In questo tempo capitò nei mari di Sicilia un'armatetta spagnuola condotta da Asbagh-ibn-Wekîl, della tribù berbera di Howâra, soprannominato Ferghalûsc.[481] Era gente di quella schiuma che la società musulmana di Spagna spandea ribollendo; e il caso ne faceva ladroni, eroi, martiri, conquistatori: come gli usciti di Cordova in Creta; come cento altre masnade che afflissero per un secolo e mezzo le costiere meridionali della Francia e dell'Italia di sopra, e fino i più rimoti recessi delle Alpi. Approdato Ashagh in Sicilia, e richiesto di soccorso da' Musulmani, par ne desse tanto da vettovagliare Mineo; e più ne promettea, senza far ciance, vedendo largo il campo ai guadagni. Forse giunse qualche altro aiuto d'Affrica, ove Ziadet-Allah avea spento alfine la ribellione di Tunis.[482] Dalla parte de' Cristiani la guerra allenò. L'armata veneziana, venuta di nuovo in Sicilia l'anno ottocento ventinove, o quel d'appresso, niente premurosa di mettersi a sbaraglio per solo amor dello imperatore di Costantinopoli, se ne tornò, così dice un cronista nazionale, senza trionfo.[483] Nè riportonne altrimenti il patrizio Teodoto da più d'un anno che bloccava Mineo; forse men travagliato dai nemici che dal proprio governo, dall'azienda confusa e dilapidata, dalla marea che saliva o calava a corte; tanto più che morto Michele il Balbo, d'ottobre dell'ottocento ventinove, gli era succeduto Teofilo, giovane d'animo dritto e valoroso, ma poco cervello; però capriccioso nel render giustizia, male avventurato nella guerra, crudele in casa; e spesso si gittò, come ogni altro, ad atti di perfidia, poichè il dispotismo è pendío da non potervisi trattenere il piè quando si vuole.

Sopraggiunse nella state dell'ottocento trenta il poderoso rinforzo aspettato dai Musulmani di Sicilia: trecento legni, dice un cronista,[484] i quali, per piccioli che fossero, dovean portare da venti a trenta migliaia d'uomini, se prendiamo per misura la espedizione di Ased. Uomini diversi di schiatta, d'indole, di proponimento: Arabi e Berberi d'Affrica mandati da Ziadet-Allah a proseguire il conquisto:[485] e maggior numero d'Arabi e Berberi e fors'anco antichi abitatori di Spagna, intenti solo a far correrie; capitanati da Asbagh e da altri condottieri, come il nota espressamente una cronica;[486] tra i quali un'altra nomina Soleiman-ibn-'Afia da Tortosa.[487] Gli Spagnuoli, che si doveano trovar assai male in arnese, diersi a saccheggiare, menar via prigioni che si vendean come ogni altro bottino, prender castella qua e là per taglieggiarle e lasciarle: nè mossero all'aiuto di lor fratelli di Mineo, se prima il presidio non stipulò che Asbagh avesse il supremo comando,[488] e se non furono forniti di cavalli,[489] forse dagli Affricani che teneano Mazara. Allora, occupate per via le fortezze che gli assicurassero la ritirata, Asbagh assalì Teodoto sotto Mineo; lo ruppe e uccise; e gli avanzi dello esercito bizantino corsero a chiudersi in Castrogiovanni: la quale battaglia seguì tra luglio e agosto dell'ottocento trenta.[490] Asbagh, diroccata e arsa l'infausta Mineo, marciò con tutto lo esercito sopra una città che il Baiân scrive Ghalûlia o Ghallûlia, e dalla somiglianza del nome e opportunità del luogo parrebbe la Calloniana dell'Itinerario d'Antonino, posta nel sito attuale di Caltanissetta, o non lungi,[491] in riva al Salso che taglia in due la Sicilia meridionale. Quinci i Musulmani avrebbero dominato quel che poi si chiamò val di Mazara, che si stende a ponente del fiume, ed è la regione più aperta dell'isola; avrebbero fronteggiato Castrogiovanni che s'innalza a greco di Caltanissetta a mezza giornata di cammino; e il fiume li avrebbe diviso dalla provincia che occupa l'angolo tra levante e mezzodì, montuosa e assicurata dalle armi bizantine di Siracusa. Il sito però ottimamente era eletto. Ma impadronitisi i Musulmani di Ghallûlia, si appresero malattie nell'esercito; scoppiarono in fiera pestilenza, e ne morirono Asbagh stesso e parecchi condottieri. Deliberati gli altri ad abbandonare la città, i Bizantini che n'ebbero sentore, li assalirono nella ritirata. Dopo lunghi e sanguinosi combattimenti, gli avanzi dell'esercito giunsero alfine alla marina, forse di Mazara. Dove, risarciti i legni, se ne tornarono sconsolati in Ispagna.[492]

Ma mentre Asbagh s'era avviato a Mineo, un altro stuolo musulmano, la più parte Affricani, mosse, com'e' pare, da Mazara, alla volta di Palermo; e principiò l'assedio lo stesso mese di giumadi secondo del dugento quindici (25 luglio a 22 agosto 830) che fu rotto Teodoto.[493] La occupazione di Ghallûlia assicurò gli assedianti dalle forze bizantine che potessero venire ad assalirli da Castrogiovanni, ovvero da Siracusa; e il disastro dell'esercito di Asbagh tornò loro men grave, poich'e' pare che non pochi condottieri, in vece di ritrarsi alla marina verso ponente e mezzodì andassero al campo sotto Palermo.[494] Città fondata dai Fenicii innanzi la venuta delle colonie greche in Sicilia; rinomata nelle guerre puniche; prosperante o meno consumata che le altre sotto la dominazione romana; forte nel sesto secolo quando espugnolla Belisario; popolata e ricca nel settimo, come ne fan fede le epistole di San Gregorio; e durava la importanza sua nella rivoluzione d'Eufemio. Ricinta da un braccio di mare e dalle lagune, la città che occupava il centro dell'attuale, tenne il fermo per un anno contro i Musulmani; poco o punto aiutandola l'imperatore Teofilo. Però i cittadini si consumarono in una memorabilissima difesa: che da settantamila che ve n'era al principio dell'assedio, verso la fine ne avanzarono manco di tremila, e gli altri tutti perirono, se è da stare alla testimonianza d'Ibn-el-Athîr. Che che ne sia delle cifre, tal tradizione prova la grande mortalità, aumentata al certo dalla pestilenza che da quattro anni serpeggiava in Sicilia. Alfine, correndo il mese di regeb del dugento sedici (13 agosto a 11 settembre 831), il governatore s'arrese, salve le persone e la roba:[495] egli, il vescovo Luca, e que' pochi che poteano abbandonare il paese[496] senza morir di fame, se n'andarono via per mare: la popolazione del territorio fu assoggettata alla schiavitù, scrivea Giovanni Diacono di Napoli, forse alla condizione di dsimmi, o vogliam dire vassalli, senza lasciarsi ad alcuno il possesso di beni stabili.[497] Nè è a dire se nel corso dell'assedio e dopo, quelle mescolate masnade di Musulmani commettessero guasti, violenze, eccidii in tutto il paese. Però la storia può accettare dalle leggende religiose il martirio del monaco San Filareto da Palermo e di parecchi altri, i quali, volendo rifuggirsi in Calabria quando il nemico occupò il territorio o la città, furon presi; messi all'alternativa di rinnegare o morire; e virtuosamente elessero la morte.[498] Su questo fatto alcuni imaginaron lor novelle, e quel ch'è peggio fabbricaron lettere dei monaci Benedettini di Palermo dispersi dagli Infedeli.[499] Fondato poi nel decimoquarto secolo, in un sito delizioso tra i monti che sovrastano alla città, il monastero benedettino di San Martino, il novello priore spacciò e scrisse essere stato quel suo chiostro edificato da San Gregorio, illustrato dalla pietà di antichi monaci e suore, e abbattuto da' perfidi Saraceni l'anno ottocento ventisette, quand'ei li credeva entrati in Palermo.[500]

CAPITOLO V.

L'occupazione di Palermo fu vero principio a quella dell'isola. Fin qui i Musulmani non avean fatto stanza che in campo o entro piccole castella, chè tal era anco Mazara; per quattro anni le forze loro, ragunate di là dal mare in qualche boglimento di zelo religioso o di cupidigia, erano state poi rifornite a stento, e con più fatica traghettati gli aiuti nell'isola; tutti eran vivuti di rapina che si sperpera; avean guerreggiato sotto varii capi, senz'accordo nè disciplina. Ma la vasta e forte città, quasi vota d'abitatori, il fertile territorio e i contadini che il coltivavano, rimasi preda al primo occupante, allettarono la comune dei vincitori a soggiornare in Palermo; ammoniti altresì dalle sventure passate. I più veggenti doveano comprendere con ciò gli avvantaggi d'una colonia moderata da governo regolare; grossa di popolazione, da fornire uomini e materiali alla guerra; posta sì presso al cuor dell'isola, con un porto comodo e difendevole, ove le arti di costruzione navale non mancavano, o si poteano agevolmente ristorare.

Però da una parte si gittarono sul cadavere di Palermo le genti affricane e spagnuole dell'esercito; piatiron tra loro, dice Ibn-el-Athîr[501] e azzuffaronsi: senza dubbio, quando si venne al parteggio delle possessioni. Dall'altro canto Ziadet-Allah pose mano ad ordinare la colonia. Quantunque gli Spagnuoli potessero pretestare la sovranità del principe omeiade, prevaleva pur manifestamente in Sicilia il dritto della casa aghlabita per lo merito della intrapresa guerra, per la sede più vicina e le forze sue più considerevoli nell'esercito. Pertanto l'anno medesimo dugentosedici, che ne avanzarono cinque mesi dopo la dedizione di Palermo, Ziadet-Allah elesse a luogotenente in Sicilia il suo cugin germano Abu-Fihr-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab,[502] segnalatosi una volta combattendo in Sicilia, e poi con infelice lealtà egli e i suoi fratelli nella guerra civile di Mansur Tonbodsi.[503] Con la riputazione di principe del sangue, e anco forse con gente fidata, giunse Abu-Fihr in Sicilia, correndo già il dugento diciassette (6 febbraio 832 a 25 gennaio 833). Costui ne cacciò, dice la cronica, Othman-ibn-Kohreb[504] non sappiam di che nazione, certamente un de' capi di parte venuti su in que' trambusti: e leggiamo altrove che le discordie tra Affricani e Spagnuoli si composero in questo tempo.[505]

Par che la colonia si ordinasse come centro di uno stato novello, poco dipendente dall'Affrica; al che portavano quegli elementi suoi eterogenei e turbolenti, non disposti a sottomettersi al principato aghlabita senza larghissime franchigie. Ciò si vedrà dal progresso degli avvenimenti. N'è segno altresì il titolo di Sâheb dato da scrittori assai diligenti al primo governatore dell'isola; il qual titolo, posto assolutamente senz'altra voce che lo determini, tocca al capo d'uno Stato;[506] differente perciò da emir, e da wâli.[507] Sappiamo inoltre che del dugento ventuno (836) moriva a Kairewân un cadi di Sicilia;[508] donde si argomenta che questo supremo magistrato fosse stato posto fin dal principio delle nuove instituzioni nella colonia. A questo tempo appartiene un dirhem, pubblicato dal Tychsen, e ch'io non ho visto. Se non è falso, servirà a confermare che nel dugento venti dell'egira (4 gennaio a 24 dicembre 835) Mohammed-ibn-Abd-Allah reggea la Sicilia, e che battea moneta di argento col nome suo e del principe d'Affrica; sì come avea fatto sei anni innanzi Mohammed-ibn-el-Gewâri.[509]

Nondimeno per due anni non seguì fazione d'importanza, per cagion delle preoccupazioni che dava ai Musulmani l'assetto delle proprietà e d'ogni altra civil faccenda; ed anco per la riputazione di Alessio Muscegh, nuovo patrizio di Sicilia. Questo bello e valoroso giovane armeno era salito in subito favore appo Teofilo, sì che, tra' suoi ghiribizzi, lo fidanzò alla propria figliuola Maria, ancorchè bambina; lo fe' patrizio, proconsolo, maestro degli offici a corte; gli diè titolo di Cesare, e lo destinava forse a succedergli nello impero, quando insospettito per mene di palagio, volendo allontanarlo, lo prepose all'esercito di Sicilia (832). E i cronisti bizantini che dipingono sì studiosamente ogni inezia e perfidia di corte e confondono nell'ombra il resto de' fatti, si contentano qui d'aggiugnere ch'Alessio egregiamente compiè i voleri dello imperatore; potendosi al più inferire da qualche parola che, fatte genti in Calabria, cominciasse già a ristorar la guerra nell'isola. Ma tra i nemici che avea lasciato a Costantinopoli, e que' che l'invidia gli suscitò d'un soffio in Sicilia, fu accusato di pratiche coi Musulmani; di tramare ribellione: solite contraddizioni della calunnia, che Teofilo si bevve senza esame. Donde chiamato Alessio appo di sè (833), ed esitando quegli a ubbidire, il principe trovò più comodo un tradimento. Mandò a persuaderlo l'arcivescovo Teodoro Crethino, al quale fe' sacramento del gran bene che voleva ad Alessio, e gli diè un salvocondotto soscritto di sua mano, e, più sacro pegno, una croce ch'ei solea portare al petto; sì che l'onesto sacerdote, ingannato, ingannò Alessio e seco il ricondusse a Costantinopoli. Quivi il Cesare era imprigionato, vergheggiato, confiscatigli i beni. L'arcivescovo che in una solenne cerimonia della chiesa osò rinfacciar lo spergiuro allo imperatore, fu strappato dagli altari, battuto, mandato in esilio. Poi Teofilo, pentito per le rimostranze del patriarca di Costantinopoli, liberò l'uno e l'altro: ma Alessio era ristucco sì tosto del mondo, che dei beni resigli edificò un monastero e vi si serrò.[510] Così fatto imperatore, così fatto capitano, e i soldati fiacchi, il popolo rimbambito, gli ottimati di Sicilia sì saputi a calunniare, sì mal disposti a combattere, non erano al certo gli uomini che poteano salvare l'isola dai Musulmani. Il solo espediente strategico in cui si affidarono dopo la occupazione di Palermo, fu di adunare il grosso dell'esercito a Castrogiovanni; sì che gli scrittori musulmani dicono trasferita da Siracusa in quella città la sede del governo.[511] Oggidì si chiamerebbe campo di osservazione. Quivi sedea il capitan generale dell'isola, spettatore ozioso d'ogni guasto che facevano i Musulmani.

Abu-Fihr andò dritto ad assalirlo ne' principii dell'anno dugento diciannove dell'egira (15 gennaio 834 a 3 gennaio 835): uscitigli incontro i Cristiani, li rompea dopo aspra zuffa, li ricacciava negli alloggiamenti, e, tornatovi in primavera, lor dava una seconda sconfitta. L'anno appresso intraprese più grossa guerra. Principiando dal campo di osservazione, lo combattè una terza fiata (835); espugnò gli alloggiamenti, li saccheggiò, vi fece prigioni la moglie e un figliuolo del patrizio che capitanava lo esercito; e tornatosi egli in Palermo, mandò un grosso di genti con Mohammed-ibn-Sâlem infino a Taormina, su la costiera orientale, i quali fecero ricco bottino. Altre gualdane saccheggiarono altri luoghi. Tra coteste vittorie scoppiava contro Abu-Fihr una sollevazione militare in cui fu ucciso, e gli omicidi si rifuggirono presso l'esercito cristiano.[512]

Mandato da Ziadet-Allah in Sicilia, in luogo del congiunto, un Fadhl-ibn-Ia'kûb, segnalossi immantinente con due correrie, l'una sopra Siracusa, l'altra forse nelle parti di Castrogiovanni; poichè leggesi che il patrizio andò con grosso stuolo a tagliar il cammino ai Musulmani. Se non ch'essi furono pronti ad afforzarsi in un aspro terreno e boscaglie intricate, ove il nemico non osò assalirli. Aspettato invano insino a sera che scendessero quelli a combattere, le genti del patrizio, com'era l'indole delle milizie bizantine, più neghittose che vigliacche, si partirono; sciolsero gli ordini nella ritirata. Addandosene i Musulmani, saltavan fuori da loro rupi, caricavano il nemico d'una carica vera, dicono gli annali, e lo sbaragliavano: il patrizio, ferito di parecchi colpi di lancia, cadde da cavallo, ma fu valorosamente difeso da' suoi, tanto che sel portarono fuggendo così mal concio, abbandonando armi, arnesi, cavalli. Così la scorreria finì in segnalata battaglia.[513] Seguiano coteste due fazioni nella state dell'ottocento trentacinque; e si terminò con quelle la missione provvisionale di Fadhl, sendo venuto all'entrar di settembre a reggere la Sicilia un altro principe del sangue aghlabita. Fu questi Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghab,[514] cugin germano di Ziadet-Allah e fratello dell'ucciso Mohammed. Uomo di grande saviezza e vedere politico, come il mostrò promovendo le fazioni navali. Venne con una armatetta in Palermo, capitale della Sicilia, come già la chiama un cronista, di mezzo ramadhan del dugentoventi (11 settembre 835), campato da grave fortuna in cui avea perduto parecchie navi per naufragio ed altre presegli dai Cristiani.[515] Tra queste leggiamo che fosse una harrâka, e che una squadra di legni della medesima denominazione, capitanata da Mohammed-ibn-Sindi, uscì immediatamente alla riscossa, e diè la caccia al nemico, finchè la notte non glielo tolse di vista;[516] e nei combattimenti che seguirono indi a non molto, si fa menzione altresì d'una harrâka presa dai Musulmani sopra i Greci.[517] Or cotesta voce arabica significa appunto “incendiaria”; e però denota le galee da lanciar fuoco, che i Musulmani per avventura avean preso ad imitar dai Greci, tra il fine dell'ottavo e il principio del nono secolo: ancorchè tal foggia di navi in Oriente si fosse anco adoperata ad altri usi, e in Italia al commercio, riconoscendosi quello infausto nome nella appellazione di “carraca” e “caracca” che occorre sì sovente nei ricordi di Genova e di Venezia.[518] È manifesto dunque che la colonia di Palermo tentava già il gran problema della tattica navale del tempo, di costruire cioè le navi incendiarie, ed a ciò adoperava le arti conosciute in Africa, in Ispagna, e forse meglio in Sicilia, poichè di harrâke non fanno menzione gli annali arabici, della Spagna nè dell'Affrica. Abu-'l-Aghlab non lasciò in ozio tal novella forza. Mandate alcune navi in una città di cui manca il nome nei Manoscritti, sia che fosse nelle isole Eolie, o nella costiera tra Palermo e Messina, i Musulmani combatterono un'armatetta cristiana, la vinsero, depredarono il paese e tornarono addietro coi prigioni, ai quali Abu-'l-Aghlab fe' mozzare il capo. Un'altra squadra approdata a Pantellaria, vi colse un dromone,[519] nel quale, oltre i soldati greci, trovossi un uom d'Affrica fatto cristiano; e tutti al paro furon messi a morte per comando del governatore di Palermo:[520] crudeltà non comandata dalla legge, fuorchè contro i rinnegati, e non solita nelle guerre degli Arabi; onde vi si scorge lo accanimento e invidia dei vincitori contro il navilio bizantino che sì raro lor avvenia di sgarare. Al tempo stesso, una torma di cavalli, spinta verso le falde dell'Etna e tra le fortezze della regione orientale, arse le campagne, saccheggiò e sparse gran sangue; ma combattendo, non scannando prigioni.[521]