, in valor del metallo, a settecento mila lire nostrali.[450] Forse il cadi volle anch'egli apparecchiarsi allo assedio di Siracusa, più arduo assai che non gli era paruto da lungi: volle aspettare l'armata; riordinare lo esercito, impedito dal bottino e dai prigioni, assottigliato dai presidii che avea lasciato qua e là nella lunga via, e dai predoni vaganti senza comando. Ma quand'ei vide che la dimora giovava al nemico più che a lui; quando seppe che facean diligenza ad afforzare Siracusa e le altre castella, e ridurvi i tesori delle chiese, le vettovaglie, e ogni roba di maggior pregio delle terre aperte; quando ebbe sentor delle pratiche d'Eufermio, il quale sottomano confortava i cittadini a tener fermo e combattere valorosamente per la patria; e quando i Siracusani si cominciarono a scoprire ricusando il rimanente del denaro pattuito, il condottier musulmano non differì a disdire la tregua. Sparse le gualdane per ogni luogo; sforzò o schivò la fortezza d'Acri; e col novello terrore delle stragi, delle depredazioni e de' guasti del contado, piombò sopra Siracusa.
E alla prima occupava, dice Ibn-el-Athîr, certe enormi spelonche intorno la città:[451] al certo le latomie di Paradiso, Santa Venera, Navanteri, Cappuccini, che giacciono a distanze disuguali, in una linea spezzata di più di un miglio, al confine meridionale dei quartieri di Neapoli e Acradina, distrutti tanti secoli innanzi. Tra le latomie e l'istmo giacea nel nono secolo un quartiere,[452] murato senza meno dalla parte di terra dall'uno all'altro porto; sì che doveva opporre ai Musulmani una vasta linea di fortificazioni. Pertanto Ased, non potendo altrimenti investir la città, senza macchine, senza grossi navigli, senz'altro che otto o novemila uomini, si accampò nelle latomie, raccolto e minaccioso; fece accostare l'armata che chiudesse alla meglio i due porti; diè qualche sanguinoso assalto; bruciò navi ai nemici; fece prova a stringer la città per terra e per mare; e s'affrettò a chiedere rinforzi d'Affrica.[453] Perchè la fame cominciava a travagliare il campo, più che la città; sendo ridotte in questa le vittuaglie del contado; nè potendo i Musulmani troppo allargarsi a depredare. Vennero a tale penuria, che si cibaron di cavalli, ed i soldati un dì s'abbottinarono. Scelsero ad oratore un Ibn-Kâdim,[454] il quale fattosi innanzi ad Ased richiedealo di levare l'assedio, e tornarsene in Affrica; dicendo avere l'esercito più cara la vita di un sol Musulmano che tutti i beni della Cristianità. Al quale il capitano brusco rispondea: “Non son io quegli che farà tornare addietro i Musulmani usciti alla guerra sacra, mentre hanno ancor tante speranze di vittoria.” Vedendo crescere, ciò non ostante, la insolenza dei soldati, ei rincalzò minacciando che arderebbe le proprie navi. Indi parea che dalle parole fossero per venire ai fatti; e Ibn-Kâdim andava dicendo: “Per manco di questo fu ucciso il califo Othman;” quando Ased domò i malcontenti come fanciulli: sì valoroso uomo egli era, e sì disciplinato lo esercito. Ased di mezzo a loro fe' pigliare Ibn-Kâdim, e dargli qualche staffilata, senza spogliarlo, com'era usanza: esempio, però, non supplizio, nè vendetta; e meritata vergogna di chi braveggiava per voglia di voltar le spalle al nemico. E così ebbe fine il tumulto. Il biografo chiude questo racconto con bella semplicità, dicendo che le staffilate non furon più di tre o quattro; ma che Ased tirò innanzi costante e vittorioso, tanto che diè ai Greci una fiera battaglia, e ne fe' strage, li ruppe e schiantolli dalla Sicilia.[455]