Perchè venian da una mano fresche genti d'Affrica insite coi venturieri spagnuoli di Creta;[456] dall'altra Michele il Balbo accozzò soldatesche, e indusse il doge Giustiniano Partecipazio a mandare in Sicilia l'armata veneziana.[457] Ingrossando per tal modo la guerra, si venne a un'altra giornata, al dire d'Ibn-el-Athîr, quando, giunti gli aiuti d'Affrica, il governatore di Palermo uscì alla campagna con poderoso esercito; ma non sappiamo se i Musulmani fossero sbarcati a Mazara o a Siracusa, e se l'oste di Palermo avesse lor tagliato la via, ovvero combattuto insieme contro essi ed Ased congiunti sotto Siracusa.[458] Sentendo venirsi addosso forze maggiori, i Musulmani si cinsero d'un largo fossato; e fuori da quello buccherarono tutto il terreno di pozzette, ottima difesa contro i cavalli, adoperata sovente dai Bizantini e scritta ne' loro libri di strategia. Pur dimenticando le proprie arti, caricarono con vano impeto i Cristiani; si avvilupparono nel mal terreno, e incespando i cavalli e scompigliandosi gli uomini, i Musulmani ne fer macello. Strinsero indi più fortemente Siracusa per mare e per terra:[459] che ormai durava l'assedio da dieci mesi o un anno,[460] e si venne a tale che i cittadini proponeano un accordo, e i Musulmani lo ricusavano.[461] Non poche altre terre s'eran sottomesse, onde parea da temere che presto le imitasse tutta l'isola.[462]
Quando una moría s'appiccò nello esercito; della quale, altri dice di ferite, trapassava il grande Ased-ibn-Forât, nella state dell'ottocento ventotto, ed era sepolto nel campo.[463] Lasciò desiderio di sè nell'universale dell'esercito; e al certo vi si ricordavano a gara le lodi che hanno scritto di lui i biografi: la sapienza, le lettere, la prudenza, l'antica virtù, gli strepitosi fatti che operò, le famose concioni che tenne nella guerra di Sicilia.[464] Mancato lui, la fortuna voltò le spalle ai Musulmani. Gli statichi delle varie città sottomesse fuggirono incontanente dal campo,[465] in alcuno scompiglio d'assalto o sedizione; ovvero per bella audacia, volendo andare a gridare per tutta la Sicilia ch'era tempo di togliersi d'addosso i Barbari. E tra costoro non posava la discordia; quando leggiamo che Mohammed-ibn-el-Gewâri, succeduto ad Ased, era eletto al supremo comando, non dal principe aghlabita, ma dall'esercito stesso.[466] A ciò ben si riconoscono coloro che, pochi anni addietro, avean fatto tremare Ziadet-Allah in Affrica, e affrontato il tiranno di Cordova.
D'altronde gli assedianti non poteano sperare nuovi aiuti d'Affrica, dove in quel medesimo tempo gli Italiani aveano osato portar la guerra. Bonifazio secondo, conte di Lacca, sapendo i casi di Sicilia, o provocato da qualche insulto che avesser testè fatto pirati musulmani in Corsica, accozzava le genti con Berengario fratel suo, e altri conti della Toscana; allestivano un'armatetta; e, fatto vela per la Corsica e non trovandovi il nemico, andavano a cercarlo in Affrica. Posero a terra tra Utica e Cartagine, dicono gli annali d'Einhardo; presso Kasr-Tûr, leggiamo, per tradizione di Lebîdi, nel Riadh-en-nofûs; e rotti in cinque scontri i Musulmani con molta strage, ma perduto poi per troppa temerità un po' delle proprie genti, se ne tornarono in Italia. Così Einhardo.[467] Il Lebîdi riferisce con altri particolari il medesimo successo. Narra che Mohammed, figlio di quel Sehnûn-ibn-Sa'îd, che fu giurista di alta fama in Affrica; andando da Kairewân a Kasr-Tûr a far la ispezione dei posti di guardia, e sentendo gridare accorruomo dalla gente della marina e dei villaggi assaliti dagli Italiani, occorsevi, com'era, sopra una mula da viaggio, senza perder tempo a mandare a Susa per un cavallo; vestì la corazza, s'armò di spada e lancia; adunò gli uomini del castello, le guardie della costiera e una mano di Beduini; e, caricato il nemico che s'era messo a far preda e prigioni, dopo sanguinosa zuffa, lo ruppe e sforzò a rifuggirsi su le navi.[468] La quale fazione nel cuor dello Stato aghlabita bastava a distogliere Ziadet-Allah dalle cose di Sicilia, quand'anco avesse avuto voglia d'aiutare l'esercito contumace, e forze da farlo, e quiete in casa.[469]
Soprattutto affranse gli assedianti la moría fieramente incrudelita; e il veder arrivare in questo l'armata bizantina e veneziana, piena di soldatesche. Risoluti a ciò d'abbandonare l'impresa, i Musulmani risarciscono alla meglio lor legni nel porto grande di Siracusa; e montanvi e salpano: quando le poderose forze navali de' nemici chiusero la bocca del porto. Allora, senza far vana prova a rompere la fila delle navi cristiane, i Musulmani, tornano addietro a terra; brucian le proprie, anzichè lasciarle al nemico; e, sicuri per disperazione, s'addentrano nei monti, cercando luoghi più forti e salubri. Nessun cronista ci lasciò scritte quelle perdite spaventevoli che patì necessariamente l'esercito, infetto d'epidemia, trabalzato dal campo su barche, e dalle barche a terra, spinto in fretta tra vie rotte ed alpestri, senza bagaglie, senza giumenti da portare gl'infermi. Ibn-Khaldûn solo accenna a tante afflizioni, con dire che i sopravvissuti non bramavano ormai che la morte.[470]
A una giornata di cammino da Siracusa, tra un gruppo di vulcani estinti, sorge in cima ad eccelso monte la città di Mineo, ristorata da Ducezio re dei Sicoli, cinque secoli innanti l'era volgare, quand'ei cominciò sua dura lotta contro le colonie greche. Due miglia sotto la rôcca, da un cratere vulcanico, spiccia un'acqua torbida e puzzolente, detta nell'antichità il lago dei Palici: sede d'oracoli e iddii vendicatori. Tra questi luoghi sostò lo stuol musulmano, divorato dalla pestilenza, guidato da Eufemio che, in abito e nome d'imperatore, recava seco le maledizioni di tutta la Sicilia: e parea gli antichi numi lo attirassero in loro voragini. Nella nuova religione la rôcca di Ducezio s'affidava alla protezione di Sant'Agrippina, martire romana, le cui ossa trafugate da pie donne, recate in Mineo, onorate di tempio e di culto, si teneano come palladio della città. Pertanto una leggenda greca, del decimo o undecimo secolo, favoleggiò che montati di notte i Barbari su per le mura di Mineo, appariva da quelle Santa Agrippina levando in alto una croce e mandava giù a precipizio gli assalitori, che un solo non ne campò.[471] In tal mito si ristrinsero le vicende della guerra succedute in un anno, secondo le cronache arabiche. Sappiam da queste come i disperati Maomettani, a capo di tre dì, si insignorissero di Mineo,[472] ove par si fosse dileguata da loro l'epidemia, com'avvien sovente per mutar di luogo. Rinfrancati, mandavano uno stuolo su la costiera meridionale; il quale espugnò Girgenti, città molto decaduta sotto la dominazione romana e bizantina. Indi intrapresero più importante fazione. Lasciato presidio a Mineo, si spinsero nel cuor dell'isola, sotto le formidabili rupi di Castrogiovanni. Questa è l'antica Enna, il cui nome par che già corresse mutato e guasto nella lingua del volgo. In fatti il Beladori, cronista arabo del medesimo secolo nono, lo scrivea Kasr-Iânna[473] che è trascrizione di Castrum Ennæ, pronunziata Ienna; appunto com'or si direbbe in Sicilia, soprattutto a Messina, ove la schiatta greca di Sicilia lasciò più profonde radici. Allargata poi dagli Arabi la prima sillaba, prevalse nell'isola la forma di Iânna; e con l'andar del tempo, massime nel duodecimo secolo, quando sopraggiunse nuov'onda di popolazione italiana, si piegò a Ioanni o Giovanni ch'era voce più famigliare agli orecchi, e il nome intero si mutò com'adesso lo scriviamo. Ho notato coteste minuzie, e così farò per lo innanzi quante volte me ne occorra, potendo servire agli studii di linguistica, che or vanno spargendo tanto lume nella storia.
Eufemio trovò a Castrogiovanni la morte ch'ei forse bramava. Appiccata una pratica con terrazzani o soldati, vi fu chi venne seco ad abboccamento; finse volerne consultare in città; andovvi e tornò ad Eufemio un'altra fiata nello stesso dì: e la conchiusione fu che i cittadini si disponevano a fare ogni voler suo e dei Musulmani; sarebbe disdetto il nome di Michele il Balbo, giurata fede a lui la dimane, a tal ora, a tal luogo, a distanza onesta tra le mura e il campo. La notte v'ascosero lor armi. Al nuovo dì, in vestimenta di gala, servilmente lieti, comparvero al ritrovo; e venne dall'altra parte Eufemio con picciola scorta e lasciolla anco addietro un trar d'arco. I cittadini si prostravano dinanzi al posticcio imperatore, in atto di adorazione, come si usava allora, nè è smessa per anco tal vergogna. Ma due fratelli, che par fossero stati amici d'Eufemio innanzi la guerra, si spiccano dal branco degli adoratori; corrono bramosi ad abbracciarlo: il misero, disusato da lungo tempo alle espansioni dell'affetto, si commosse, si chinò a baciare l'un dei fratelli; il quale amorosamente gli prende il capo con ambo le mani, l'afferra pei capelli, lo tiene con disperato sforzo, e l'altro fratello gli vibra un colpo su la nuca e il fa cascar morto.[474] Allor la brigata diè di piglio alle armi occultate: impuni e tripudianti i due traditori riportarono in città il capo d'Eufemio: e forse furono paragonati alla Giuditta, chiamati liberatori della patria, sì come poi la cronaca di Costantino Porfirogenito li disse vendicatori dell'onore imperiale contro un usurpatore. Questa fine ebbe il prode condottiero siciliano, strascinato dai vizii del governo e del paese a ribellarsi dall'uno, e dar l'altro in preda agli stranieri.
Ostinandosi con tutto ciò i Musulmani all'assedio, andava a rinforzare la città Teodoto patrizio, testè giunto di Costantinopoli con soldatesche di varie genti, la più parte Alemanni, come porta il manoscritto del Nowairi, ma probabilmente si dee leggere Armeni.[475] Sta Castrogiovanni in un piano scabro e inclinato che tronca la vetta d'alto monte, di costa scoscesa da ogni lato, ripida e superba da settentrione molto più che da mezzogiorno: le case sono sparse a gruppi or alto or basso, come ondeggia il suolo del rispianato; ove spiccasi in alto, verso greco, una immane rupe, stagliata intorno intorno, coronata di grosse mura e torrioni, provveduta di scaturigini d'acque, capace di grosso presidio: cittadella che può dirsi inespugnabile, perch'è stata presa rarissime volte.[476] Su la rupe sorgea nell'antichità il tempio di Cerere, quasi la Dea da quella cima vegliasse sopra l'isola sua: e quivi i Bizantini avean posto ogni speranza di difesa, afforzando il formidabil sito con gli ingegni di lor architettura militare; e il borgo che stendeasi nel rispianato, ov'è in oggi la città, potea sfidare anch'esso gli insulti nemici. Era il nemico attendato alle falde del monte, credo da mezzodì ov'è una pianura; ciò che Ibn-el-Athîr fa supporre, scrivendo, come i due eserciti si ordinassero in fila, l'uno a fronte dell'altro. Perocchè Teodoto, solo capitano degno del nome che ebbero i Bizantini in questa guerra, fidandosi in sè e nel numero de' suoi, scese giù dal monte a presentar la battaglia. E toccò una sanguinosa sconfitta; sì che s'ebbe a rifuggire a Castrogiovanni, lasciando al nemico moltissimi prigioni, tra i quali si noveravano novanta patrizii, dicono le croniche musulmane,[477] forse giovani di famiglie patrizie, e anco di nobiltà minore: ma pur ciò basta a mostrare la importanza dell'esercito bizantino.
Indi l'assedio continuò; nel qual tempo tanto ordinatamente reggeansi i Musulmani, che dell'argento preso batteron moneta. Se ne conosce non saprei dir se due esemplari, o un solo; trovandosene uno pubblicato dal Tychsen, ed uno posseduto dal Museo Numismatico di Parigi, che ben potrebbe essere il medesimo. È moneta sottile, non logora, coniata a lettere cufiche dello stesso stile dei dirhem abbassidi contemporanei; pesa due grammi e novanta centesimi; vale perciò da sessanta centesimi di lira italiana. Oltre le usate formole, la faccia dritta ha nel campo una voce di tre lettere, simbolo particolare degli Aghlabiti, poi il nome di Ziadet-Allah-ibn-Ibrahim, e infine la stessa parola composta Ziadet-Allah nel senso proprio di “Accrescimento (dato da) Dio.” Nel campo del rovescio si legge, interpolato alla formola, come ve n'ha tanti esempii, il nome di Mohammed-ibn-el-Gewâri; e in giro: “In nome di Dio questo dirhem fu battuto in Sicilia l'anno dugento quattordici.”[478] E si deve intendere dei principii di quell'anno, ossia della primavera dell'ottocento ventinove; nel qual tempo gli Arabi assediavano Castrogiovanni, e mancò di vita Mohammed-ibn-el-Gewâri.
Dopo la cui morte, rifatto capitano, per elezione dell'esercito, un Zoheir-ibn-Ghauth,[479] l'avvantaggio della guerra tornò ai Bizantini. Perchè, uscita a far preda, com'era usanza, una gualdana degli Arabi, Teodoto le mandò incontro genti che la combatterono e rupperla; e la dimane, venuti a giusta giornata ambo gli eserciti, Teodoto riportò anco la vittoria; ammazzò da mille uomini ai Musulmani, e li cacciò infino agli alloggiamenti; dove si munirono con fossati, e furono a lor volta assediati e chiusa loro ogni uscita. Apprestatisi pertanto all'estremo rimedio di tentare una sortita di notte sopra il campo bizantino, Teodoto, che lo riseppe, lasciò vôto il luogo; si appostò nei dintorni; e quando i Musulmani aveano occupato il campo, maravigliati del non trovarvi anima viva, il nemico piombò improvvisamente da tutti i lati, ne fece strage: li sbaragliati a mala pena si ritrassero a Mineo. Inseguendoli Teodoto, li assediò nella fortezza; e alfine li condusse a tale diffalta di vittuaglie, che doveano cibarsi de' giumenti e de' cani. A questi avvisi il picciol presidio di Girgenti distruggea la città, leggiam nelle cronache, forse le sole fortificazioni; e non potendo soccorrere que' di Mineo, si ridusse a Mazara. Aumentato l'esercito bizantino, e rincorato da un capitano di vaglia; avvezzi un po' gli abitatori dell'isola al romore delle armi, innaspriti dalle profanazioni, saccheggi e guasti degli Infedeli; e costoro menomati tra vittorie e sconfitte, non fidanti nel nuovo condottiero, mancato lor anco Eufemio, dileguati già prima i suoi partigiani: tali erano le condizioni degli uomini che si laceravan tra loro sul desolato terreno della Sicilia. Non rimaneva agli occupatori altro che Mazara e Mineo, disgiunte di tutta la lunghezza dell'isola, da sentieri difficili e popolazione ostile; e l'una tenea per non essere stata assalita giammai; l'altra, rôcca fortissima, era per soggiacere alla fame. Parea dunque assai vicino il termine della guerra nella state dell'ottocento ventinove, due anni dopo lo sbarco di Ased a Mazara.[480]